Costante Rossi era seduto sulla sua sedia a rotelle, fissando attraverso il vetro impolverato la strada sottostante. La finestra della sua stanza di terapia dava su un giardino interno dellospedale, dove un piccolo parco con panchine e aiuole era ormai deserto. Linverno era rigido e i pazienti uscivano raramente per una passeggiata. Costante era solo. Una settimana prima il suo compagno di stanza, Giovanni Timo, era stato dimesso, e da allora il silenzio nella stanza gli pesava come una colla. Giovanni era un ragazzo chiacchierone, allegro, pieno di storie da raccontare con la mimica di un vero attore; studiava recitazione al terzo anno di corso. Ogni giorno la madre di Giovanni, Maddalena, portava dolci fragranti, frutta e caramelle, che il compagno condivideva generosamente con Costante. Con la partenza di Giovanni il conforto domestico svanì, lasciando il giovane come mai prima dora solo e inutile.
Il suo pensiero malinconico fu interrotto dallingresso di uninfermiera. Il cuore di Costante si serrò ancora di più: al suo posto non cera la giovane e carina Rosina, ma la perenne Signora Ludovica Arcangela, sempre accigliata e con lespressione di chi ha sempre qualcosa da rimproverare. Da due mesi di ricovero Costante non laveva mai vista sorridere; la sua voce era dura e graffiante, riflesso del suo volto.
Allora, Costante, su, al letto! schernì Ludovica, tenendo pronto lo siringa pieno di farmaco.
Costante sospirò, girò la sedia e si avviò verso il lettino. Con un gesto rapido la signora lo aiutò a sdraiarsi orizzontalmente e, con la stessa destrezza, lo capovolse sul ventre.
Togli i pantaloni ordinò, e Costante obbedì, senza sentire nulla. Liniezione fu eseguita con maestria; ogni volta ringraziava mentalmente Ludovica per la sua precisione.
Chissà quanti anni avrà pensò, osservando linfermiera mentre cercava la vena sul suo braccio magro probabilmente è già in pensione. La pensione è misera, deve continuare a lavorare, ed è per questo così severa.
Ludovica introdusse infine lago sottile nella pallida vena azzurrina di Costante, facendolo solo accigliarsi un po.
Fatto, Costante. È stato lultima volta. Il dottore è passato oggi? chiese inaspettatamente mentre si avviava verso la porta.
Non ancora rispose Costante con un cenno, sperando che arrivasse più tardi.
Allora resta lì, non stare alla finestra, ti farà entrare laria gelida, sei freddo come una trota aggiunse, uscendo.
Costante voleva protestare, ma non poté: nelle parole della signora, per quanto dure, percepì una forma di cura. Non conosceva altra cosa.
Costante era orfano. I genitori perirono quando lui aveva quattro anni, travolti da un incendio nella casa di campagna. Sua madre, lottando per salvarlo, lo lanciò attraverso una finestra verso la neve, un minuto prima che il tetto crollasse su di loro. Così finì in un orfanotrofio. I parenti esistevano, ma nessuno lo accolse.
Dal padre ereditò laltezza e la predisposizione per la matematica; dalla madre ricevette un carattere dolce, gli occhi verdi e la capacità di sognare. I ricordi dei festeggiamenti di paese, di una bandiera colorata alzata dalluomo, o del vento estivo sul viso mentre era in spalla a suo padre, gli tornavano frammentati. Ricordava un grosso gatto rossiccio, chiamato o Micio o Barbut, ma nulla più: lalbum di famiglia era andato in fiamme.
Quando compì diciotto anni lo Stato gli assegnò una stanza luminosa al quarto piano di un dormitorio universitario. Amava la solitudine, ma a volte la tristezza lo sopraffece. Col tempo imparò a gestire lisolamento, ma gli occhi dei bambini con i genitori nei parchi, nei supermercati, nelle strade di Milano gli suscitavano pensieri amare.
Dopo il liceo non riuscì a entrare in università per mancanza di voti, così si iscrisse a un istituto tecnico. Gli piaceva, ma i compagni lo trovavano noioso, perché era riservato, preferiva libri e riviste scientifiche a feste e videogiochi. Anche con le ragazze il suo timore lo rendeva invisibile; a diciotto anni sembrava più giovane di sé, diventando il cervo bianco del gruppo.
Due mesi prima, mentre correva su un marciapiede ghiacciato per non arrivare in ritardo, scivolò in un passaggio sotterraneo e si fratturò entrambe le gambe. Le fratture si rivelarono difficili da guarire, ma dopo qualche settimana i sintomi diminuirono. Sperava di essere dimesso, ma la sua casa non aveva ascensore né rampe per una sedia a rotelle; sembrava destinato a restare lì a lungo.
Il dottor Romano Abrami, traumatologo, entrò nella stanza dopo pranzo, esaminò le radiografie e dichiarò:
Bene, Costante, le fratture stanno finalmente consolidandosi. Tra due settimane potrà camminare con le stampelle. Non ha più senso tenervi qui; potrà seguirci in ambulatorio. Tra unora le darò la dimissione. Qualcuno lo aspetta?
Costante annuì in silenzio.
Perfetto. Chiamerò Ludovica, la aiuterà a raccogliere le cose. Buona salute, e cerchi di non rientrare più qui.
Il dottore uscì sorridendo; Costante iniziò a contemplare freneticamente il suo futuro. La signora Ludovica rientrò nella stanza.
Che aspetti, Costante? La dimissione è pronta disse, porgendogli lo zaino posato sotto il letto prepara le cose, Piero arriverà a cambiare le lenzuola.
Costante sistemò i pochi effetti personali, ma notò lo sguardo attento dellinfermiera.
Hai mentito al dottore? chiese, inclinando la testa.
Di cosa parla? rispose Costante, sopraccigliato.
Non fare lo scemo, Costante. So che nessuno verrà per prenderti. Come farai a tornare a casa?
Troverò un modo borbottò.
Ci vorrà almeno un mese prima che tu possa camminare di nuovo. Come vivrai?
Ne farò a meno, non sono più un bambino.
Allimprovviso Ludovica si sedette sul letto, poggiandosi vicino a lui.
So che non è affar mio, ma con queste ferite avrai bisogno di aiuto. Non ce la farai da solo, te lo dico con tutto il cuore.
Ce la farò da solo.
Non ce la farai. Lavoro in medicina da anni, non è un problema. Non fare il testardo.
E allora perché me lo dice?
Perché potresti vivere da me. Abito fuori città, ma la porta è solo a due gradini. Ho una stanza libera; quando tornerai in piedi tornerai a casa. Vivo sola, mio marito è morto da tempo e i figli non mi hanno mai voluto.
Costante rimase sbalordito. Vivere con una sconosciuta? Da tanto tempo aveva imparato a non confidarsi in nessuno se non in sé stesso.
Perché taci? incalzò Ludovica.
È imbarazzante balbettò Costante.
Smetti di fare lo sbruffone, Costante. È davvero scomodo stare in una casa senza ascensore né rampe con una sedia a rotelle replicò con il suo solito tono brusco allora verrà da me?
Il giovane esitò. Da un lato lidea di abitare con una donna sconosciuta gli sembrava strana, dallaltro la prospettiva di dover camminare di nuovo era allettante, e Ludovica non era poi così estranea. Ora capiva che, per tutti quei mesi, lei gli aveva regalato piccoli consigli: «Vai a pranzo, oggi servono le tue polpette preferite», «Chiudi la finestra, non è più freddo», «Mangia subito lo yogurt, è ricco di calcio». Era lunica persona al mondo a volergli bene.
Accetto, disse infine, ma non ho soldi. La borsa di studio arriverà più tardi.
Ludovica, con il braccio appoggiato sul fianco, lo guardò perplessa, poi sbuffò:
Stai scherzando? Pensi che io ti ospiti per denaro? Mi dispiace, ma è così.
Non volevo offenderti iniziò Costante, ma si interruppe.
Non mi offendo. Andiamo nella stanza della sorella, ti farò sistemare, la mia turnazione finisce presto.
Il piccolo casale di Ludovica era accogliente, con finestre strette incorniciate da eleganti persiane intagliate. Dentro cerano due camere intime; una di queste divenne la nuova dimora di Costante. Nei primi giorni era timido, quasi non usciva e cercava di non disturbare lanziana con le sue richieste. Lei gli disse:
Basta timidezza, chiedi quello che ti serve, il tè è sempre pronto.
In realtà a Costante piaceva: la neve fuori dalle finestre, il crepitio del fuoco nel camino, lodore del cibo casalingo tutto gli ricordava la casa che aveva perso e uninfanzia felice.
I giorni passarono; la sedia a rotelle fu sostituita da stampelle, poi da un bastone. Arrivò il momento di tornare in città. Dopo una visita alla clinica, Costante camminava accanto a Ludovica, condividendo i suoi progetti:
Devo sostenere gli esami, gli accertamenti. Ho perso così tanto tempo, è un incubo. Non voglio più abbandonare gli studi
Prendi in mano la cosa, lo incoraggiò la signora, il tuo istituto tecnico non sparirà. Il medico ti ha detto di ridurre il carico sulle gambe, quindi non correre.
Le settimane successive li avvicinarono sempre di più. Costante si scoprì a non volere più lasciare quella casa accogliente e quella donna che era diventata una seconda madre. Non trovava il coraggio di ammettere né a lei né a sé stesso ciò che provava.
Il giorno in cui impacchettò le sue cose, cercò il caricabatterie del telefono e si girò: davanti alla porta della sua stanza cera Ludovica, in lacrime. Un impulso sconosciuto lo spinse a correre verso di lei e ad abbracciarla forte.
Resterai, Costantino? sussurrò tra i singhiozzi, non so come fare senza di te.
E rimase. Anni dopo, alla sua cerimonia di matrimonio, Ludovica prese posto donore al tavolo dei genitori della sposa. Un anno più tardi, tenne in braccio la sua prima nipotina, nata dal figlio di Costante, e la chiamò Ludovica in onore della nonna.
Così Costante ha imparato che la vita può offrire nuovi legami anche quando tutto sembra perduto, e che la gentilezza, anche se avvolta da una dura scorza, è il ponte più solido verso la speranza.






