Facevo la nonna gratis, ma mi hanno presentato un elenco di lamentele sull’educazione dei nipoti: Pranzi senza glutine, regole ferree e KPI familiari – Ecco come ho ritrovato me stessa e rimesso i paletti tra l’amore e lo sfruttamento in famiglia

Mi ritrovavo a badare ai miei nipotini senza prendere un euro, quando allimprovviso ho ricevuto una lista di rimproveri sul mio modo di crescerli.

Ma dai, mamma, di nuovo! Hai ridato loro quei biscotti confezionati! Avevamo detto: solo quelli senza glutine della pasticceria su via Garibaldi, la voce di Bianca, mia figlia, vibrava di esasperazione, come se si fosse consumato un delitto e non la merenda di due bambini di cinque anni. Lì dentro cè solo zucchero e grassi! Vuoi che a Mattia torni la dermatite? O che Andrea impazzisca proprio prima di andare a letto?

Restavo seduta, Sora Giulia ormai la chiamavano tutti così al paese sospirando mentre ripulivo le briciole con la mano. Mi veniva da ribattere che quei famosi biscotti senza glutine, costosi come una borsetta di Gucci, i bambini li avevano definiti cartone e rifiutati in blocco, mentre i classici biscotti di Prato li avevano divorati con gli occhi felici. Ma mi trattenni. Da tempo preferivo il silenzio per non alimentare lennesima discussione pronta ad esplodere.

Bianca, la mia unica figlia, restava immobile in cucina nel suo rigoroso tailleur, fissando di continuo lorologio. Era visibilmente in ritardo su una riunione decisiva, eppure la lezione sullalimentazione sembrava più urgente del traffico mattutino.

Erano affamati dopo la passeggiata, Bianca, provai a spiegare con dolcezza mentre lavavo le tazzine nel lavandino. Hanno lasciato il passato di verdura, hanno becchettato il secondo… Avevano solo bisogno di energia.

Energia, mamma, viene dai carboidrati complessi, non dallo zucchero! mi tagliò. Afferò la borsa. Vabbè, io vado. Paolo tornerà per le otto. Per favore, assicurati che finiscano gli esercizi della logopedista. E niente tablet! Controllo la cronologia appena torno.

La porta sbatté chiudendosi e lasciando dietro una scia di profumo costoso e tensione sospesa nellaria. Mi accasciai sulla sedia, le vertebre mi bruciavano di fatica. Sessantadue anni portati tutti, da due avevo lasciato il lavoro di ragioniera sotto consiglio insistente di mia figlia e mio genero per dedicarmi ai nipoti: Mattia e Andrea.

A cosa serve lavorare, mamma? lodava Paolo, il genero. Noi guadagniamo per il mutuo, abbiamo bisogno di te come base. Prendere una tata è un azzardo, chi si fida? E ti costa un occhio. Così tu tieni i bimbi, noi pensiamo al resto e non ti devi scomodare sui mezzi ogni mattina.

Allinizio sembrava perfino allettante. Adoravo i miei nipotini, la fatica coi numeri mi aveva stancato. Sognavo parchi, fiabe, pasta di sale. Invece la realtà era cambiata.

Da tempo la mia giornata lavorativa cominciava alle sette. Dalla mia casetta facevo attraversare mezza città, fino alla palazzina nuova di Bianca e Paolo, per essere lì al risveglio dei bambini. Loro partivano presto e tornavano la sera. Ogni cosa scuola, sport, medici, lavatrici gravava su di me. Mattia era un terremoto di cinque anni, Andrea un treenne volubile con la mania del faccio io.

La sera scorreva nel solito copione. Costruivamo castelli di Lego mentre tentavo di insegnare a Mattia la differenza tra ci e gi, come richiesto dalla logopedista. A cena la solita lotta: i broccoli sempre sconfitti dalle salsicce che, ovviamente, preparavo di nascosto abbattuta dallo sguardo affamato. Poi bagnetto, fiaba, e metterli a letto. Quando Paolo entrava dalla porta, io stavo già crollando.

Paolo, un uomo alto con la fronte costantemente corrugata, si infilava in cucina, annuiva e frugava nel frigorifero.

Bianca ancora non è rientrata? domandava, masticando un panino.

Riunione, è in ritardo, rispondevo raccogliendo la mia borsa. Paolo, vado, se perdo lultimo autobus mi tocca prendere il taxi, e adesso costano come il tartufo.

Sì, sì, grazie mille, biascicava senza guardarmi, gli occhi già sul cellulare. Chiudi bene la porta, che la serratura fa i capricci.

Sul bus vuoto, le luci di Firenze scorrevano fuori dai vetri e mi sentivo simile a una lavastoviglie che, dopo il ciclo, nessuno si cura di spegnere. Nessuno mi chiedeva come stavo, se quel cuore stanco ce la faceva ancora con i cambi di tempo.

Il clima esplose nel weekend. Di solito il sabato e la domenica mi dedicavo a me stessa dormivo, sistemavo casa. Ma venerdì sera Bianca mi chiamò.

Mamma, ascolta… il tono troppo cordiale …abbiamo deciso di convocare un consiglio di famiglia, domenica ora di pranzo. Cè da parlare seriamente.

Il cuore mancò un colpo. Che sarà successo? Soldi? Salute?

Domenica arrivai con una crostata di ricotta e mele la preferita di Paolo. Latmosfera sembrava quella di uno studio notarile. I bambini spediti a vedere i cartoni in cameretta (di solito regolamentatissimi), noi adulti seduti alla tavola grande.

Paolo accese il portatile, Bianca sistemò un blocco dappunti. Io appoggiai la crostata sul bordo, fuori luogo tra gadget e facce tese.

Mamma, io e Paolo abbiamo analizzato lultimo semestre, Bianca fissava il notes, non me. Occorre sistematizzare leducazione dei bimbi. Ci sono errori che proprio non vanno bene.

Quali errori? chiesi sentendo le mani gelarsi.

Abbiamo fatto una lista, intervenne Paolo ruotando verso di me lExcel acceso. Prendila come critica costruttiva per ottimizzare il processo.

Strizzai gli occhi. Una tabella a colori, griglie ordinate, voci incolonnate.

Vedi subito: Primo punto, alimentazione. Tu sgarri sempre, dai ai bambini dolci, pizza, crostate. È uno shock glicemico. Pretendiamo che si rispetti la dieta appesa al frigorifero. Zero eccezioni.

Ma le polpette al vapore non le vogliono, Bianca! Sono bambini, hanno bisogno di cose buone…

Le abitudini si formano da piccoli, mi interruppe Paolo con voce manageriale. Punto due: orari. Settimana scorsa Andrea a letto alle 21:30 anziché 21:00. Una mezzora rischia di rovinare la produzione di melatonina. No, non va bene.

Mi ricordai quel giorno: Andrea si lamentava per il mal di pancia, lavevo cullato a lungo, cantando nenie, fino a vederlo addormentarsi sereno.

Terzo: istruzione, continuò Bianca decisa. Mattia confonde ancora i colori in inglese. Non lavori coi cartoncini che ti ho comprato? È fondamentale per lo sviluppo cognitivo.

Ma ha cinque anni! alzai la voce. Deve anche giocare, non fare luniversità. Insieme leggiamo e raccogliamo pigne al parco…

Le pigne sono superate, ribatté Bianca. E poi, la disciplina. Li vizii. Ci trattano come bambolotti. Devi essere più rigida. Niente dolci, punizioni, sedia allangolo. Tu, invece, li consoli. Non professionale.

Quella parola mi ferì come una coltellata.

Ultimo punto, Paolo scorse la tabella. Ho preparato il piano settimanale, con indicatori di performance. Se Mattia non avrà progressi in inglese, dovremo pagare un insegnante. Sono costi aggiuntivi che pesano sulla famiglia. Dai per scontato che tu possa farcela.

Silenzio. Guardavo la crostata ormai fredda, gli occhi assenti dei miei cari, trasformati in rigidi datori di lavoro davanti a una dipendente inadempiente. Nella mente scorrevano fotogrammi di fatiche, notti insonni, giochi infiniti e soldi risparmiati per comprare giocattoli educativi.

Ho sempre pensato che fosse amore. Famiglia. Ora sembravo semplicemente un outsourcing gratis che non soddisfa la tabella di marcia.

La stanza era muta, solo i cartoni nella cameretta rompevano limmobilità.

Dunque… una lista di rimproveri? chiesi a bassa voce, senza tremare.

Mamma, non dire così. Sono punti di crescita, corresse Bianca. Vogliamo solo uneducazione sistemica.

Capisco, annuii, alzandomi lentamente. Paolo, mandami il file via mail. Lo studierò bene.

Lui, sollevato, si affrettò a rispondere.

Certo, te lo invio subito!

Adesso, ascoltate me, dissi raddrizzando le spalle, la voce sicura. Anni da ragioniera insegnano un certo sangue freddo. Avete ragione, tutto devessere professionale. Un lavoro va regolamentato.

Mi avvicinai alla finestra, osservando i motorini accatastati.

Cercate una persona che sia insegnante, nutrizionista, cuoca, colf, con inglese fluente, metodo Montessori, disciplina ferrea. Ottimo. Ma vi siete dimenticati un dettaglio.

Quale? Bianca irrigidita.

Il contratto di lavoro e la retribuzione, risposi calma. Siete persone moderne, fate i conti. Una tata tuttofare in Toscana oggi prende almeno 1012 euro lora. Io sono qui dalle 8 alle 20. Dodici ore al giorno, cinque giorni. Sessanta ore a 10 euro sono seicento a settimana. Ovvero 2.400 euro al mese. E questo senza extra, cene o pulizie di gruppo.

Paolo cercò di sdrammatizzare:

Ma Giulia, dai, sei la nonna! Che stipendio?

Nonna, caro, quella la domenica fa crostate, vizia i nipoti e li coccola quando vuole, tagliai secca. Chi riceve liste di obblighi, indicatori di performance e rimproveri… quella è una lavoratrice. E il lavoro si paga. La schiavitù labbiamo abolita da secoli.

Bianca saltò in piedi:

Mamma! Davvero… devi legare tutto ai soldi? Siamo una famiglia! Pensavo che ci aiutassi per amore!

Io li amo più di me stessa, replicai con voce rotta ma ferma. È per amore che mi sono annullata due anni, tra biberon, bronchiti e lamentele vostre. Ho resistito pensando fosse solidarietà familiare. Ma oggi mi avete spiegato: non aiuto, fornisco servizi scadenti. Allora, mi licenzio.

Cosa…? mormorarono in coro.

Sì. Da domani trovatevi un professionista conforme alla vostra tabella, che cuocia broccoli a regola darte, insegni cinese dormendo, imponga la nanna al minuto. Io torno a fare la nonna, occorrenze a parte: solo domenica e con i miei biscotti.

Presi la borsa, aggiustai il foulard.

Mangiate la crostata, è buona. Arrivederci.

Uscendo, il vuoto totale. Solo dopo aver chiuso la porta sentii la voce stridula di Bianca: E adesso? Che facciamo?

Tornai a casa come volando. Avevo paura, ma una leggerezza nuova mi invadeva, come avessi deposto un sacco di pietre. Quella sera, per la prima volta dopo due anni, bevvi una tisana guardando un vecchio film di Totò, con il cellulare spento.

La settimana fu un turbine di chiamate, tra suppliche e sensi di colpa. Io restai ferma.

Ho la pressione alta, Bianca. Riposo prescritto, mentivo serena, sdraiata a leggere un romanzo che mi aspettava da anni. Domani? No, ho la parrucchiera e il teatro con Milena. Ce la fate, siete sistematici.

Ricominciai a vivere, dormii, mi comprai un vestito. I colori del mondo tornavano a galla.

Qualche aggiornamento filtrò: prima avevano fatto a turno, poi avevano preso una tata.

Dopo un mese, come promesso, andai a trovarli di domenica. Caos totale: stivali e cappotti ovunque, piatti in bilico. Mattia e Andrea mi assalirono gridando.

Nonna! Sei qui! Mattia si agganciò al mio collo, Andrea alla gamba.

Dalla cucina emerse una donna massiccia, viso rigido.

Mattia, Andrea! Non si gioca così! Indietro! tuonò, tale da farmi trasalire.

Buongiorno, sono la nonna, mi presentai.

Signora Augusta, la tata, bofonchiò. Niente vizietti, cè la tabella. Ora attività didattiche.

I bambini trascinarono i piedi nella stanza, cupi come condannati. Bianca uscì dal bagno tirata in volto, Paolo piazzato al portatile pure la domenica.

Buona donna? chiesi sottovoce quando Augusta uscì.

Lha mandata lagenzia sospirò Bianca Personale di Lusso, dicono. Conoscenza di tre lingue, referenze da ambasciatori.

E costa?

Duemila, più pranzo borbottò Paolo senza staccare lo sguardo dallo schermo. E mangia come un bufalo. Pretende solo prodotti bio.

Però è professionista, feci io caustica. Vostra richiesta.

Bianca abbassò la testa e si mise a piangere. Silenziosa, distrutta.

Mamma, è un incubo. Li tratta da soldatini. Andrea ha ricominciato a fare pipì a letto. Mattia vuole solo te. Niente cartoni, nemmeno quelli educativi. Lei però sempre al telefono mentre i bimbi fanno puzzle. E abbiamo già cambiato due prima di questa. Ma almeno lei non beve… Peccato che i soldi se ne vadano via come lacqua.

Vedendola così, il cuore che avevo anestetizzato tornò a battere più forte. Ma sapevo che non potevo mollare: bastava cedere, e sarei tornata punto e capo.

Non piangere, le porsi un fazzoletto. Lesperienza costa, ma ognuno deve farla.

Mamma, torna! Dai! Paolo si girò, lo sguardo da cane bastonato. Siamo stati scemi. Che Excel può valere più della nonna? Abbiamo dato tutto per scontato. Perdonaci.

Bianca annuì energicamente, tra i singhiozzi:

Niente più liste. Niente rimproveri. Dacci solo i tuoi biscotti, anche col cioccolato, basta che i bimbi sorridano. E se vuoi ti paghiamo, giuro, anche di più!

Sorseggiai il tè, in silenzio. In camera Augusta strillava per un dado caduto a terra.

Non accetto paghe, scandii Non sono unimpiegata. I soldi rovinano i rapporti. Ma non mi spremerò più.

Tirai fuori un foglio, con le condizioni preparate da casa. Sapevo che sarebbe tornato il discorso.

Ecco le regole: sto coi bimbi tre giorni: martedì, mercoledì, giovedì. Dalle nove alle diciotto. La sera e il weekend sono per me. Lunedì e venerdì arrangiatevi o chiamate qualcun altro.

Accettato! esclamò Paolo.

Poi: niente direttive su come i bimbi devono vivere. Hai avuto una madre, Bianca, e sei venuta su benissimo. Se mi va di dar loro una fetta di torta o guardare Pinocchio, va bene così. Se non va, richiamate Augusta.

Va benissimo, mamma! finalmente Bianca sorrideva.

Terzo punto: rispetto. Se sento anche solo una parola, unocchiata, che insinua non abbastanza professionale, giro i tacchi e me ne vado. Aiuto coi bambini, non sono la vostra colf.

Certo, mamma. Prendiamo la donna delle pulizie. Abbiamo capito tutto.

Allora siamo daccordo, sorrisi. E adesso licenziate quella signora. Mi si stringe il cuore sentirla strillare ad Andrea.

Quando Augusta se ne andò sbuffando e pretendendo pure la penale (che Paolo pagò solo per liberarsene), tornò il silenzio in casa.

Nonna! Andrea corse e mi abbracciò la pancia. Quella signora è andata via? Era cattiva!

Via, non tornerà più.

Allora facciamo i biscotti insieme? Mattia mi fissava speranzoso.

Sì, ma solo martedì! Ora leggo una storia e poi nonna va a riposarsi. Anche oggi è festa per me.

Quella sera Paolo chiamò un taxi di lusso per me. Bianca mi riempì un sacchetto con le leccornie lasciate dalla tata. Il saluto fu caldo, come una lunga partenza.

Dietro il finestrino dellauto guardavo la città scorrere nel buio e sentivo che sarebbe stata dura, che magari ci sarebbero stati ricadute e fatica, ma ora avevo la corazza. Mi conoscevo il vero valore, e ora lo avevano capito anche loro.

A volte basta andarsene per farsi riconoscere davvero. Lamore è meraviglioso, ma i confini sani lo rendono più forte. I fogli Excel lasciateli in ufficio. I metodi della nonna invece funzionano da sempre: nessuna tabella li potrà mai misurare.

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