La mia casa, la mia cucina: la suocera impone le sue regole e una cena di famiglia si trasforma in guerra fredda ai fornelli – quando il diritto all’errore si scontra con l’orgoglio di chi comanda tra pentole e ricette di famiglia

La mia casa, la mia cucina, dichiarò la suocera.

Grazie per avermi tolto persino il diritto di sbagliare? Nella mia casa
Nella mia casa, lo disse piano, ma con un peso grave nelle parole, Donna Raffaella Montanari. Questa è casa mia, Lucia. E nella mia cucina, alle cose immangiabili non è concesso spazio.

Un silenzio denso, pesante come una coperta di polvere in un vecchio palazzo veneziano, scese nella cucina.

Lucietta, suvvia, anche tu capisci: non si poteva certo servire quella suola ai tuoi genitori a tavola.

I tuoi genitori sono persone rispettabili, non potevo lasciarli masticare quella consistenza, Raffaella distribuiva il tè in fragili tazzine di porcellana, con una precisione da orefice. I movimenti erano fasulli, come di una danzatrice robotica in una notte di Carnevale.

Lucia stava al bordo del tavolo tondo, sentendo dentro una corda tirata così forte da quasi esplodere. Nelle orecchie un vento caldo e incessante, come quello che fischia nelle strade strette di Napoli durante il sirocco.

Sui piatti dei suoi genitori che poco prima erano migrati in salotto con Andrea cerano i resti di quella suola: il petto danatra glassato ai mirtilli rossi su ricetta di famiglia, a cui Lucia aveva dedicato quattro ore. Almeno, così le era sembrato.

Non era una suola, la voce di Lucia tremò, ma trovò la forza per guardare la suocera negli occhi. Lho marinata secondo la ricetta di mia madre, con lanatra appena acquistata dal contadino al mercato. Dovè finita, signora Raffaella?

La suocera mise da parte la teiera con un cenno elegante e asciugò lentamente le mani su un impeccabile canovaccio immacolato, posandolo poi sulla spalla come uno scialle rituale.

Sul volto non unombra di rimorso: solo quella compassione distaccata che si riserva ai cuccioli troppo impulsivi o agli apprendisti troppo goffi.

Nel cassonetto, ragazza. Il tuo intingolo come lo dico odorava talmente di aceto da farmi lacrimare.

Ho preparato un confit decente. Con timo, a fuoco lento. Hai visto tuo padre che chiedeva il bis? Ecco, quello è livello.

Quello che hai tagliato tu può andare bene per una trattoria allautogrill. Non di più.

Non ne aveva il diritto, sussurrò Lucia. Era la mia cena. Il mio regalo per lanniversario ai miei genitori. Non mi ha nemmeno chiesto!

E che dovevo chiedere? Raffaella sollevò un sopracciglio, e negli occhi ardeva la fiamma fredda e sicura di chi ha orchestrato mille cucine e domato mille apprendisti. Quando la casa brucia, non ci si preoccupa dei permessi per spegnere il fuoco.

Salvavo la reputazione di famiglia. Andrea si sarebbe disperato se gli ospiti si fossero sentiti male.

Vai, porta la torta. Ah, lho sistemata pure quella la crema era acqua, ho aggiustato con la scorza darancia e un po di amido.

Lucia guardava le proprie mani: vibravano lievemente come rami sotto la tramontana. Per tutto il giorno aveva sorvolato la cucina mentre Raffaella dichiarava di riposarsi nella propria stanza.

Aveva pesato ogni grammo, aveva setacciato la salsa, decorato ogni piatto come una festa. Voleva dimostrare a se stessa che non era solo lennesima figura di passaggio, la ragazza di Andrea, ma la padrona di casa, capace di accogliere come si deve.

Ma bastava un momento, una mezzora passata in bagno a sistemare il trucco, e la professionista aveva occupato il campo.

Lucia, che cè? la voce di Andrea comparve in cucina, allegro, rilassato dal vino. Mamma, lanatra era uno spettacolo! Lucia, ti sei superata, davvero. Non sapevo fossi così in gamba.

Lucia si girò lentamente verso il marito.

Non ero io, Andrea.

In che senso? Sgranò gli occhi.

Letterale. Tua madre ha buttato quello che avevo cucinato e ha fatto tutto lei. Quello che avete mangiatodal salato allarrosto, tutto era opera sua.

Andrea ammutolì un istante, gli occhi rimbalzavano dalla moglie alla madre. Raffaella, dietro di lui, lucidava con zelo maniacale una superficie già scintillante.

Dai, Lucia, cercò di abbracciarla, ma lei si scostò bruscamente. Voleva solo aiutare. Lo sai, per lei la qualità viene prima di tutto.

Alla fine, che importa chi stava ai fornelli, se la serata è stata un successo?

Ecco, che importa?, sentì le lacrime pizzicarsi negli occhi. La differenza è che in questa casa io non sono niente. Né carne né pesce: arredamento.

Ho pianificato tre giorni per questo menu! Ci tenevo a cucinare per mamma e papà. E tua madre mi fa sempre passare per quella incapace che manco la salsa riesce a fare.

Non ti ha fatto sembrare incapace, intervenne la suocera, piegando con precisione il canovaccio. Non abbiamo detto niente. Loro pensano che sia stato tutto merito tuo.

Ti ho salvato la faccia, Lucia cara. Potevi almeno dirmi grazie, invece di questa sceneggiata da teatro.

Grazie? Lucia rise amaro. Grazie per non aver lasciato spazio nemmeno ai miei errori? Nella miano, nella vostra casa…

Nella mia casa, tagliò Raffaella con voce piatta e monumentale. È casa mia, Lucia. E nella mia cucina, pietanze discutibili non sono ammesse.

Di nuovo quiete. In soggiorno solo il borbottio sordo della tivù e la voce di suo padre, che raccontava qualcosa a sua madre tra risate e ricordi lontani.

Loro erano felici. Pensavano che la figlia avesse brillato. Ma lei si sentiva come se le avessero dato uno schiaffo in piazza e poi strofinato la ferita con sale.

Lucia lasciò la cucina senza dire nulla. Passò davanti ai genitori.

Mamma, papà, scusate, non mi sento bene. Mi fa male la testa. Andrea vi accompagna, va bene?

Lucia, ma che dici? la madre, in ansia, si alzò dal divano. Lanatra era divina, forse ti sei affaticata troppo in cucina? Che lavoraccio!

Sì, rispose Lucia, fissando un punto vago sopra la spalla materna. Molto. Basta, non cucinerò più.

Si chiuse nella camera matrimoniale e si lasciò cadere sul bordo del letto. Un pensiero pulsava, ossessivo, come la campana di una chiesa spersa in montagna: «Non può più andare avanti così».

Era da sei mesi che coabitavano temporaneamente nella casa di Raffaella Montanari, risparmiando per il mutuo.

Ogni volta che acquistava la spesa, Raffaella storceva il naso sui prodotti:

Dove hai preso questi pomodori? Sembrano di plastica. Li usano per i set televisivi, non nelle insalate vere.

Se Lucia provava a friggere le patate, la suocera sospirava pesante quasi assistesse a sacrilegio culinario.

Alla fine Lucia aveva smesso di mettere piede in cucina quando Raffaella era presente.

Ma stasera doveva essere il suo trionfo, ed era diventata una disfatta.

La porta si aprì piano. Entrò Andrea.

Sono andati via. Tutto sommato è andata bene, a parte il tuo scatto. Mamma ha esagerato, parlerò con lei

Non serve parlare, lo interruppe Lucia, mettendosi a tirar fuori la valigia dallarmadio.

Che fai?

Mi preparo. Torno dai miei. Adesso.

Dai, Lucia, per unanatra? Sul serio? È solo una cena!

Non è solo cibo, Andrea! si voltò di scatto, stringendo il suo maglione preferito tra le dita. È rispetto. Tua madre mi tratta come una piccola appendice fastidiosa che rovina il suo mondo perfetto.

E tu lasci fare: Mamma vuole il meglio, mamma è una professionista E io? Io sono tua moglie, o unapprendista senza paga nella sua cucina?

Non voleva offenderti, è fatta così. Ha passato una vita tra ristoranti, per lei tutto deve essere impeccabile.

Allora vivete il vostro mondo impeccabile. Io voglio una casa dove sia lecito sbagliare la zuppa o bruciare una frittata, senza che qualcuno butti via la mia fatica appena lavo i capelli.

E dove andrai? Andrea cercò di prenderle il braccio. È notte, parliamone domani con calma.

No. Se resto fino a domani, mi sveglierò col caffè fatto male.

Non ce la faccio più, Andrea. O domani cerchiamo da subito un bilocale da affittare, anche una camera sgarrupata in periferia, oppure non lo so.

Ma i soldi? Stiamo risparmiando. Un altro po e ci facciamo il mutuo per la nostra casa.

Perché buttare euro in affitto? Resistiamo ancora qualche mese.

Lucia lo guardava come chi vede un viso sconosciuto. Nei suoi occhi nessuna traccia del proprio dolore, solo numeri e la speranza che il problema si risolva da solo.

Qualche mese? sorrise amaro. E cosa resta di me? Sto diventando unombra qui.

Infilò le prime cose in valigia: biancheria, beauty, magliette. La cerniera fece resistenza, come se pure la borsa fosse stanca.

Quando uscì sul pianerottolo, Raffaella era lì, in piedi, le braccia conserte e la solita aria glaciale da generale a riposo.

La grande uscita di scena? Atto terzo della tragedia Genio culinario incompreso?

No, signora Montanari, rispose Lucia mentre si allacciava gli stivali. Questo è il finale. Ha vinto lei. La cucina è tutta sua: butti pure le mie spezie che magari non sono alla sua altezza.

Lucia, piantala! Andrea inseguì la moglie. Mamma, dille qualcosa!

Cosa dovrei dire? Raffaella si strinse nelle spalle. Se una ragazza per una pentola è pronta a lasciare la famiglia, forse non era una vera famiglia.

Alla mia età, sapevo imparare dagli anziani. Oggi sembrano tutti orgogliosi e personalità

Lucia non ascoltò il seguito. Raccolse la borsa e scese.

Laria della sera, tagliente, profumava di libertà. Camminava verso lascensore, lasciandosi dietro i dialoghi soffocati di Andrea e la madre: voci ovattate di una commedia assurda.

***

Per una settimana Lucia visse coi genitori: si muoveva nella casa come su un palcoscenico, ricevendo solo gesti morbidi, nessuna domanda di troppo.

La mamma sospirava spesso, riempiendo il piatto di Lucia di crêpes casalinghe quelle vere, semplici, non confit o demiglace, solo buone.

Andrea chiamava ogni giorno: prima arrabbiato, poi supplicante, infine promettendo di parlare seriamente con la madre. Al quinto giorno venne di persona.

Lucia, torna aveva laria devastata, le occhiaie profonde, la camicia stropicciata. Mamma sta male.

Lucia si bloccò con la tazzina in mano.

Che succede? Ancora la pressione alta?

No, si sedette e si coprì la faccia con le mani. Sembra un virus micidiale. Da tre giorni la febbre non scende da quaranta.

Ora dorme, ma Lucia, non reagisce più. Non mangia. Dice che il cibo non ha sapore. Nulla.

In che senso? Il gusto è scomparso?

Tutto. Dice che mastica carta. Che non sente gli odori. Per lei tu puoi capire.

Ieri le si è rotta la boccetta delle sue spezie preferite: non sentiva più laroma. È rimasta seduta sul pavimento, piangendo. Non lho mai vista piangere così.

Un gelo cadde sullira che Lucia aveva nutrito per una settimana.

Si ricordò labitudine di Raffaella di annusare il caffè ogni mattina come fosse aria di vita, e solo allora iniziare la giornata.

Per una donna che vive di sfumature, di equilibrio al millimetro, di estasi per lalloro fresco, perdere i sensi era come diventare cieca.

Ha chiamato il dottore? chiese Lucia sottovoce.

Sì. Dicono che può tornare tra una settimana, un anno, o mai più. Si è chiusa in camera. Dice che se non sente il sapore, non esiste.

Lucia fissava fuori il lampione proiettava fiocchi di neve sugli alberi. Immaginò la suocera, la generalessa delle cucine, ora sola nella sua cucina perfetta, incapace di distinguere la vaniglia dallaglio. E fu paura vera.

Lucia, non ti chiedo di tornare per me Andrea la guardava con occhi spenti , tu sei la sua unica speranza. Nemmeno lo ammetterà, per orgoglio. Ma ieri vedeva la tua mensola vuota nel frigo.

Il giorno dopo Lucia tornò. Non per perdonare, ma per una strana lealtà sospesa: dopotutto, Raffaella era parte della sua vita, ruvida come un fico dindia.

Lodore in casa era strano, quasi di nulla. Nessuna fragranza di dolci o verdure in umido. Solo polvere e malinconia.

Lucia entrò in cucina. Raffaella era seduta al tavolo, invecchiata di dieci anni. I capelli, di solito ordinati, raccolti alla meglio. Davanti a sé solo una tazza di tè, fredda come il marmo.

Buonasera, signora Raffaella, disse Lucia piano.

La suocera sobbalzò, sollevando lo sguardo.

Sei venuta a prenderti gioco di me? un filo di voce spenta. Avanti, cucina la tua suola: tanto non noterò la differenza con il filetto.

Lucia lasciò la borsa e savvicinò. Vide le mani della suocera, di solito precise come bisturi, tremare leggere.

Non sono qui per questo. Sono venuta per cucinare insieme.

A che scopo? Raffaella guardava il vetro, come se attendesse che Venezia o Roma le parlassero. Non sento nulla. È come se avessero spento i colori e le note della vita.

Mangio pane: cotone. Bevo caffè: acqua calda. A che serve cucinare?

Lucia inspirò a fondo.

Servirà perché potrò essere io il suo gusto e il suo naso. Lei mi guiderà, io assaggerò.

Raffaella ridacchiò amaro.

Tu? E come distinguerai il timo dalla maggiorana?

Me lo insegni. Lei è la vera maestra. Oppure si arrende?

La suocera taceva. Alla fine, le occhi silluminarono per un istante: fiera, puntigliosa, ma presenti.

Non sai nemmeno reggere il coltello brontolò. Ti taglierai subito.

Se succede, le chiederò il cerotto, accese il frigo. Cè uno spezzatino da fare? O preferisce il ragù?

Raffaella si alzò lentamente, toccando i fornelli come a chiedere la benedizione.

Per spezzatino, rosolatura perfetta. Non bruciare, non lessare. Tu invece, rischi di far tutto in brodo.

Sarà lei a controllareio solamente taglio. Ma senza insulti: sono apprendista, non sacco da pugni.

Raffaella si sedette. Lucia impugnò il coltello, non senza goffaggine.

Cambia la presa! la suocera scattò. Pollice in alto, indice a lato.

Non travolgere la carne: lavora di polso. La carne sente la lama.

Lucia obbedì.

Così va?

Meglio. A cubetti, tre centimetri, né più né meno. Se no cuociono male. Ricordalo: la base.

Così ebbe inizio quella strana lezione. Lucia tagliava, saltava, ascoltava. Raffaella guidava, le narici increspate dal vuoto; il viso segnato dal dolore per lassenza di profumi.

Ora il vino, ordinò la suocera. Sfuma e lascia evaporare lalcol.

Lucia aggiunse il vino: la padella sibila. Unondata, profumata e ricca, salzò nellaria come tra i filari duva dopo la vendemmia.

Comè lodore? chiese pianissimo Raffaella.

Lucia chiuse gli occhi.

Odora come lautunno quando alla prima pioggia spuntano i funghi in collina. Acidulo, con un ricamo di dolce.

Raffaella chiuse gli occhi, le labbra muovevano le parole di Lucia, di memoria inebriante.

Tannini, sussurrò. Ora un pizzico di zucchero. Per bilanciare.

E ora? Lucia assaggiò la salsa. Buona, manca una nota Qualcosa di pungente.

Senape, disse Raffaella, senza guardarla. Solo unombra, punta di coltello, quella di Digione. Rende tutto profondo.

Lucia aggiunse, assaggiò e si illuminò.

Ma è tutta unaltra cosa! Come fa? Non può assaggiare!

Raffaella sorrise, per la prima volta.

Memoria, Lucia. Il gusto non sta solo sulla lingua: nella testa ho una biblioteca culinaria infinita.

La sera la trascorsero lì. Quando Andrea tornò trovò una pentola fumante in tavola.

Ma che profumini! Mamma, sei guarita?

Raffaella, sfinita ma serena, rise.

Ho solo diretto. Lucia ha cucinato.

Andrea fissava la moglie, incredulo. Lucia gli lanciò una strizzatina docchi, asciugandosi le mani al grembiule.

Siediti e mangia. E non azzardarti a dire che è salato: ogni granello è stato pesato.

Andrea divorava già il bis quando, nel silenzio, Raffaella mormorò:

Sai, Lucia perché ho buttato via lanatra quella volta?

Lucia si immobilizzò.

Perché?

Raffaella la fissò: lì dentro, per la prima volta, Lucia scorse paura. Una semplice, fragile paura umana.

Perché se ti fosse riuscita alla perfezione, io non sarei più servita a nulla.

Mio figlio ha una vita sua, una donna sua. Io sono solo una cuoca. Se non cucino, non esisto. Diventerei solo una vecchia inutile che occupa una stanza.

Ho voluto dimostrare che senza di me non si fa. Che la regina sono io.

Lucia appoggiò piano il piatto, mai laveva vista così. La suocera che le era apparsa sempre una montagna di granito si rivelava solo una donna impaurita, attaccata alle pentole come fossero unancora.

Non sarà mai inutile, signora Raffaella, mormorò Lucia, sedendosi a fianco e ponendo la mano sopra la sua. Chi altrimenti mi insegnerà a impugnare bene un coltello? Ho capito che non so proprio niente di cucina.

Raffaella si soffiò il naso e in un lampo tornò con la sua aria battagliera.

Già. Le mani sono ancora tutte storte. Domani impariamo la crema pasticcera. Se metti ancora addensanti, ti caccio.

Lucia ridacchiò.

Affare fatto. E quando saremo pronte, voglio la ricetta segreta della sua torta millefoglie.

Vedremo come ti comporti, borbottò la suocera, ma intanto la sua mano avvolgeva quella di Lucia in una calda, minuscola tregua.

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