La compagna di mio padre è diventata la mia seconda mamma: la storia di come la zia Maria ha cambiato la mia vita dopo la perdita di mamma, tra difficoltà familiari e la forza di un nuovo amore materno

La donna di mio padre è diventata la mia seconda madre

Mia madre se n’è andata quando avevo solo otto anni. Mio papà, sperduto nel suo dolore, si rifugiava nel vino, e spesso il nostro appartamento a Torino era vuoto anche di pane. Mendicavo merenda a scuola, imparavo poco, i miei vestiti sempre stropicciati e fuori moda. Così, inevitabilmente, i professori hanno lanciato l’allarme agli assistenti sociali.

Le visite degli assistenti sociali diventavano sempre più frequenti, portando con sé una brezza dinquietudine. Papà ricevette severe condizioni: se non le avesse rispettate, avrebbe perso qualsiasi diritto su di me. Quella minaccia gli fece tornare la lucidità: lasciò il vino e le ispezioni successive filarono liscie come un cielo dagosto.

Dopo qualche tempo, papà mi disse che voleva farmi conoscere una donna speciale. Andammo da zia Maria, che in realtà non era nostra parente. A dir la verità ci andavo controvoglia, le ferite lasciate dalla mamma erano ancora fresche, e il pensiero che papà potesse voler bene a qualcun altro mi lasciava smarrita e confusa.

Ma appena lei parlò, le sue parole calde e morbide come il pane appena sfornato mi fecero sentire a casa. Diventai amica di suo figlio, Giovanni, di un anno più grande di me. Insieme a lui giocavo a pallone nei cortili e correvo nelle gare datletica alle scuole medie. Papà era felice: dopo poche settimane ci trasferimmo a casa di Maria. Il nostro vecchio appartamento fu dato in affitto a una giovane coppia; quei soldi in più ci permettevano di comprare pane fresco e formaggio ogni giorno.

Papà però non fece in tempo a sposare Maria. Una notte, una Cinquecento guidata da un uomo ubriaco lo travolse sulle strisce pedonali vicino alla stazione di Porta Susa. Rimasi così, perduta nel silenzio degli adulti, non figlia ufficiale di Maria. I servizi sociali, impassibili come il marmo di una cattedrale antica, mi portarono allorfanotrofio. Prima di partire, Maria mi giurò: Tornerai a casa, ci riuscirò.

Mantenne la promessa. Dopo due mesi tra le mura fredde dellorfanotrofio, respirando aria di vecchi lenzuoli e voci perdute, Maria venne a prendermi. Rientrai accolto dal profumo di basilico e dalla luce calda della cucina. Quei due mesi erano bastati a farmi capire cosa significasse davvero sentirsi sola; ero grata a Maria per avermi aspettata, per non aver lasciato che il mio cuore si indurisse.

Maria era una mamma vera, una donna doro. Giovanni diventò fratello vero, come se il sangue della nostra nuova famiglia scorresse silenzioso tra i vicoli torinesi.

Oggi siamo adulti: abbiamo famiglie nostre, figli che giocano insieme davanti al portone. Ma mamma Maria resta la persona a noi più cara. È due volte suocera e nessuno di noi, mai, lha chiamata suocera, nemmeno per scherzo. Mio marito e la moglie di Giovanni la chiamano tutti Mamma Maria per la sua bontà infinita e la saggezza che sa come il caffè della domenica mattina. Ogni volta che qualcuno la chiama così, nei suoi occhi castani brilla una felicità luminosa, e sembra che tutto il passato doloroso sia stato solo un sogno lontano sotto il cielo di Torino.

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