Occhio alla Moglie d’Altri: La Storia di Sofia, l’Artista Fallito e un Nuovo Inizio tra le Colline Italiane

Diario di Camilla Bellini

Vivere insieme a Marco mi ha subito mostrato quanto fosse un uomo debole di carattere e privo di volontà. Le sue giornate erano tutte scandite dallumore con cui si svegliava. A volte capitava che la mattina si alzasse allegro e vivace, pieno di battute e risate sonore.

La maggior parte dei giorni, invece, sprofondava in pensieri neri, beveva troppo caffè e vagava per casa col volto più scuro delle nuvole su Napoli nei giorni di pioggia, come spesso succede agli artisti veri. Perché sì, Marco si sentiva artista: insegnava arte e tecnologia alla scuola elementare del paese, e a volte anche musica se la maestra era malata.

Aveva una vera passione per larte. Non riuscendo però a esprimerla a scuola, si era appropriato della stanza più grande e luminosa di casa nostra proprio quella che io avevo sognato come cameretta per dei futuri figli. Ma la casa era intestata a lui e non osai oppormi.

Marco riempì la stanza di cavalletti, tele, vasi di tempera e blocchi di creta, e si mise a dipingere e modellare come un ossesso. Fino a tarda notte si cimentava in nature morte inquietanti, oppure passava tutte le domeniche a plasmare piccole sculture dal significato indecifrabile.

Non vendeva nessuno dei suoi capolavori; tutto veniva incorniciato e piazzato in casa. Pareti tappezzate di quadri che proprio non incontravano il mio gusto, mensole e armadi stipati di statuette in creta, alcune persino polverose.

Se solo quelle cose fossero state davvero belle… ma no. Quando qualche vecchio amico pittore veniva a trovarci, taceva e voltava lo sguardo, scuotendo la testa tra sé e sé. Nessuno, mai, gli fece un complimento.

Solo il Professor Giovanni Petrini, il più anziano di tutti, una sera dopo aver scolato unintera bottiglia di grappa al mirto sbottò: Mamma mia, che scarabocchio senza senso! Ma cosè sta roba? Non vedo niente di bello in questa casa… a parte, ovviamente, la padrona di casa.

Quella critica bruciante lo mandò in crisi. Gridò, batté i piedi e chiese, furibondo, che lo ospite venisse subito cacciato.

Fuori di casa, nemico! Sei tu che non capisci larte! Ho capito tutto: sei invidioso e per questo sminuisci le mie opere!

Il Professor Petrini se ne andò quasi inciampando e rimase in strada. Lo seguii e gli chiesi scusa: Non avrebbe dovuto criticarlo, e nemmeno io lho fermato, mi spiace.

Non devi giustificarlo, cara mia, rispose bonario Giovanni, mi dispiace solo per te. Perché una casa così bella viene rovinata da quadri orrendi e statuette mostruose. Ma daltronde, noi artisti mettiamo nellarte il nostro cuore… e Marco, purtroppo, dentro ha poco da mostrare.

Mi baciò la mano e mi lasciò lì, con un senso di vergogna.

Marco ci mise settimane a riprendersi. Trasformò la rabbia in urla, spaccò qualche statuetta e lacerò alcune tele. Poi passò.

***

Nonostante tutto, non ho mai contraddetto mio marito. Mi dicevo che, quando sarebbero arrivati dei bimbi, avrebbe smesso di disperdersi nellarte e avremmo rifatto la stanza a cameretta.

Allinizio del matrimonio Marco si comportava da marito modello: portava a casa la spesa, il suo stipendio e perfino fiori a sorpresa. Ma ben presto tutto finì. Si raffreddò nei miei confronti, lo stipendio non lo vidi più toccò a me occuparmi della casa, di lui e… della suocera, oltre allorto e alle galline.

Quando scoprì che aspettavamo un figlio, fu felice, ma non durò: pochi giorni dopo mi ammalai, finii in ospedale, e la gravidanza si interruppe subito.

Appena appresa la notizia Marco cambiò di nuovo. Divenne isterico, mi sgridò come se fosse colpa mia e si chiuse in casa.

Uscita dallospedale, mi trascinai a piedi verso casa. Nessuno mi accolse, anzi: Marco si era chiuso dentro e non voleva aprirmi.

Apri, Marco, ti prego…

Niente da fare! Dovevi partorire mio figlio! Hai fallito! gridava piangendo, E ora, per colpa tua, mia madre è finita in ospedale col cuore spezzato! Che sfortuna averti sposata! Vai via, non voglio più vederti.

Mi sedetti stremata sullo scalino. Anche io soffro, Marco… apri…

Nessuna risposta. Rimasi lì fino a tarda sera, piangendo. Alla fine lui uscì, magro come uno straccio e barcollante. Cercò il lucchetto come sempre, non sapeva mai doverano le cose di casa e se ne andò senza guardarmi. Quando sparì, riuscii ad entrare e crollai a letto.

Il giorno dopo la vicina venne a darmi la notizia peggiore: la suocera era mancata.

La cosa annientò Marco. Si licenziò dalla scuola, si chiuse in camera e mi confessò, con freddezza:

Non ti ho mai amato, Camilla. Mi sono sposato solo per volere di mia madre che voleva dei nipoti. Ma tu hai distrutto la nostra vita. Non ti perdonerò mai.

Parole che mi tagliarono lanima, eppure scelsi di non abbandonarlo lo stesso.

Passavano i mesi, ma la situazione peggiorava. Marco non si alzava più dal letto, viveva solo dacqua e a malapena toccava cibo. Diceva di essere stremato, senza più forze, e alla fine presentò i documenti per il divorzio. Fu tutto molto rapido. Sfogai fiumi di lacrime.

Provai lo stesso a stargli vicino, ma lui mi respingeva: Quando starò meglio, ti caccerò via. Hai rovinato tutto.

***

Non avevo dove andare, questa è la verità. Mia madre, che aveva fatto di tutto per maritarmi appena diplomata, era subito partita per la Liguria con un vedovo che frequentava da tempo. Da lì si sposarono e tornò solo per vendere casa; buttò via i pochi euro ricavati e mi lasciò letteralmente senza un tetto. Non avevo altra scelta che rimanere con Marco.

***

Arrivò il giorno in cui finì tutto il cibo. Spazzolai gli ultimi barattoli, lessai lultimo uovo raccolto dal pollaio e imboccai Marco a cucchiaiate di semolino e tuorlo. Che strana la sorte: avrei potuto cullare un bambino invece di accudire lex marito che non mi aveva mai considerata.

Esco un attimo, gli dissi, in piazza è arrivata la fiera. Provo a vendere la gallina… magari la scambio con qualcosa da mangiare.

Marco, con tono stanco e segnato, protestò: Vendere? Fanne un brodo, non ne posso più di sti semolini, voglio un brodo vero!

Tormentavo lorlo del mio abito di seta lunico che possedevo, quello del mio diploma, del matrimonio e delle giornate calde.

Non ce la faccio, Marco… la porto a scambiare. I vicini ormai mi conoscono, ma questa gallina è affezionata a me, non vorrei che mi cercasse.

Lhai persino chiamata? schernì lui, Ma che donna sciocca!

Trattenni le lacrime abbassando gli occhi. Prendi due mie statue da vendere, chissà che qualcuno non le voglia, ordinò ancora Marco, vedendomi pronta per uscire.

Presi due fischietti fatti a forma di uccellino e il famoso salvadanaio a forma di porcellino grasso, suo orgoglio da anni. Uscii veloce, incrociando le dita che non mi seguisse appresso con altri quadri.

Dopotutto, era già tanto se riuscivo a proporre le statuine; dipinti così brutti, non li avrei mai mostrati a nessuno.

***

Faceva caldissimo. Camminavo in piazza sgocciolando sudore, col viso lucido e la frangia appiccicata alla fronte.

Era il giorno della Festa del Paese.

Quasi non ricordavo più lultima volta che avevo passeggiato tra la gente. La piazza era viva: banchetti di miele di millefiori, scialli di seta colorata, dolci per bambini. Si sentivano il profumo degli arrosticini, musica allegra, le risate.

Mi fermai vicino a una bancarella e strinsi la borsa in cui tenevo la gallina. Un nodo alla gola: darle via mi spiaceva da morire. Lavevo cresciuta da pulcina, curata da una zampa malata, ormai mi faceva festa ogni volta che entravo nel pollaio.

Anche adesso la povera Piumetta cercava di uscire, becchettando la mia mano come a tranquillizzarmi.

***

Una signora dietro un banco mi rivolse la parola: Ti serve un braccialetto, bella? Ho anche qualcosa in argento oppure in acciaio anallergico!

No, grazie. Vorrei vendere una gallina, una brava ovaiola, risposi educata.

Una gallina? Non saprei che farmene…

Un giovane uomo accanto al bancone si avvicinò curioso: Fammi vedere la gallina.

Gliela porsi. Quanto vuoi? Così poco… cè linganno?

Zoppica leggermente, ma è in ottima salute.

Va bene, la prendo. Cosaltro vendi?

Solo due statuette, un paio di fischietti e questo salvadanaio.

Prese il maialino, sorrise storto: Davvero artigianali!

Sì, fatte a mano. Ho bisogno di qualche euro. Lui sembrava divertito.

La venditrice di bijoux scosse la testa: Ma che te ne fai, Andrea? Aiuta piuttosto tuo fratello con gli arrosticini!

Presi i soldi, ma quando capii che era lui il gestore degli arrosticini, mi inquietai: Allora la gallina non te la do, la vuoi per la brace!

Provai a riprendermi Piumetta, ma Andrea fu più svelto.

Tieniti i soldi, ti prego, non posso lasciarla andare al macello! Non è da carne!

Lui mi rassicurò: Tranquilla, la regalo a mia mamma. Alleva galline anche lei. Vieni a trovarla quando vuoi, e rivedrai la tua Piumetta.

***

Quasi a casa, mi fermò una macchina. Dal finestrino, il volto sorridente di Andrea: Avevo una domanda: hai per caso altre statuette a casa? Ne comprerei volentieri alcune… ottime come idea regalo!

Strizzai gli occhi contro il sole e sorrisi: Abbiamo pieno di statuette!

***

Rientrata, sentii la voce straziata di Marco dal letto: Chi è? Portami lacqua!

Andrea, ancora sulluscio, guardò le pareti della casa. Ma… chi ha dipinto questi quadri?

Lho fatto io! gridò Marco, E non li ho disegnati, io dipingo come un vero artista!

Mi piacciono. Posso comprarne uno? E queste statuine, sono tue?

Sì! esclamò Marco, allontanando la mia mano col bicchiere. Tutto qui è mio!

Si alzò barcollante e guidò Andrea tra quadri e crete, orgoglioso come non mai. Andrea però guardava soprattutto me, notando il mio viso arrossato e la mia timidezza.

Epilogo

Non avevo mai visto Marco così guarito: bastò che un estraneo si dicesse interessato alle sue opere perché ogni malessere sparisse. Andrea, infatti, tornò nei giorni seguenti a comprare prima i quadri, poi tutte le statuette.

Marco si rimise a lavorare freneticamente in bottega. Non capiva che quello che attirava Andrea non erano le sue creazioni, ma… sua (ex) moglie.

Andrea restava spesso a parlare con me davanti al portone, e tra un discorso e laltro, nacque una simpatia. Poi, qualcosa di più.

Alla fine Andrea prese dalla casa Bellini quello che davvero voleva: me.

Ogni volta che tornava al paese gettava i quadri acquistati nel camino e ammucchiava le statuette in una sacca, ancora incerto se buttarle. Ma ricordava sempre il mio volto, dalla prima volta che mi vide in piazza, vestita destate con la borsa a tracolla.

Capì subito che ero la sua strada. Si era pure informato: sapeva che con Marco la mia vita fosse infelice e che non avessi alternative.

Così tornava ogni giorno, comprando capolavori, solo per potermi rivedere. Alla fine, lo capii anchio.

***

Marco davvero non se lo aspettava. Dopo che Andrea smise di tornare, dopo che mi portò via con sé, Marco provò una fitta di rimorso. Sentì che avevamo messo su casa insieme, che io ero stata la moglie perfetta sempre paziente, premurosa, quasi materna.

Solo allora realizzò di aver perso la cosa più preziosa che aveva. E non cera più nessuno a imboccarlo di tuorli, a portargli da bere, a curargli casa e giardino…

Eppure, ormai era troppo tardi.

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