Ieri
Dove lo posizioni quellinsalatiera? Così copri i crostini! E sposta i bicchieri, che ora arriva Sergio: sai che, quando discute, vuole spazio per gesticolare.
Vittorio sistemava i cristalli sul tavolo con mani nervose, rischiando di far cadere le forchette. Giulia sospirò, pulendosi le mani sul grembiule. Era ai fornelli dalla mattina, le gambe pesanti e la schiena dolente, ma lamentarsi non serviva. Oggi sarebbe arrivato lospite della serata: il fratello minore di suo marito, Sergio.
Torna calmo, Vitto, cercò di rassicurarlo Giulia, mantenendo la voce neutra. Il tavolo è imbandito a puntino. Dimmi piuttosto, hai preso il pane integrale? Alla scorsa cena Sergio ha brontolato: da noi cè solo pane bianco, e lui “deve mantenersi in linea”.
Preso, preso! Pugliese con semi di finocchio, proprio come gli piace Vittorio si precipitò verso il cestino del pane. Giulia, e la carne? Sei sicura sia pronta? Sai che lui in fatto di cibo è esigente, va sempre a ristoranti Non puoi sorprenderlo con delle semplici polpette!
Giulia serrò la bocca. Certo che lo sapeva. Sergio, quarantanni, scapolo dichiarato, che si definiva artista libero in realtà campava alla giornata e con laiuto della madre anziana si credeva raffinato buongustaio. Ogni sua visita era, per Giulia, come un esame già destinato al fallimento.
Ho preparato dellarista al forno con salsa di miele e senape, dichiarò. Carne fresca, presa al mercato, venti euro al chilo. Se non va bene neanche questa, io passo la mano.
Non cominciare si lamentò il marito. È sei mesi che non viene, vuole un po di famiglia. Cerca di essere gentile, dai: sta attraversando un periodo difficile, dice che è alla ricerca di sé stesso.
“Di soldi, piuttosto”, pensò Giulia, ma tacque. Vittorio adorava il fratello minore, lo vedeva come un genio incompreso e non tollerava nessuna critica nei suoi confronti.
Il campanello suonò preciso alle sette. Giulia si tolse di fretta il grembiule, si sistemò i capelli davanti allo specchio dellingresso, impostando il miglior sorriso di circostanza. Vittorio già apriva la porta, raggiante come una moka lucidata a specchio.
Sergio! Fratello! Finalmente sei qui!
Sulla soglia cera Sergio. Bisogna ammetterlo: faceva scena, con il cappotto nuovo sbottonato, la sciarpa gettata con noncuranza sulle spalle e quella barba da qualche giorno che, chissà perché, voleva mostrargli virilità. Si aprì alle braccia del fratello, ma si limitò a una pacca sulle spalle.
Giulia osservò le sue mani. Niente: né pacco, né torta, neppure un fiore striminzito. Era venuto senza portare nulla, dopo sei mesi di assenza, davanti a una tavola imbandita e non aveva pensato a neanche una cioccolata, che i figli, per fortuna, erano dalla nonna quella sera.
Ciao, Giulia, la salutò, entrando senza togliersi subito le scarpe, girando lo sguardo intorno. Avete cambiato la carta da parati? Il colore sembra quello di una corsia dospedale. Ma se siete contenti, va bene.
Ben arrivato, Sergio, rispose a denti stretti Giulia. Vai a lavarti le mani. Ecco le ciabatte nuove.
Non ho portato le mie. Con le ciabatte altrui si rischia il piede datleta, ribatté. Sto in calze, tanto il pavimento sarà pulito, no?
Giulia sentì salire la rabbia. Quella mattina aveva passato il mocio due volte per lui.
Pulitissimo, Sergio. Vieni a tavola.
Si sistemarono in soggiorno. Il tavolo era davvero una festa: tovaglia bianca, tovaglioli eleganti, tre tipi di insalate, affettati e formaggi, uova di lompo, sottoli che lei stessa aveva preparato in autunno. In centro, il piatto forte fumava ancora.
Sergio si accomodò spavaldo sulla sedia, scrutando labbondanza. Vittorio armeggiava con una bottiglia di brandy, comprata apposta vecchio, cinque anni, il migliore.
Alla nostra! esclamò Vittorio, versando da bere.
Sergio prese il bicchiere, lo ruotò, lo osservò alla luce, lo annusò.
Italiano, eh? storpiò il naso. Io, di solito, bevo cognac francese, è più fine. Questo sa di alcol. Ma va bene, a cavaliere donato…
Bevve tutto dun fiato, senza apprezzare, e affondò subito la forchetta sugli antipasti, scegliendo il pezzo più pregiato di prosciutto.
Servo, Sergio, lo invitò Giulia, porgendogli linsalatiera. Questa è nuova, con gamberi e avocado.
Sergio raccolse un gambero sulla forchetta, lo guardò da vicino come fosse una pietra preziosa.
Erano surgelati? domandò, già col tono di chi sa la risposta.
Certo, non abitiamo a Genova, replicò Giulia. Li ho presi al supermercato, belli grossi.
Gomma, sentenziò lui, gettando il gambero indietro nellinsalata. Giulia, li hai troppo cotti. Il gambero va messo in acqua bollente per due minuti, non di più. E lavocado non è maturo, crocchia sotto i denti.
Vittorio, già col cucchiaio pieno di insalata, si bloccò a mezzaria.
Dai, Sergio, è buono! Ho assaggiato, è venuto benissimo.
Vitto, il gusto si educa, pontificò Sergio. Se mangi sempre roba scadente, non puoi capire la vera cucina. Io, la settimana scorsa, ho mangiato ceviche di capasanta a una presentazione. Quella sì che era consistenza! Qui invece Almeno la maionese è fatta in casa?
Giulia sentì le guance accendersi. Era quella industriale, presa in negozio, il tempo le era mancato per montare uova e olio a mano.
Di negozio, tagliò corto.
Quanto meno, sospirò Sergio, come se le stessero diagnosticando una malattia. Aceto, conservanti, amido. Veleno puro. Vabbè, dai, passami la carne. Speriamo sia decente.
Giulia posò davanti a lui una fetta darista lucida, con sopra la salsa, patate arrosto e rosmarino. Il profumo era invitante, da far venire lacquolina a chiunque. Ma Sergio no lui era “esperto”.
Tagliò un piccolo pezzo, lo masticò a lungo fissando il soffitto. Giulia e Vittorio attesero il verdetto, uno con speranza e laltra con crescente irritazione.
Secca, dichiarò infine Sergio. E la salsa il miele copre tutto. Troppo dolce! La carne deve saper di carne, Giulia. Così ne hai fatto un dolce. E poi, secondo me, lhai marinata troppo poco. Dovevi lasciarla a bagno nel kiwi o almeno nellacqua frizzante per un giorno.
Lho marinata tutta la notte, con spezie e senape, sussurrò Giulia. È sempre piaciuta a tutti.
Beh, “tutti” magari alle tue colleghe, che mangiano solo carote. Io parlo da intenditore. Si può mangiare, se si ha fame, ma non è una gioia.
Spinse la carne, quasi intatta, da venti euro la porzione, e si rivolse ai funghi sottolio.
I funghi sono almeno raccolti da voi, o li hai comprati cinesi?
Fatti in casa, rispose Giulia, a denti stretti. Li raccogliamo, li saliamo noi.
Sergio ne assaggiò uno, si contorse.
Troppo aceto. Così il stomaco non lo regge. E pure il sale abbonda. Giulia, sei innamorata, vero? Perché chi ama, sala troppo! rise di gusto. Vitto, stai attento alla pressione: con queste dosi rischi.
Vittorio rise nervoso, sperando di smorzare la tensione.
Ma dai, sono buoni! Con un bicchierino ci stanno benissimo. Dai, versa altro.
Bevvero ancora. Sergio si scaldò, sciolse la sciarpa, ma non tolse il cappotto, come a indicare che stava solo facendo loro un favore con la sua presenza.
E la vera uova di salmone? chiese, rovistando tra i crostini. Questa è minuta, e piena di pellicine. Lavete presa in saldo?
Sergio, è di salmone selvaggio, sei mila euro al chilo, sbottò Giulia. La voce le tremò. Labbiamo presa apposta per te. Noi non la compriamo, risparmiamo.
Risparmiare sulla tavola è la rovina, filosofeggiò Sergio, mangiando un altro crostino con la proverbiale cattiva uova di salmone. Siamo ciò che mangiamo. Io, per esempio, non toccherei mai i salumi economici. Meglio digiunare che mangiare roba da offerte. Voi invece riempite il frigo di scarti, poi vi stupite di essere spenti.
Giulia guardò suo marito. Vittorio fissava il piatto, masticando carne con finta concentrazione. Il suo silenzio feriva più delle parole di Sergio. Ancora una volta, si nascondeva, per non creare disordini.
Vittorio, lo chiamò Giulia, anche tu la trovi secca la carne?
Vittorio tossicchiò, imbarazzato.
Eh no Giulia, è ottima. Veramente buona. Solo che Sergio lui è più raffinato, sa valutare
Ah, più raffinato, Giulia posò la forchetta con forza. Il metallo risuonò sul piatto in modo tagliente. Quindi il mio palato è grossolano, le mie mani incapaci e cucino veleno.
Giulia, non fare la melodrammatica, si lamentò Sergio. È una critica costruttiva! Devi crescere, evolverti. Dovresti ringraziarmi. Vitto mangia tutto e ti loda, così ti sei rilassata. Una donna devessere impeccabile.
Ringraziare? chiese Giulia. Vuoi anche un grazie?
Si alzò da tavola. La sedia strideva sul pavimento.
Giulia, dove vai? chiese preoccupato Vittorio. Non abbiamo ancora finito di cenare
Torno subito, disse con voce strana. Porto il dolce. Sergio ama i dolci, no?
Andò in cucina. Lì, sulla mensola, cera la sua torta Millefoglie, infornata la sera prima fino a tarda notte: dodici strati sottili, crema alla vaniglia, tuorli freschi Guardò la torta, poi il cestino vuoto.
Le mani le tremavano. Un rancore covato per anni, ora traboccava. Quante volte aveva visto quelluomo mangiare, bere, chiedere soldi senza restituire nulla? Quante critiche alla casa, ai vestiti, ai figli? E sempre Vittorio a difenderlo: è sensibile, è creativo. E lei? Sempre forte?
Non toccò il dolce. Prese invece un grande vassoio e tornò in sala.
Il dolce arriva? si illuminò Sergio. Spero non siano rotoli confezionati.
Giulia iniziò a raccogliere i piatti, con metodo e calma. Prima la carne. Poi linsalata coi gamberi di gomma. Poi via anche gli affettati.
Ehi, che fai? protestò Sergio, vedendo sparire il piatto con i crostini. Non ho ancora finito!
E perché dovresti mangiare? lo fissò Giulia negli occhi. È tutto immangiabile secondo te. Carne secca, insalate velenose, gamberetti di plastica, uova scadenti. Non posso permettermi di avvelenare un ospite, ci tengo troppo alla tua salute.
Vittorio balzò dalla sedia.
Giulia! Basta! Che pagliacciata è mai questa? Rimetti tutto al suo posto!
No, Vitto, questa non è una recita. La recita è invitare qualcuno che si presenta a mani vuote, che insulta dopo che ci hai messo mezza paga su quella tavola.
Io non insulto! protestò Sergio, arrossendo. Esprimo la mia opinione! Siamo in una nazione libera!
Libera, confermò Giulia, impilando i piatti. Perciò non sono obbligata a offrire da mangiare a chi mi disprezza. Tu hai detto che preferisci digiuno piuttosto che cattivo cibo. Rispetto la tua scelta. Oggi digiuniamo.
Portò il vassoio in cucina. Un silenzio da cattedrale scese sul soggiorno.
Sei impazzita? sibilò Vittorio, inseguendola. Hai rovinato tutto! Chiedi scusa!
Giulia appoggiò il vassoio, si voltò. Gli occhi erano impassibili, fermi.
Rovina? Non ti sei rovinato quando lo lasci criticarci? Sei uomo o zerbino, Vittorio? Lui si è mangiato salmone da sei mila euro e ci ha detto che è spazzatura. Tu mai lhai comprato per noi, solo per gli ospiti. E lui ci calpesta.
È mio fratello! È sangue!
E io tua moglie! Sono dieci anni che ti cucino, ti lavo, ti pulisco. Ieri ero ai fornelli fino a notte fonda. Per sentirmi dire che sono incapace? Se adesso non smetti, ti spiaccico la torta in testa. E parlo sul serio, Vitto.
Vittorio indietreggiò. Non laveva mai vista così. Giulia era sempre stata dolce, accomodante. Ora sembrava una furia pronta a spaccare tutto.
Sergio spuntò sulluscio. Non aveva più la spavalderia di prima, aveva lo sguardo perso e offeso.
Non ho mai visto una casa così, biascicò. Sono venuto qui con il cuore, e mi rimproverate pure il pane!
Con il cuore? ironizzò Giulia. E dovè questo cuore? Arrivi sempre a mani vuote. Mai portato nulla. Solo per mangiare e criticare.
Ora ora sono al verde! Ho qualche difficoltà!
Difficoltà ventennali, ma intanto cappotto nuovo e sciarpa di marca. Sempre a presentazioni. E a chiedere soldi a mio marito, senza mai restituire.
Basta, Giulia! urlò Vittorio. Non contare i soldi degli altri!
Non sono “degli altri”, sono i nostri! I soldi della nostra famiglia che togliamo a noi e ai nostri figli per ingrassare questo buongustaio!
Sergio finse di sentirsi morire.
Basta, ho finito. Non resto più un minuto qui. Vittorio, non pensavo avresti sposato una così villana. Non rimetterò piede in questa casa.
Si voltò di scatto, diretto nellingresso. Vittorio lo inseguì.
Sergio, aspetta! Non darle retta, avrà le sue lune, sarà stanca dal lavoro! Si calma subito!
No, Vitto, la voce di Sergio era tragica, mentre si infilava le scarpe sopra le calze. Questo non lo perdonerò mai. Me ne vado. Non chiamarmi se lei non si scusa.
La porta sbatté.
Vittorio rimase fermo, fissando luscio chiuso come se gli avessero sbarrato il paradiso. Poi si diresse lentamente in cucina, dove Giulia sistemava la carne nei contenitori.
Sei contenta ora? domandò cupo. Hai separato me dal mio unico fratello.
Ho liberato noi da un parassita, rispose lei, senza voltarsi. Siediti e mangia. È ancora caldo. Oppure anche tu lo trovi troppo secco?
Vittorio si sedette, la testa tra le mani.
Come hai potuto? Era un ospite
Un ospite si comporta da ospite, non da ispettore ASL. Ascolta bene, Vittorio: non cucinerò mai più per lui. Se vuoi stare con lui, vai. Al bar. Ma paghi tu. Zero soldi, zero fatica da parte mia.
Sei diventata cinica, mormorò lui.
Sono diventata equa. Mangia. O devo toglierti il piatto anche a te?
Vittorio guardò larista ancora fumante. Lo stomaco brontolava. Aveva fame, e il profumo della carne, nonostante la lite, gli accendeva lappetito. Prendeva la forchetta, tagliava un boccone, assaggiava.
La carne era tenerissima, si scioglieva in bocca. La salsa dava un gusto corposo, la senape una nota piccante. Squisito.
Allora? domandò Giulia, vedendo il suo viso sereno.
Davvero buono, ammise piano. Bravissima, Giulia.
Lo vedi? È ottimo. È solo tuo fratello che si gratifica umiliando gli altri. Forse te ne renderai conto un giorno.
Vittorio mangiava e pensava. Per la prima volta, sentì che forse sua moglie aveva ragione. Ricordò le mani vuote di Sergio, il tono sprezzante. E pure lui, quando Sergio criticava, si sentiva sempre a disagio.
E il dolce? Ce lo mangiamo? chiese allimprovviso.
Giulia sorrise. Per la prima volta davvero.
Certo. E metto il tè col timo, come piace a te.
Prese la Millefoglie, alta e sontuosa. La tagliò in grandi fette. Si accomodarono in cucina, sorseggiando tè, mangiando dolce, e poco a poco la tensione se ne andava.
Sai, disse Vittorio, finendo il secondo pezzo, neppure la mamma ha ricevuto nulla da lui per il compleanno. Ha detto che il regalo migliore è la sua presenza.
Vedi che ti svegli, rispose Giulia, annuendo.
Sul telefono di Vittorio arrivò un messaggio da Sergio: Mi davi anche due crostini da portare via? Ho cenato solo in aria. E metti 200 euro sulla carta, che ho subito danni morali.
Vittorio lo lesse ad alta voce. Rimase in silenzio. Giulia sollevò il sopracciglio.
E cosa rispondi?
Vittorio guardò la moglie, la cucina accogliente, quella torta meravigliosa. Poi il telefono. Lentamente digitò: Vai al ristorante, sei tanto intenditore. Noi sta sera non abbiamo soldi. Blocca contatto.
Che hai scritto? domandò Giulia.
Ho detto che stiamo andando a dormire.
Giulia finse di credergli, anche se aveva sbirciato lo schermo. Si avvicinò e lo abbracciò da dietro.
Sei un tesoro, Vitto. Anche se ci arrivi con calma.
Quella sera compresero qualcosa di essenziale su loro stessi. A volte, per difendere la famiglia, bisogna lasciar fuori chi non appartiene. Anche se è parente. E la carne era davvero eccezionale, nonostante i giudizi degli esperti con le tasche vuote.






