Guarda, ti devo raccontare una cosa che ancora mă roade. É una di quelle storie amare, dove gelozia ti mangia pe dinăuntru fino când nu mai rămâne nimic. S-a întâmplat tutto în acea seară când l’amore mio, Francesca, a sceso dall’auto di un altro uomo. La scena mi è rimasta în minte come un film pe care nu-l poți oprire.
Stavo seduto accanto alla finestra del salotto, stringendo un bicchiere di grappa così forte che avevo le nocche bianche. L’orologio appeso al muro faceva tic tac in modo insopportabile, ogni secondo sembrava infinito.
Era tardissimo. Ormai sarebbe dovuta essere a casa da un bel po’.
Poi, ho visto i fari sotto casa.
Una BMW nera, lucidata di fresco, si è fermata davanti al portone. Ho bloccato il respiro. Al volante, un uomo elegante, alto, un completo scuro, uno sconosciuto.
La portiera si è aperta.
Ed è scesa lei, Francesca.
Mi si è stretto lo stomaco. Sorrideva e non di quel sorriso tirato che mi aveva abituato negli ultimi tempi. Era un sorriso vero, caldo, di quelli che non le vedevo più da mesi. Si è chinata verso il guidatore, ha detto qualcosa, e lui… ha riso. Tranquillo, complice.
Dopo qualche secondo, ha chiuso la portiera ed è salita verso casa, mentre la macchina ripartiva.
Sentivo il sangue che mi bolliva.
Da quanto andava avanti? Quante volte avevo dormito sereno, mentre lei tornava dalla macchina di un altro?
La porta di casa si è aperta e Francesca è entrata, lanciando la borsa sul tavolo come niente fosse.
“Chi era quello?” Le mie parole sono uscite rotte, basse.
Si è fermata di colpo, sorpresa. “Cosa?”
“L’uomo nella macchina. Chi era?”
Ha sospirato, stanca. “Madonna, Matteo. Era il marito di Giulia. Mi ha solo riaccompagnata a casa dopo cena. Stai bene?”
Ma io ormai non sentivo più nulla.
La mente era annebbiata, piena de suspetti, voci care nu le poți oprire.
Non so nemmeno come, mi sono ritrovato con la mano alzata.
Lo schiaffo che le ho dato ha rotto la calma della stanza.
Si è portata la mano al volto, un filo di sangue le è spuntato dal lato del naso.
É calato un silenzio pesante.
I suoi occhi, spalancati, per la prima volta mi hanno guardato con paura. Ma una paura vera.
Il cuore mi è precipitato nello stomaco.
Avevo superato ogni limite.
E di lì, non si poteva più tornare indietro.
Francesca non ha urlato, non ha pianto. Non ha detto nulla. Ha preso il cappotto dalla sedia, è uscita e basta.
La mattina dopo, sul tavolo divorzio: avvocato, carte bollate.
Ho perso tutto anche mio figlio, Luca.
“Ho sopportato la tua gelosia per anni,” mi ha detto durante l’ultimo incontro, la voce algida, prosciugata dalla delusione. “Ma la violenza non la tollero.”
L’ho supplicata di perdonarmi. Le ho giurato che non sono così. Che è stato un errore, che non succederà mai più.
Non è servito a nulla.
Poi la mazzata finale in Tribunale ha detto che ero violento anche con nostro figlio.
Una bugia. Una bugia schifosa. Non gli ho mai alzato la voce, non l’ho mai sfiorato con rabbia.
Ma chi mi avrebbe creduto? Uno che ha alzato la mano sulla moglie?
Il giudice non ha esitato un secondo.
Lei, affidamento totale.
Io? Solo qualche ora a settimana. Un incontro, in luogo neutro.
Niente casa, niente tutte le mattine a preparargli la colazione, niente serate ad addormentarlo.
Per sei mesi ho vissuto solo per quelle ore.
Per quegli attimi in cui Luca mi correva incontro ridendo, mi abbracciava, mi raccontava storie.
Poi però dovevo lasciarlo andare. Guardarlo mentre si allontanava. Restare da solo.
Finché un giorno, in mezzo alle sue macchinine, mi ha detto qualcosa che mi ha fatto gelare il sangue.
“Papà, ieri sera la mamma non era a casa. É venuta una signora a stare con me.”
Mi sono irrigidito.
“Una signora? Che signora?” ho chiesto. Cercavo di parlarle calmo.
“Non lo so. Viene sempre quando la mamma esce la sera.”
Il cuore mi è saltato in gola.
“Dove va la mamma?”
Lui ha scrollato le spalle: “Non mi dice.”
Le mani mi tremavano.
Ho dovuto indagare. Dovevo sapere la verità.
Quando l’ho scoperto, mi si è chiuso tutto davanti agli occhi.
Francesca aveva preso una babysitter.
Mentre io supplicavo di vedere ogni secondo mio figlio, lei lo lasciava a una sconosciuta.
Le ho subito telefonato.
“Perché lasci il nostro bambino a una sconosciuta, quando ci sono io?”
Il tono freddo, distaccato. “Perché è più semplice così.”
“Più semplice?! Sono suo padre! Se tu non ci sei, deve stare con me!”
Ha sospirato. “Matteo, non posso portarlo ogni volta da te quando ho da fare. Non si tratta di te.”
Ho stretto il telefono così forte che temevo di romperlo.
Che cosa potevo fare? Denunciarla? Combattere per laffidamento? E se perdevo ancora?
Basta un errore.
Un solo momento di debolezza.
E perdi tutto.
Ma mio figlio?
Lui no, non lo perderò.
Per lui, lotterò fino alla fine.
Perché lui, Luca, è tutto quello che mi resta.






