Ho 38 anni e per tanto tempo ho pensato che il problema fossi io. Che fossi una pessima madre, una moglie da quattro soldi. Che ci fosse qualche difetto di fabbrica in me, perché, nonostante riuscissi a fare tutto, dentro mi sentivo svuotata, come una moka dimenticata sul fornello.
Mi svegliavo tutte le mattine alle 5:00, come le vere massaie. Preparavo colazioni e panini, sistemavo le uniformi e le cartelle. Lasciavo i bambini pronti per la scuola, davo una sistemata veloce a casa e correvo al lavoro. Segnavo tutto sul calendario, raggiungevo gli obiettivi, partecipavo alle riunioni senza mai sbadigliare troppo. Sorriso stampato. Sempre e comunque. In ufficio, nessuno avrebbe mai sospettato niente. Anzi, mi dicevano che ero una roccia: affidabile, organizzata, inossidabile.
Anche a casa sembrava andare tutto a gonfie vele. Pranzo, compiti, doccia, cena. Ascoltavo i racconti dei miei figli, rispondevo alle domande sulle tabelline, gestivo le solite litigate per chi prende lultimo biscotto. Coccolavo quando serviva, sgridavo con affetto quando necessario. Allesterno, la mia vita pareva proprio quella di una cartolina: famiglia, lavoro, salute. Niente che potesse giustificare quella sensazione di vuoto che mi risucchiava.
Dentro, però, ero come uno stracchino dimenticato fuori dal frigo.
Non era proprio tristezza. Era stanchezza. Di quella che non passa nemmeno se ti fermi il weekend da tua suocera. Andavo a letto esausta e mi svegliavo già stanca. Mi doleva il corpo senza motivo, il rumore mi faceva saltare i nervi, i soliti Mamma, dove sono le mie scarpe? mi davano il tormento. Ho iniziato a pensare cose che mi vergognavo pure di ammettere: che forse i miei figli sarebbero stati meglio senza di me, che io proprio non ero portata, che magari esistono donne nate per fare le mamme e io non sono tra quelle.
Non ho mai mollato un impegno, mai fatto tardi, mai perso il controllo. Mai urlato (più del lecito, diciamo). E così nessuno ha notato nulla.
Nemmeno mio marito, Riccardo, si è accorto di niente. Vedeva che era tutto a posto. Se dicevo che ero stanca, rispondeva:
Tutte le mamme sono sempre stanche.
Se ammettevo che non avevo voglia di fare nulla, mi diceva:
È solo mancanza di motivazione.
Così ho smesso di parlarne.
Cerano sere in cui mi chiudevo in bagno, chiave girata, solo per non sentire nessuno. Non piangevo. Fissavo le fughe delle piastrelle e contavo i minuti prima di dover uscire e tornare a essere quella che può qualsiasi cosa.
Lidea di andarmene è arrivata piano piano, senza drammi. Non era fuga da romanzo. Era più la tentazione silenziosa di sparire un paio di giorni, svanire, smettere di essere indispensabile. Non perché non volessi bene ai miei figli, ma perché ormai non avevo più niente da dare.
Il giorno in cui ho toccato il fondo non è stato epico: era un banalissimo martedì. Mio figlio Matteo mi ha chiesto aiuto per una sciocchezza e io lho guardato imbambolata, senza capire. La testa vuota. Nodo in gola e caldana in petto. Mi sono seduta per terra in cucina e sono rimasta lì, incollata al pavimento per qualche minuto.
Matteo mi ha fissato spaventato, e ha chiesto:
Mamma, stai bene?
E io non avevo risposta.
Nessuno è arrivato a salvarmi. Nessun cavaliere in armatura, nessun lieto fine degno di un film. Non potevo più fingere che andasse tutto bene.
Ho chiesto aiuto quando le energie erano davvero finite. Quando fare tutto non era più un’opzione. La terapeuta è stata la prima persona a dirmi qualcosa che nessuno aveva mai pensato di dirmi:
Non è perché sei una cattiva madre.
E mi ha spiegato cosavevo davvero.
Ho capito che nessuno mi aveva aiutato prima perché non avevo mai smesso di funzionare. Finché una donna tiene in piedi la baracca, il mondo fa finta che possa continuare allinfinito. Nessuno chiede mai come sta quella che non crolla mai.
Non è stato un recupero da pubblicità progresso. Non è stato magico. È stato lento, scomodo, pieno di sensi di colpa. Imparare a chiedere aiuto. Imparare a dire no. Non essere sempre reperibile. Capire che prendersi una pausa non ti rende una mamma disastrosa.
Ancora oggi cresco i miei figli. Lavoro. Ma non fingo più di essere perfetta. Non penso più che un errore definisca chi sono. E soprattutto non credo più che desiderare di scappare mi facesse una cattiva madre.
Ero solo terribilmente stanca.






