Nel bene e nel male: la storia di Antonina, tra la solitudine della campagna italiana, nuovi vicini misteriosi, amori ritrovati e la forza di ricominciare

Diario personale. In gioia e in dolore

Oggi mi sono svegliata col canto dei passeri sulle tegole; la vita a Val dOrcia ultimamente è cambiata tanto per me. Sono rimasta vedova troppo presto, a quarantadue anni. Mia figlia, Fiorella, ormai aveva già sposato Carlo, un bravo ragazzo di Pienza, e insieme sono emigrati al nord, verso Milano, in cerca di lavoro e di uno stipendio decente.

Fiorella mi chiama ogni tanto; mi dice di non preoccuparmi, che si trova bene, che ha amici, una buona occupazione, e pure dei nuovi parenti. Eppure, ogni volta che la sento, capisco che ci siamo allontanate tanto. Come un ramo spezzato.

Dopo che hanno chiuso la scuola del paese ero aiutante cuoca mi sono ritrovata senza lavoro. Ma mica mi sono persa danimo; due volte a settimana prendo il pullman per Montalcino, dove vendo latte fresco e ricotta sul mercato dei contadini. Con quello che guadagno tiro avanti, anche se basta appena per le spese. Però non posso lamentarmi: vivo sola, mangio quello che produco e coltivo e ho il tempo talmente occupato che di sentirmi sola quasi non me ne accorgo.

Mi aspettano le galline, le oche e le anatre in cortile e la mia mucca Bianca nella stalla. E poi il mio gatto Peperone, che non mi molla mai i piedi. Di solito, a metà pomeriggio, mi siedo sullo sgabello davanti alla finestra e guardo il paesaggio toscano che cambia con le stagioni: i cipressi ondeggiano e oltre il filare cè una sorgente, lacqua così gelida e pulita, che va a riempire un piccolo laghetto limpido.

Quella sorgente, tesoro della natura, non poteva a lungo passare inosservata. Infatti, una mattina, proprio allalba, ho sentito il rumore di camion e ruspe. Mi sono infilata la vestaglia di flanella che era di mia madre e sono uscita sulla soglia. Davanti al podere, un gruppo di uomini in giacca e cravatta e qualche operaio con tute da lavoro. Mi sono avvicinata a uno che sembrava il capo:

«Buongiorno. Si può sapere cosa succede qui?»

Lui mi ha squadrato e ha risposto gentile ma deciso:

«Sono Paolo, il nuovo proprietario del terreno accanto. Salve, vicina. Costruirò una casa qui, per mio fratello. Lui sta poco bene, i medici gli hanno consigliato aria buona. E qui si respira davvero.»

Sono rimasta tra sorpresa e un filo di delusione. Non mi piaceva lidea di un vicino sconosciuto, ma per saperne di più sono corsa dritta al negozio alimentari dalla Teresa, sempre informata su tutto.

«Tha comprato il terreno uno con molti soldi, da Siena! Vuole costruire una villa enorme per il fratello malato. Chissà, magari poi apre anche qualche negozio in zona!» ha detto ridendo Teresa.

Uscendo con il pane caldo tra le mani (regalato da Giorgio il fornaio, che da anni mi fa la corte più giovane di me di sei anni, e infatti tutti a sussurrare che sono troppo vecchia per lui), ho tirato dritto a casa. Allidea di rivedere Giorgio incrociare il mio sguardo e arrossire, sentivo il cuore battere come una ragazzina. Ma mi impedivo di lasciarmi andare: meglio per lui trovarsi una donna più giovane.

La costruzione della villa ha occupato poco tempo, e dalla finestra vedevo ogni giorno brulicare muratori, imbianchini, piastrellisti. Poi, dun tratto, la villa era pronta, e la sera si accendeva di mille luci.

Portando una torta di mele appena sfornata sono andata a presentarmi. Ho trovato due donne con la tuta da lavoro e un gruppetto di uomini.

«Abito qua accanto. Ecco una torta per voi», ho detto, e loro lhanno accettata cortesemente. Ho anche chiesto, tutta timida, se ci fosse del lavoro, magari per dare una mano con pulizie o pittura. Mi hanno detto di no: Tutta la squadra è già al completo, deve parlare col padrone che arriva tra qualche giorno. Così me ne sono tornata a casa a testa bassa.

Mi sono sentita inutile. E pure un po fuori posto. Una volta, quando ci si trasferiva in un nuovo podere o si costruiva una casa, la prima cosa era fare amicizia coi vicini; ora nessuno si presentava più, come se fossi invisibile.

***

Poi le cose sono cambiate, e la villa nuova si è illuminata di luminarie natalizie; dopo pochi giorni sono arrivati i nuovi inquilini. Ho visto da dietro la tenda una ragazza elegante, dal passo deciso; avrà avuto ventanni. Regina della casa, ho pensato. Il fratello malato, invece, non si vedeva mai. Solo una volta a settimana la ragazza andava a fare spesa. Ho provato a salutarla più volte, ma mi rispondeva sempre secca e sbrigativa, quasi infastidita.

Un giorno si è presentata lei, bussando alla mia porta:

«Ho visto che avete mucca, polli, uova Mi vendereste un po di carne, burro e patate?» ha chiesto.

«Certo, accomodatevi», le ho risposto io, contenta di poter vendere qualcosa. Lei mi ha spiegato col suo italiano educato che la carne del supermercato non è la stessa cosa e che non sapeva nemmeno cucinarla: «Me la potreste cucinare voi? Ho paura di bruciarla»

Così ho iniziato a preparare per loro da mangiare, in cambio di qualche euro. Ogni settimana Paolo mi pagava puntuale e con il tempo è diventato meno scostante: Il buon cibo fa miracoli mi dicevo.

Notavo in casa loro una gran confusione: la ragazza non faceva una pulizia, i letti sfatti, il pavimento sempre sporco. Una volta ho deciso di pulire tutto. Paolo mi ha guardato corrucciato:

«Nessuno ti ha chiesto di pulire. Ti pago solo per cucinare e per i prodotti».

Mi sono offesa, ma pulire la casa è nella mia natura, così ho fatto finta di niente.

Poi ho capito che il fratello di Paolo, quello che aveva costruito la villa, aveva smesso di venire, e la ragazza si era fatta ancora più nervosa, quasi infastidita dalla mia presenza: «Niente più carne, solo uova e latte. Preparo io.» Poi, il colpo di scena: una mattina bussando ho trovato la villa a soqquadro, oggetti dappertutto, la ragazza sparita.

Paolo sedeva in cucina, una bottiglia di Chianti davanti e la testa tra le mani.

«Oriana se nè andata. Mi ha lasciato con un biglietto: La campagna mi soffoca.»

«Vuole che le cucini ugualmente qualcosa?» ho chiesto, e lui mi ha risposto quasi supplicante: «Preparami della carne, come sai fare tu.»

Da lì sono diventata la governante della villa, almeno per un po.

***

Paolo, da sempre riservato, è cambiato: mi pagava ogni settimana, anche se spesso era di cattivo umore. I vicini hanno iniziato a mormorare quando mi hanno visto più spesso alla villa che a casa mia. Teresa, la negoziante, mi lanciava occhiatine pungenti:

«Nadia, ma a chi porti tutte quelle sigarette e prosciutto? E dormi anche là?»

«Lavoro come cuoca, cosa devo spiegare?» Sempre a giudicare!

Ma lo sguardo di Giorgio, il mio caro amico panettiere, era quello che più mi faceva male: ora non mi salutava più nemmeno.

Era dura, specialmente per il pettegolezzo del paese; eppure, Paolo mi aveva promesso matrimonio. Mi stavo pure abituando a vivere nella villa, se non fosse stato che ogni mattina dovevo scappare da casa mia per accudire gli animali.

Poi davvero ci siamo sposati in Comune, con tanto di fede in oro, festeggiando con un pranzo che ho preparato io.

Ma la felicità durò poco. Paolo beveva ogni giorno, sempre più spesso, e pretendeva piatti elaborati. Un giorno mi disse che dovevo uccidere Bianca, la mia mucca latte; solo carne di manzo oggi! Ce labbiamo la carne, non servono più le monetine del latte.

Vorrei vedere lui a sbrigare una bestia al freddo! Alla fine ho chiesto un aiuto a Giorgio, che mi ha guardata deluso:

«Perché vuoi far fuori la tua mucca?»

Ho mentito: Non ce la faccio più a mantenerla e Paolo non mi aiuta. Giorgio però mi ha aiutato, in silenzio. Ma nel darmi il pezzo di carne come ricompensa, mi ha fissata, deluso.

Appena tornata alla villa, Paolo, ubriaco, ha iniziato a urlare: Porta la carne! E ricordati cosa mi devi come moglie! Giorgio si è allontanato senza guardarmi.

***

La visita di Fiorella è stata la goccia. Ha visto Paolo svenuto sulla tavola, le bottiglie vuote, e si è arrabbiata: «Questa la chiami una vera casa? Ti trattano così e tu lo difendi pure! Non sei padrona di nulla, mamma. Lui si stancherà, ti butterà fuori e tu? Dove torni?»

Volevo almeno regalarle un po di carne, ma ho scoperto che Paolo aveva chiuso la dispensa a chiave. Quando gli ho chiesto perché: «Dora in poi niente figli e niente parenti in casa!» A Fiorella è bastato sentire quella frase per tagliare i ponti: «Io qui non torno più.»

Poco dopo, Paolo mi comunicò che il fratello era morto e la villa tornava di proprietà alla vedova. Dovevamo lasciare la casa. «Devi lottare per tenerla, fare un figlio, chiuderti dentro con la chiave. Si combatte così in questi casi.» Ma io no, non sono quel tipo di donna.

Ho capito che non volevo restare con lui. Mentre lui rideva di come mi aveva conquistata facilmente, io sono corsa a casa, ho aperto la dispensa: era vuota, tutto svanito. Paolo aveva venduto le provviste per comprarsi vino e liquori.

Non ho più resistito. Gli ho urlato che volevo il divorzio.

***

Non era finita. Una notte Paolo si è introdotto in casa mia, ubriaco, e ha tentato persino di mettersi nel mio letto. Sono scappata nella neve, bussando alla porta di Teresa.

«Teresa, apri ti prego!»

«Nadia?! Che successo? Incendio?»

Una volta al sicuro, mi sono rifugiata da lei per settimane, finché Paolo finalmente ha lasciato il paese per tornare a Siena.

***

Nei giorni dopo, sono tornata a casa con il cuore in pezzi. Era tutto vuoto, la casa saccheggiata, il frigo e la cantina senza neanche una patata rimasta. Mi sono seduta e ho pianto così tanto che mi sembrava di non avere più lacrime. Ecco cosa vuol dire sposarsi tardi: perdi tutto.

Poi, dun tratto, arriva Giorgio. In braccio Peperone, il mio gatto:

«Nadia, ho rimesso un po di ordine tra te e Paolo. Il gatto ora sta bene, ti ho portato la legna. Se vuoi, vieni a casa mia. Mamma ha acceso il camino e preparato una torta. Non devi restare qui al freddo sola.»

Non me lo sono fatta dire due volte.

***

Col tempo io e Giorgio ci siamo sposati davvero, una cerimonia semplice, solo per noi e pochi amici. Fiorella ha finalmente perdonato mia scelta, è tornata a trovarmi col marito e ora siamo di nuovo famiglia.

Dicono che Paolo si sia trasferito in città e abbia sposato unaltra vedova. La villa, invece, durante le estati viene abitata dalla gentile moglie del fratello defunto. Ottima vicina, si è presentata da subito con una crostata di fichi.

A volte ci sediamo insieme, ricordando chi non cè più. Le ho anche chiesto che malattia avesse Paolo, e lei ha sorriso amaro: «Malattia? No, solo un gran vizio per il vino. Mio marito sperava che la campagna lavrebbe cambiato, invece non ha fatto che peggiorare.»

Anche io sono cambiata, ora mi sento di nuovo viva. Ho imparato, in questo paesino tra le colline, che lamore vero non è mai gridato; si riconosce dal profumo del pane appena sfornato, dallo sguardo di un amico sincero, e da un cortile che ogni tanto risuona ancora di nuove, piccole gioie.

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