Vicky rimase a lungo con il telefono in mano. La voce di sua madre risuonava nelle sue orecchie — umida, disperata, come la pioggia incessante.

Vittoria stava lì a lungo, telefono stretto alla mano. La voce di sua madre si insinuava nelle orecchie, umida, disperata, come una pioggia incessante.

Non sapeva che cosa provare. Rimorso? No. Rabbia? Né tanto. Più che altro un vuoto.

Quel vuoto che Ginevra aveva lasciato dentro di lei quando le aveva detto: «Dormirai in cucina».

Eppure il suo cuore batteva più forte.

Mi hanno cacciato fuori. Come un cane.

Le parole le tagliavano la memoria a colpi di coltello, perché anche lei era stata scacciata come un bambino con lo zaino pieno di due libri e una maglietta.

«Va bene, vieni», disse alla fine Vittoria. «Ma solo per poco».

Ginevra tornò il giorno dopo, stanca, con occhiaie scure, trascinando una valigia enorme.

Vittoria aprì la porta e per un attimo si guardarono negli occhi. Erano due estranei che un tempo erano stati vicini, ma ora non sapevano più come riconoscersi.

«Hai sistemato tutto molto bene», osservò Ginevra, ammirando il luminoso appartamento milanese. «È accogliente».

«Sì. Lho resa accogliente io stessa», rispose Vittoria con calma.

Si sedettero al tavolo.

Ginevra sorseggiava il tè a piccoli sorsi, come se temesse di bruciarsi.

«Non pensavo che le cose sarebbero finite così», iniziò. «Vincenzo è morto tutto è rimasto ai suoi figli. Loro hanno venduto lappartamento. Mi hanno detto: Non sei più nostra madre.»

La sua voce si incrinò. «Li ho guardati come fossero miei»

«E me, mamma? Cosa pensavi di me?» chiese Vittoria.

Ginevra alzò gli occhi. Per la prima volta cera paura in loro.

«Figlia mia, non cominciare. Allora era difficile non sapevo cosa fare.»

«No, mamma. La vita non era difficile. Tu lo eri. Io ero solo invadente.»

Il silenzio calò tra di loro come un sipario pesante.

Ginevra deglutì, ma non disse nulla.

Passarono settimane.

Vittoria cercava di non contrapporsi, ma Ginevra cominciò a comportarsi come se la casa fosse sua.

Spostava armadi, lavava i piatti «come si deve», spostava i mobili.

Poi iniziò a tornare dal mercato con le borse.

«Ho comprato un tappeto. Il tuo non va.»

«Mamma, questa è la mia casa.»

«Non fare la pignola, voglio solo aiutare!»

E Vittoria si sentì di nuovo come quella ragazzina senza un luogo dove stare.

Una sera, tornando dal lavoro, la cucina profumava di biscotti.

«Ah, sei qui!», sorrise Ginevra. «Abbiamo ospiti.»

Al tavolo era seduto un uomo anziano con una calva lucente e una barba incolta.

«Questo è Stefano», disse Ginevra. «Un mio conoscente. Mi dà una mano a volte.»

«Nel mio appartamento?», chiese Vittoria fredda.

«Non cominciare. Stasera ceniamo.»

«No, mamma. Domani cenerai altrove.»

Ginevra impallidì.

«Mi cacci via?!»

«No. Solo ti ricordo: anchio ho dormito in cucina per le tue decisioni. Ma non sono più un bambino.»

La mattina seguente Ginevra raccoglieva silenziosa le sue cose.

Vittoria era sulla soglia, appoggiata al telaio della porta. Le dita tremavano, ma il volto rimaneva impassibile.

«Dove andrò?», sussurrò Ginevra. «Nessuno mi aspetta.»

«Come non ti aspettava, anche tu», rispose Vittoria.

Ginevra si fermò.

«Non capivo»

«Capivi. Solo che non ti interessava.»

Le spalle di Ginevra tremarono.

«Sono stata una cattiva madre», mormorò. «Ma sono umana.»

«Lo so», replicò Vittoria. «Anchio sono ormai una donna. Non più la tua bambina che ti temeva.»

Quando la porta si chiuse, Vittoria si sedette sul divano. Le sue mani erano calde, come dopo una lotta.

Il sole inondava la stanza, laria si fece subito limpida.

Si alzò, aprì larmadio e tirò fuori una vecchia scatola.

Dentro cerano disegni dinfanzia, biglietti, una foto: lei, sua madre e sua nonna.

La nonna li teneva sulle spalle, sorridente.

«Se fossi qui, nonna», pensò Vittoria, «mi diresti di perdonare. Ma non voglio più vivere con un dolore che richiede perdono.»

Accese la foto nel posacenere.

Osservò a lungo il volto di sua madre dissolversi nella cenere.

Una settimana dopo arrivò una lettera.

«Vittoria, perdonami. Non cerco scuse. Voglio solo che tu sappia che ti voglio bene, anche se non so mostrarlo. Grazie per non avermi chiuso la porta subito. Forse un giorno la riaprirai non per me, ma per te stessa.»

Vittoria lesse più volte e poi sorrise.

Per la prima volta in anni davvero.

Uscì sul balcone, inspirò a pieni polmoni e chiamò un rifugio per donne.

«Buongiorno, ho una stanza libera. Qualcuno ha bisogno di un tetto?»

«Sì», risposero. «Abbiamo una donna che la famiglia ha allontanato.»

Vittoria chiuse gli occhi.

Il cerchio si chiuse, ma questa volta diversamente.

Mise la teiera sul fuoco e tirò fuori lenzuola pulite.

In quella casa, per la prima volta, qualcuno sentì dire:

«Qui sei a casa tua.»

E questa volta senza condizioni, senza paura, senza dolore.

Solo con amore.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

eleven + 16 =

Vicky rimase a lungo con il telefono in mano. La voce di sua madre risuonava nelle sue orecchie — umida, disperata, come la pioggia incessante.