Parenti pretenziosi volevano la mia camera da letto per le feste, ma sono andati via a mani vuote

Dove la metto questa insalatiera di testina? Nel frigo non cè più posto, tutto occupato dalle tue cosine come si chiamano carpaccio e avocado, mamma mia che nomi, mi arrotolo la lingua brontolò Isabella, cercando di infilare con irritazione la grossa ciotola smaltata nel ripiano basso, spostando di lato ordinati contenitori.

Chiara, in piedi vicino ai fornelli, mentre girava il sugo del brasato, trattenne a fatica un sospiro e contò fino a dieci. Era solo linizio. Gli ospiti erano nella casa da venti minuti, e già sembrava di trovarsi nel bel mezzo di una festa di paese, con tutti pronti a cambiare le regole della casa secondo le proprie abitudini.

Zia Isabella, può mettere la testina sul balcone, ora fa freddo e cè il vetro, non le succede nulla rispose Chiara, con voce calma e gentile. Il frigorifero è pieno di ingredienti per i contorni, non si possono congelare.

In balcone? Isabella, donna massiccia con una permanente appena fatta e il grembiule a fiori che si era portata da casa, sbuffò rumorosamente. Ma ci va la polvere! E poi, che si fa, si lascia il cibo per terra? Va bene, tolgo quei tuoi barattoli di erbe, tanto non li mangia nessuno. Agli uomini serve carne, mica roba da conigli.

Chiara lanciò unocchiata supplichevole a suo marito. Marco, uomo alto e tranquillo, era seduto al tavolo e tagliava il pane, cercando senza successo di diventare invisibile. Conosceva bene le abitudini della zia Isabella e di sua figlia, la cugina di Chiara, Martina, che in quel momento stava perlustrando il bagno, commentando senza mezzi termini le piastrelle.

Marco, puoi aiutare la zia a portare la testina sulla loggia? Ho già liberato uno scaffale e lho pulito, non cè polvere.

Marco obbedì, prese la pesante insalatiera dalla riluttante Isabella e sparì nel corridoio. Rimasta senza nulla da fare, Isabella puntò lo sguardo su Chiara.

Ma che pallore, Chiara! Sarai ancora a dieta? Sei pelle e ossa. Guarda Martina, la mia figliola: bella rotonda, si vede che mangia. Tu sempre più magra. E la vostra casa: tutto bianco e grigio, sembra un ospedale. E che ci vuoi, almeno una carta da parati dorata, ora ne vendono di così belle, sembrano proprio ricche.

Ci piace lo stile minimale, zia rispose Chiara, assaggiando il sugo. A ognuno il suo gusto.

In quel momento fece ingresso Martina. Più grande di Chiara di tre anni, ma sempre con latteggiamento di chi ne abbia almeno quindici in più e il diritto di insegnare la vita a tutti. Dietro di lei scorrazzavano i suoi due figli, di cinque e sei anni, già con le mani sporche di cioccolato.

Chiara, ma nel tuo bagno cè solo la doccia? sospirò Martina sedendosi e accavallando le gambe. Pensavo ci fosse una vasca. Come li lavo i bambini stasera? Sono abituati a giocare con lacqua.

Abbiamo fatto la ristrutturazione secondo le nostre esigenze, Martina. Preferiamo la doccia. I bambini li puoi lavare tranquillamente anche lì, ormai sono grandi rispose Chiara, sentendo salire lirritazione.

Quella visita era attesa da tempo, ma Chiara aveva sperato fino allultimo che una variazione di programma la salvasse. Isabella e Martina, con tutta la prole, volevano trascorrere le feste a Milano: è bello vedere i parenti! e almeno facciamo un giro in centro. Chiara, cresciuta nella tradizione dellospitalità, non sapeva dire di no, nonostante ricordasse ancora benissimo la devastazione psicologica e domestica subita dopo la loro ultima visita tre anni prima.

Allepoca vivevano in un vecchio bilocale. Ora Chiara e Marco si erano finalmente trasferiti nel loro grande appartamento nuovo, appena rifatto da cima a fondo secondo il loro gusto. Era il loro nido, il frutto di tanti sacrifici. Ogni dettaglio studiato, ogni centimetro sudato nelle discussioni coi muratori.

La stanza di cui Chiara andava più orgogliosa era la camera matrimoniale: zona proibita, sacra, rifugio di silenzio e pace. Pareti blu notte, tende oscuranti, letto king size con materasso ortopedico costato quanto unutilitaria, moquette morbida e pulita. Chiara e Marco erano daccordo su una regola: mai ospiti in camera, porta chiusa. Per gli invitati: salotto con maxi-divano, e in caso estremo lo studio di Marco, con un pratico divano letto.

Mamma, ho sete! piagnucolò il piccolo di Martina, strattonando la madre.

Vai da zia Chiara, fatti dare il succo sbuffò Martina. Chiara, dai loro qualcosa, sono sfiniti dal viaggio.

Chiara prese una confezione di succo di mela e riempì due bicchieri.

State attenti, non rovinate il parquet, è vero legno avvisò.

Oh, non stare lì a preoccuparti per il parquet! ironizzò Isabella. Le cose servono alle persone, non il contrario. Bambini sono, che vuoi che sia. Versano, poi pulisci. Sei diventata nervosa qui a Milano.

Marco rientrò dal balcone e, sentendo la tensione, propose:

Allora, che ne dite di metterci a tavola? Son già le cinque, tra poco salutiamo il vecchio anno.

La cena iniziò nel caos. I piccoli correvano, rubando salumi e formaggi. Martina parlava al telefono con lamica descrivendo la traversata, Isabella criticava ogni piatto.

Insalata di gamberi? Isabella girava col forchetta il crostaceo guardandolo schifata. Non capisco queste mode. Una bella insalata russa, ecco cosa ci vuole. Questo sembra plastica. Chiara, potevi almeno fare delle patate lesse, con prezzemolo, invece questa purea con olio al tartufo Odore strano, forse avariato.

È una prelibatezza, mamma sbuffò Martina, posando il telefono. Anche se il cibo semplice piace pure a me. Chiara, passami i funghi. Li hai fatti tu o sono comprati?

Sono biologici, ma presi dal contadino annuì Chiara.

Eh, lo dicevo io. Fare da sola, troppa fatica concluse Isabella. Io ho portato la mia conserva, adesso apro e vedrete che sapore hanno i veri funghi.

Chiara mangiava in silenzio, fissando il piatto. Marco sotto al tavolo le strinse la mano in segno di appoggio. Resisti, solo tre giorni, dicevano i suoi occhi.

Intorno alle otto, svuotata la prima bottiglia di spumante e con i piccoli finalmente tranquilli davanti ai tablet, si affrontò il tema del pernottamento.

Oh, sono sfatta, schiena a pezzi si lamentò Isabella massaggiandosi i reni. Il treno sembrava una carrozza, mi ha distrutta. Voglio stendermi, riprendermi.

Sì, mamma, ti serve un buon letto confermò Martina. Chiara, dove ci hai sistemate?

Chiara si fece coraggio.

Ho preparato il salotto. Il divano è largo, ci stanno comodamente due adulti. Per Martina e i bambini cè lo studio, il divano letto si apre in matrimoniale. E se serve spazio, abbiamo anche un materasso gonfiabile molto comodo.

Silenzio. Isabella smise di masticare, Martina inarcò un sopracciglio.

Il divano? Isabella la fissava come se fosse impazzita. Chiara, scherzi? Io ho lartrosi, la schiena rotta! Non posso dormire sul divano, domani non mi rialzo. Ho bisogno del letto, quello buono e morbido.

Zia, il divano è ortopedico, labbiamo scelto proprio per gli ospiti. È duro, senza giunture tentò di spiegare Chiara.

Rimane comunque un divano! tagliò corto Isabella. Io sono una donna anziana, malata. Pensavo che ci avreste lasciato la camera vostra. Tutti dicono che il vostro materasso è fantastico.

Chiara rimase interdetta. Si aspettava lamentele, ma non la pretesa di invadere così apertamente lo spazio più intimo.

La camera? intervenne Marco, aggrottando le sopracciglia. Isabella, quella è la nostra stanza. Ci dormiamo noi.

E allora? replicò Martina. Siete giovani, resistenti. Potete dormire sul divano, mica vi succede nulla. Mamma ha bisogno del letto. E io coi bambini sto più comoda affianco a lei. Ci serve la camera.

Un momento Chiara sentì il volto scaldarsi. Volete la nostra camera matrimoniale? E noi in salotto?

Dai, non drammatizzare Isabella spalancò le braccia. Cacciati, ceduti. Non ve lo chiediamo per sempre, solo per le feste. I parenti vanno trattati col meglio. Mia madre, la nonna, mi hanno insegnato così. Ma tu ti sei fatta milanese e hai dimenticato le tradizioni.

I veri valori sono accogliere bene e dare buone cose disse Chiara, ferma. Ma il letto è come il proprio spazzolino: non si presta. Scusate, è fuori discussione.

Martina poggiò brusca il bicchiere sul tavolo, con uno stridio.

Chiara, sei seria? Ti dispiace dare il letto a una zia e ai cuginetti? Siamo venuti da centinaia di chilometri, portato regali, e tu ci metti sul divano come dei randagi?

Non sono randagi ribatté Marco. È costato duemila euro, credimi, è meglio di tanti letti. Lì ci dormo anche io, a volte.

Non sono le cifre che contano! urlò Isabella. Conta il rispetto! La tua povera mamma si sarebbe vergognata a vederti così. Egoista! Tutta tuo padre!

Tirar fuori la mamma era un colpo basso. Chiara ricordava bene come Isabella si era sempre approfittata della generosità di sua madre; da bambina aveva visto troppi sacrifici e troppe critiche gratuite.

Non tocchi mamma disse Chiara, la voce fredda e tesa. Era una santa donna, e voi lavete sfruttata tutta la vita. Io non sono lei, so difendere i miei confini. La camera resta chiusa. Punto. Se non vi piace il divano, cè un buon hotel, posso prenotare.

Hotel?! Martina sgranò gli occhi. Ci cacci in albergo? Pagando? Mamma senti!

Sento, tesoro Isabella si portò una mano al petto, drammatica. Oddio sto male la pressione dammi lacqua!

Martina si affrettò con un bicchiere e le pastiglie. I bambini, zitti, osservavano la scena con stupore.

Okay proclamò Martina, dopo che la madre si era ripresa. O la camera, o ce ne andiamo subito. Non mettiamo più piede qui, lo dirò a tutta la famiglia. Scegli.

Chiara si voltò verso Marco. Lui aveva la faccia dura, lo sguardo era tutto per lei. Era stanco dellarroganza, delle pretese, del clima da ostello.

Scelta curiosa, Martina rispose Chiara alzandosi. Offriamo ospitalità, buon cibo, letti comodi. Pretendete il nostro spazio più privato, con tanto di ricatto. Se vi interessa più il materasso che il pranzo coi parenti, forse è meglio separarci.

Ah, allora via! Isabella si alzò di scatto, dimenticando lartrosi. Prendi i bagagli, Martina! Bambini, vestitevi! Non stiamo neanche un minuto in questa casa! Meglio in stazione che qui!

Mamma, ma dove andiamo di notte? I treni sono finiti! titubò Martina, convinta che il bluff obbligasse Chiara a cedere.

Taxi! Si va da Zia Gina, dallaltra parte di Milano! Lei vive appiccicata agli altri, ma ha il cuore doro! Questi se ne stiano con la loro roba strana!

Scattò il tumulto. Martina, furiosa, infilò le cose in valigia. Isabella girava per casa mugugnando e accusando Chiara e Marco di ogni torto antico.

Ridateci i regali! dichiarò Isabella davanti alla porta. Ho portato gli asciugamani di lino, non li meritate. Li do a Gina.

Chiara andò a prendere il pacco (asciugamani ruvidi, che non avrebbe mai usato) e glielo consegnò con estrema calma.

Ecco. E la conserva di funghi, si ricordi di prenderla.

La prendiamo, eccome! gridò Martina. E anche le caramelle per i bimbi, ce ne andiamo senza lasciare nulla!

Marco assisteva silenzioso, appoggiato allo stipite. Era imbarazzato per quelle scene da bambini capricciosi.

Ci vollero quindici minuti per raccogliere tutte le cose. Isabella non smise di lamentarsi un secondo, tra maledizioni, vecchi rancori e profezie di solitudine: Nessuno vi darà mai un bicchiere dacqua!

Hai chiamato il taxi? Marco chiese quando erano ormai sul punto di uscire.

Non ci serve nulla da voi! sbottò Martina digitando sul cellulare. Mamma, usciamo. Il taxi arriva tra cinque minuti. Meglio respirare fuori che qui dentro!

Salirono rumorosamente sul pianerottolo. Isabella, per finire, sbatté la porta così forte che tremarono i muri.

In casa scese un silenzio fragile e bellissimo. Si sentiva solo il ronzio del frigorifero e il ticchettio dellorologio del soggiorno. Sulla tavola, resti di insalata di gamberi, tovaglioli sparsi e macchie di succo.

Chiara si sedette e si coprì il volto con le mani. Le spalle le tremavano.

Marco le si avvicinò, le cinse le spalle e le baciò la testa.

È finita, Chiara Si sono tolti dai piedi.

Chiara sollevò il volto. Non aveva lacrime, stava ridendo. Un riso nervoso, ma pieno di sollievo.

Marco, hai sentito? Meglio in stazione che qui! Che felicità!

Una gran felicità sorrise Marco. Ah, dimenticavano la testina! Sta ancora sul balcone!

Chiara si lasciò andare a una risata piena.

Giusto! Il loro tesoro! Sai, Gina abita in una stanza di dodici metri quadri con il marito e il cane. Chissà se sarà contenta di questa banda stasera.

Non è più affar nostro commentò Marco, versandosi del prosecco. A me allinizio dispiaceva, ma quando hanno tirato fuori tua mamma Ho faticato a non sbatterli fuori io. Hai fatto bene. Sei stata coraggiosa.

Voglio solo la nostra camera confessò Chiara, prendendo il bicchiere dalle sue mani. E te. E la nostra pace. Questo sarà il miglior Capodanno, ne sono sicura. Noi due, viveri per un esercito, e nessuno a criticare i piatti.

Cominciarono a riordinare. Chiara raccolse i piatti, Marco li portò in cucina. Laria della casa si fece più leggera, sparì la tensione densa di confronti e pretese.

Chiara si avvicinò alla finestra. Fuori i fiocchi scendevano fitti, coprendo le strade e i passi dei parenti diretti chissà dove. Le venne quasi compassione. Vivere con tanta amarezza nel cuore devessere molto più pesante che passare una notte su un divano.

Marco lo chiamò. Accendiamo la musica? E le candele? Abbiamo diritto alla festa.

Certo rispose dalla cucina. Sta arrivando lanatra che tanto non hanno assaggiato.

Unora dopo, erano seduti a tavola con le candele, un po di jazz in sottofondo. Lanatra con le mele era una meraviglia, croccante e profumata.

A noi brindò Marco. E alla nostra casa. Che sia sempre aperta solo a chi ci rispetta.

E ai confini aggiunse Chiara. Che finalmente sappiamo difendere.

Tardi, quella notte, nel loro letto conteso, Chiara si sentiva finalmente felice. Il silenzio, le lenzuola fresche di lavanda, la pace. Immaginò i parenti accampati da Gina oppure in sala dattesa in stazione, maledicendo la milanese ingrata. Ma non sentì alcun rimorso.

Aveva imparato che non si può essere buoni per tutti, soprattutto se significa sacrificare se stessi. E se il prezzo della tranquillità è la rabbia dei parenti invadenti, è un prezzo più che giusto.

Il mattino seguente, il telefono di Chiara suonava a raffica. Messaggi di altri parenti, con la versione distorta dei fatti, dove lei aveva cacciato la zia malata nel gelo a piedi nudi. Non rispose a nessuno. Mise il telefono in modalità aereo, si stiracchiò e sorrise al nuovo giorno.

La testina rimasta sul balcone, Marco e Chiara la portarono poi ai cani del cortile. Loro mangiarono con grande piacere e senza una sola critica. Gli animali apprezzano davvero il cuore delle cose.

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