Don Fernando Ruiz uscì sulla veranda, sostenendosi con il suo bastone di legno.

Caro diario,
sono uscito sulla terrazza del palazzo di Via San Marco, appoggiato al mio bastone di legno. Laria profumava di gelsomino e di mare. Dietro di me stava la signora Ginevra Rossi, eretta, con un delicato pendente al collo e quello sguardo gelido di chi è abituata a non mostrare il dolore.

Mi scusi, signore disse con voce pari, fredda. Non offriamo lelemosina. Se ha bisogno di aiuto, rivolgersi alla chiesa.

Luomo sulla sedia a rotelle alzò lo sguardo con lentezza. I suoi occhi, profondi, stanchi ma gentili, incontrarono i miei. Per un attimo Ginevra rimase immobile; qualcosa in quel sorriso le sembrò familiare.

Non vengo per denaro, signora sussurrai. Volevo solo vederla. Una sola volta.

La serva si affrettò a chiudere la porta, ma Ginevra alzò una mano.

Che entri.

Il salotto odorava di cera dapi e di caffè. Il pavimento di marmo brillava sotto la luce dei lampadari.

Io, Alessandro, spingevo lentamente la sedia, come se ogni movimento pesasse quanto una vita.

Ha servito nellesercito? chiese Fernando, il signore anziano, con tono cupo. O è stato un incidente?

È stato un incidente in cantier rispose lui, calmo, mentendo. Paralisi. Un vecchio pescatore mi trovò quando ero bambino. Non ricordavo nulla solo un nome inciso sul braccialetto.

Ginevra si avvicinò un po, linteresse traspariva nella sua voce.

E perché è venuto qui?

Ho letto sui giornali una vecchia storia di un ragazzo scomparso. Suo figlio. Io avevo otto anni allepoca, nello stesso luogo, nello stesso anno inspirò. Forse il destino mi ha preso in giro.

Fernando mi guardò sospettoso.

Vuole dire che è nostro figlio? il tono diventò affilato. Non è la prima volta che ci si presenta con una storia del genere.

Non vengo a chiedere soldi, signore. Né riconoscimenti. Volevo solo sapere se nel suo cuore cè ancora un posto per quel bambino.

Estrasse dal suo grembo un piccolo sacchetto e lo aprì. Dentro cera un braccialetto arrugginito, con il nome Alessandro graffiato.

Ginevra coprì la bocca con una mano. Gli occhi le si riempirono di lacrime.

Non non può essere sussurrò. Lo abbiamo seppellito

Una bara vuota mormorai.

Alessandro balzò.

Basta! gridò. Allontanatevi! Non sapete cosa ha attraversato questa famiglia! Non permetterò che riapriate queste ferite!

Alessandro cercò di fermarlo Ginevra.

No! agità il bastone contro il pavimento.

Io chinai la testa.

Scusi, ho sbagliato.

Girai la sedia e uscii lentamente. Solo il cigolio delle ruote riecheggiò nella grande dimora.

Nel cortile mi fermai vicino alla fontana. Tirai fuori una busta intestata Per la signora Ginevra Rossi e la posai sul gradino di pietra.

Non mi accorsi che dalla finestra mi osservava una giovane donna Lucia, la figlia di Ginevra.

Dopo il mio allontanamento, Ginevra aprì la busta.

Dentro cerano foto: dal giorno dellincidente, dalla riva dove un tempo fu scoperto un piccolo e spaventato sagoma di ragazzo, con il braccialetto al polso.

Cera anche un biglietto:

«Non cerco perdono. Non voglio nulla. Volevo solo farvi sapere che sono vivo. E che voi due eravate il mio unico sogno.»

Ginevra piangeva in silenzio.

Alessandro sussurrò. È lui. Riconosco quegli occhi.

Coincidenza lo interruppe. Non permetto a questuomo di distruggere la nostra vita.

Che vita, Alessandro, se è costruita su una menzogna? rispose lei a bassa voce.

Due giorni dopo, Lucia si recò ad Alghero.

Lo trovò al molo, a sistemare le reti. Lui non la guardò, ma disse:

Non dovevi venire.

Pensavi che non avrei riconosciuto tuo fratello? replicò.

Alzò lo sguardo. Quegli occhi, uguali a quelli della madre, erano limpidi, forti, incrollabili.

Non volevo disturbare. Voi avete la vostra vita. Io sono solo un forestiero.

Lucia si inginocchiò accanto alla sedia e afferrò la sua mano.

Siamo tutti forestieri finché non decidiamo di tornare a casa.

Alessandro non reggeva più le lacrime trattenute per anni; scivolavano sul suo volto.

Quando tornarono a Napoli, Ginevra li aspettava davanti al portone.

Alessandro è in ospedale disse. Vuole vederti.

Nella stanza dospedale suo padre giaceva pallido e stanco. Non appena lo vide, tolse la maschera dossigeno.

Ero un codardo disse con voce rotta. Temevo che fossi tornato per vendetta. Ma tu cercavi solo affetto.

Alessandro afferrò la sua mano.

Volevo solo tornare a casa.

Fernando sorrise, per la prima volta da anni.

Benvenuto, figlio mio.

Una settimana dopo, nella casa dei Rossi riecheggiava di nuovo il riso.

Dalla terrazza si diffondeva laroma di caffè e di mandorle tostate. Ginevra mise il braccialetto arrugginito in una cornice di vetro.

Nel giardino Alessandro restaurava una vecchia barca che aveva portato da Alghero.

Perché lhai presa? ridacchiò Lucia.

Perché mi ricorda che il mare non porta via tutto. A volte restituisce, se sai aspettare.

Alla porta apparve Fernando, appoggiato al suo bastone.

La famiglia non è ciò che resta, disse piano. Ma ciò che non lasci che se ne vada.

Alessandro mi guardò e annuì. Sapevo che il cammino era finito.

Quindici anni dopo, nella sera tranquilla, sussurrai le parole che sembravano una preghiera:

A casa finalmente a casa.

Ho imparato che il vero legame non è quello che si misura con il sangue, ma quello che si costruisce con il perdono e la pazienza.

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Don Fernando Ruiz uscì sulla veranda, sostenendosi con il suo bastone di legno.