In una fredda mattina dinverno, la giovane **Bianca**, con la sua veste logora e la pancia rotonda di gravidanza, si accoccolava al confine tra via dei Fori e il marciapiede di una Roma dimenticata. Il suo vecchio flauto scintillava al sole, un raggio di speranza tra i rifiuti della città. Nonostante il freddo pungente, il suo spirito rimaneva intatto.
I passanti la fissavano, alcuni curiosi, altri sussurravano; Bianca sorrideva e suonava. La melodia, dolce e malinconica, si levava sopra il rombo dei tram, facendo sospirare anche i vigili urbani. Per quei minuti, non era una donna senza tetto: era solo Bianca, colei che con la sua musica accarezzava le anime dei passanti. I bambini rallentavano il loro passo, le auto si fermavano un attimo, e la gente, improvvisamente, sembrava ascoltare.
Ogni moneta che tintinnava nel suo bicchiere di latta rappresentava un pasto: a volte pane, a volte riso dal venditore del mercato. Quello era abbastanza per lei e per il piccolo essere che cresceva dentro di lei. Dopo ore di suono, Bianca posò il flauto, accarezzò la pancia e sussurrò, Hai suonato bene, piccolina. Domani forse ci troviamo al parco.
Il suo sorriso si spense quando, allimprovviso, il fruscio stridente di pneumatici rotti lacerò il brusio della strada. Una limusina nera sfrecciò verso il marciapiede. Le porte si spalancarono e due uomini spinsero una bambina non più di sei anni, vestita di un cappotto costoso, sulla corsia di traffico. La piccola cadde, piangendo disperata, mentre la limusina scattò via, sparendo tra le auto.
Bianca, senza pensarci, lasciò la coperta, il flauto e il bicchiere, e corse. I suoi stivali sfrigolarono sul selciato, un autobus suonò il clacson a distanza pericolosa. Raggiunse la bambina appena in tempo, la strinse forte, cercando di calmerla. Stai bene, stai bene, bisbigliò, sei al sicuro ora, piccola. La bambina singhiozzò: Mi hanno spinto mi hanno spinto. Il suo viso era ricoperto di lacrime e polvere, il corpo tremava per il freddo.
Bianca notò che la bambina non aveva mangiato da tempo; le mani erano fredde, le labbra pallide. Con dolcezza, le sistemò i capelli e le propose: Andiamo a comprare qualcosa da mangiare. Si avviarono verso una bancarella di strada, dove Bianca spese i pochi spiccioli guadagnati quel giorno per comprarsi un piatto di riso e fagioli. Lì, la bambina divorò il cibo con fame e sollievo. Vai piano, piccola. Il cibo non scappa, le sussurrò Bianca.
Quando il piatto finì, Bianca si chinò e chiese, Come ti chiami? La bambina esitò, poi rispose timidamente, Mi chiamo **Alessia**. Bianca sorrise, contenta del nome. Alessia, sai dove vivi? Chi sono quegli uomini? Alessia scosse la testa. Non ricordo. Voglio solo mio papà. Il cuore di Bianca si strinse; la bambina non doveva essere per strada. Ma Bianca sapeva di non poterla tenere da sola.
Vieni, Alessia, andiamo alla stazione di polizia, qualcuno potrà aiutarci a trovare tuo padre, disse Bianca. Alessia afferrò la mano di Bianca, una mano piccola ma che riempì Bianca di una nuova speranza, come se la madre che non aveva mai conosciuto si fosse risvegliata. Insieme, con passo incerto, si avviarono verso il più vicino commissariato, mentre gli sguardi dei passanti si posavano su di loro: una donna incinta, senza tetto, che stringeva la mano di una bambina vestita di seta.
Allingresso della stazione, Bianca spiegò al vigile tutto laccaduto: la limusina, gli uomini, il salvataggio. Il vigile, incuriosito, chiese il nome completo. Alessia Bianchi, rispose la bimba, mentre il suo respiro si faceva più veloce. Il vigile digitò velocemente al computer, poi chiamò un collega. Pochi secondi dopo, più agenti si radunarono attorno allo schermo.
Bianca trattenne il respiro: Qualcosa non va? Il vigile, con gli occhi spalancati, rispose: No, anzi. Questa bambina è scomparsa da due giorni. Il padre, il signor **Lorenzo Bianchi**, è un noto imprenditore milanese. Ha già sporto denuncia. Bianca rimase con la bocca aperta. Lì, davanti a lei, cera la verità: Alessia era stata rapita.
Il capitano della polizia chiamò subito il signor Bianchi. In pochi minuti, unauto nera si fermò davanti alla stazione. Un uomo alto, in elegante completo scuro, scese e corse verso la porta, gli occhi pieni di disperazione. Alessia! gridò, mentre la bambina, vedendolo, corse verso di lui, abbracciandolo con tutta la forza del suo piccolo corpo. Papà! piangeva, stringendosi a lui.
Il signor Bianchi, con le lacrime agli occhi, ringraziò Bianca. Sei tu quella che lha salvata? chiese, con voce rotta. Bianca annuò, timida. Ho solo fatto quello che chiunque avrebbe fatto. Il signor Bianchi, però, non accettò il gesto di gratitudine. Ti offro una ricompensa, disse, tirando fuori un assegno. Bianca lo scosse subito. Non lho fatto per denaro, replicò, solo per salvare la bambina.
Il signor Bianchi, allora, sorrise: Allora accetta almeno il mio grazie. Come ti chiami? Bianca, rispose con un timido sorriso. Bianca, grazie di avermi restituito il mondo, disse Lorenzo, stringendo Alessia tra le braccia. Prima di andare, la piccola alzò la mano e salutò: Ciao, Bianca! Grazie! Bianca rispose con un addio altrettanto emozionato.
Uscita la stazione, Bianca tornò al suo angolo, dove la luce del lampione disegnavano ombre sulla pietra. Il brusio della città era più lieve, la notte più fresca. Si sedette sul marciapiede, posò il flauto sul cuscino di stoffa e guardò le stelle, sussurrando una preghiera: Grazie, Signore, per avermi dato la forza di salvare una vita. Accarezzò la pancia e sorrise al piccolo cuore che batteva dentro di lei.
Il giorno dopo, il profumo di mais arrostito e il traffico mattutino risvegliarono la città. I venditori di panini e arance riempivano le strade di colori. Bianca, stirata sul suo materasso di cartone sotto il lampione, ripiegò la sua coperta sottile, afferrò la sciarpa, il flauto, e si diresse ancora al suo solito punto, ora più carico di speranza. Il suo bicchiere di latta di nuovo pronto a raccogliere monete. Andiamo, piccolina, sussurrò al nascituro, oggi suoneremo una melodia più luminosa.
Il suo suono, dolce come il canto degli usignoli, fece rallentare la folla. Un ragazzo del binario lanciò una moneta, una donna in un cappotto verde le augurò Dio ti benedica. Bianca rise, continuò a suonare, e la città pareva trattenere il respiro. Il sole divenne più intenso, il caldo avvolse le strade, ma Bianca sentì il peso di quel giorno: Alessia, la piccola ereditiera, era al sicuro.
Un pomeriggio, unauto nera tornò a comparire, quella stessa limusina. Il guidatore scese e aprì la portiera. Bianca! chiamò Alessia, correndo verso di lei, le braccia spalancate. Sei venuta? esclamò Bianca, ridendo mentre la abbracciava. Papà ha detto che oggi ti avrei incontrata, disse la bambina, gli occhi brillanti. Il signor Bianchi, con la camicia bianca e le maniche arrotolate, li guardava sorridente: Buon pomeriggio, è un onore rivedervi.
Accanto a loro, una donna alta e raffinata, **Vittoria**, la moglie del signor Bianchi, uscì dallauto con un vestito elegante senza sforzo e occhiali da sole in testa. Questa è **Vittoria**, la moglie di Lorenzo, presentò il padre. Piacere di conoscerti, disse Vittoria, con un sorriso di porcellana. Bianca, consapevole del suo abito stracciato e delle scarpe consumate, stringeva la mano di Alessia più forte che mai.
Nella villa di Lombardy, i corridoi illuminati da lampade a sospensione accoglievano la nuova famiglia. Il signor Bianchi, con tono serio, chiese a Bianca: Vuoi restare con noi? Hai bisogno di qualcosa? Bianca, col cuore che batteva forte, rispose: Vorrei un posto sicuro dove crescere il mio bambino e una stanza dove Alessia non si senta più sola. Lorenzo, con un gesto gentile, le porse una chiave doro: Questa è la tua porta.
Il giorno successivo, la vita nella grande dimora era un turbinio di attività. Alessia correva per i corridoi, scopriva la cantina, il giardino con la fontana che cantava. Bianca, ora dipendente domestica, puliva, cucinava e cantava per la bambina, mentre il piccolo dentro di lei cresceva forte.
Un pomeriggio, però, lombra di **Vittoria** tornò a gravare. Nel silenzio della biblioteca, la moglie del signor Bianchi discusse al telefono, la voce furiosa: Hai rovinato tutto! Ho organizzato il rapimento di Alessia per far tornare la mia vita al centro. Ora la farò di nuovo. Il suo sguardo glaciale osservava Bianca mentre raccoglieva i vestiti di Alessia.
Bianca, preoccupata, corse al salotto. Lorenzo, devo dirti qualcosa. Ho sentito Vittoria parlare di un rapimento. Lorenzo, ancora scettico, rispose: Forse è solo fantasia, ma verificherò. Il dubbio si insinuò nella casa, ma la verità non sarebbe rimasta nascosta.
Quella notte, un rumore di vetri infranti risuonò nel giardino. Bianca vide figure scure avvicinarsi al cancello. Senza esitazione, chiamò i carabinieri: Aiuto, hanno preso Alessia! Le sirene, come un canto di salvezza, arrivarono. Un inseguimento folle si scatenò per le strade di Milano, tra luci rosse e blu. I carabinieri bloccarono il veicolo dei rapinatori, le pallottole scoppiarono, e Alessia fu estratta indenne, avvolta in una coperta di emergenza.
Altri giorni dopo, il tribunale di Milano ascoltò le testimonianze. Vittoria fu condannata a dieci anni per rapimento e tentata estorsione. Lorenzo guardò Bianca e Alessia con occhi pieni di gratitudine. Hai salvato la mia famiglia, disse, stringendola.
Il destino, finalmente, si placò. Alessia, il signor Bianchi e Bianca trascorsero i prossimi mesi in un clima di serenità. La vita di Bianca fu segnata da una nuova speranza: presto avrebbe dato alla luce un bambino. Quando il travaglio iniziò, Lorenzo e Vittoria, ormai riconciliati, corsero al pronto soccorso.
Al ospedale, tra le macchine e i medici, Bianca sentì la prima pioggia del neonato: un bambino maschio, piccolo e forte. Il dottore annunciò: È un maschio, sano e robusto. Il cuore di Bianca esplose di gioia. Il signor Bianchi, con la voce rotta, lo chiamò **Speranza**. Alessia, con gli occhi curiosi, gli accarezzò la guancia: Sono la tua sorellona.
Tornati nella villa, il piccolo **Speranza** fu accolto dal suono del flauto di Bianca. La melodia, ora più dolce, aleggiava nella casa, mentre la fontana cantava sotto il tramonto. Il loro futuro, un tempo avvolto nelle tenebre, si aprì come una primavera italiana, con i profumi di fiori, il canto dei grilli e la promessa di una vita nuova, costruita sullamore, sul coraggio e su una melodia perenne.






