Non sono riuscito proprio a dimenticare Ogni giorno Procolo tornava dal lavoro in metropolitana e poi in autobus, così arrivava a casa. Il viaggio, in totale, richiedeva più di un’ora sia all’andata che al ritorno. La macchina rimaneva spesso inutilizzata: al mattino e alla sera, a Roma, il traffico è tale che preferiva la metro, era molto più veloce. Circa due anni fa la sua vita familiare è cambiata: Procolo e sua moglie si sono separati. La figlia, allora diciassettenne, è rimasta con la madre. Si sono lasciati senza litigi, perché Procolo non amava le discussioni. Aveva notato da tempo che la moglie era cambiata, non in meglio: era spesso nervosa, usciva di casa e talvolta tornava tardi, dicendo di aver passato la serata da un’amica. Quando Procolo le chiese: — Dove vai fino a così tardi? Le mogli normali a quest’ora sono a casa. — Non sono affari tuoi. Quelle mogli “normali” sono delle galline. Io sono diversa, sono intelligente e socievole, qui mi sento stretta. E non sono una contadina come te, ti è rimasta addosso questa cosa del paese. — E allora, perché hai sposato un contadino? — Tra due mali ho scelto il minore, — ribatté lei, chiudendo la conversazione. Poi ha chiesto il divorzio e lo ha fatto sloggiare; Procolo ha dovuto cercarsi una casa in affitto. Ormai si era abituato, e non pensava a un secondo matrimonio, almeno per ora. Ma cercava ancora. Procolo stava viaggiando in metro e, come tutti, non sprecava il tempo in viaggio: fissando lo schermo del cellulare, scrollava le pagine dei social. Leggeva notizie, battute e guardava video brevi. Scorreva distrattamente, ma all’improvviso si fermò: qualcosa lo colpì come una scossa, tornò indietro e lesse bene l’annuncio. — Guaritrice popolare Maria, cura con le erbe. Dallo schermo del telefono lo fissava il volto del suo primo amore. Amore mai corrisposto e persino impossibile. Il primo amore è un sentimento che non si dimentica. Procolo ricordava bene quella ragazza della loro classe. Era un po’ strana, ma bella. Per poco non perse la sua fermata, saltò giù dal vagone, uscì dalla metro e invece di aspettare l’autobus, camminò veloce verso casa. Una volta entrato, si tolse la giacca e si sedette nello sgabuzzino, lo sguardo fisso sullo schermo. Poi si alzò precipitosamente, annotò il numero sull’annuncio, e proprio allora il telefono lo avvisò che serviva la carica. Mise il telefono in carica, poi pensò di cenare, ma non aveva fame. Spiluccò qualcosa, si buttò sul divano e la memoria lo travolse. Maria, fin dal primo anno delle elementari, si distingueva subito. Riservata e timida, con una treccia lunga e spessa; la sua divisa scolastica le arrivava sotto il ginocchio, a differenza delle altre. Il loro paesino era così piccolo che si conoscevano quasi tutti, ma di lei nessuno sapeva niente. Viveva in una bella casa, stile chalet, fuori dal paese, con i nonni. Procolo si era subito preso una cotta per questa ragazzina: un colpo di fulmine, di quelli dell’infanzia, ma lui lo riteneva serio. In tutto era particolare. In strada indossava sempre il fazzoletto sulla testa, aveva uno zainetto bellissimo, unico. Col tempo capì che glielo aveva ricamato la nonna. Al posto del solito “ciao”, lei diceva: “Salute e benessere”. Sembrava uscita da una fiaba antica. Non correva né urlava durante l’intervallo, era sempre gentile e calma. Un giorno Maria non andò a scuola, così un gruppo di compagni, tra cui Procolo, decise di andare a vedere come stava. Uscirono dal paese, svoltarono nella stradina e si trovarono davanti la casa-chalet: sembrava un altro mondo. — Guarda quanta gente a casa loro, — disse Viviana, la più vivace. Avvicinandosi, scoprirono che erano i funerali della nonna di Maria. La ragazza, col fazzoletto, si asciugava le lacrime; accanto a lei il nonno, immobile e serio. La processione si avviò verso il cimitero e anche i ragazzi seguirono. Dopo i funerali, li invitarono al rinfresco. Procolo non dimenticò quell’esperienza: era la sua prima volta a un funerale. Maria tornò a scuola il giorno dopo. Il tempo passava, gli alunni crescevano; le ragazze della classe diventavano sempre più belle e alla moda, truccate, sempre attente alle ultime tendenze. Maria invece restava sempre composta, senza trucco, delicata, con le guance rosate. Col passare degli anni era sempre più splendente, in quinta era ormai una vera bellezza. I ragazzi la ammiravano in segreto, nessuno la prendeva in giro. Alla fine della scuola, ognuno prese la propria strada. Procolo si trasferì a Roma e si iscrisse all’università. Sapeva solo che Maria si era sposata, non aveva altre notizie. Lui tornava raramente nel paese. Maria aveva sposato il ragazzo cui era stata promessa e si era trasferita in un altro paesino, da moglie e madre; conduceva la classica vita rurale: mungere la mucca, fare il fieno, occuparsi dei lavori domestici. Non la videro mai più, nemmeno i vecchi compagni. — Quindi Maria si occupa di erbe curative, — pensava Procolo sul divano, — e persino più bella di allora. La notte faticò a dormire. Al mattino riprese la routine, ma la figura di Maria gli danzava davanti agli occhi. — Il primo amore smuove il cuore. Proprio così, non si dimentica mai, — pensava. Il primo amore non si dimentica, risveglia il cuore Trascorsero alcuni giorni in questa nebbia, poi Procolo cedette e le scrisse. — Ciao Maria. — Salute e benessere, — rispose lei, sempre uguale. — Posso aiutarti in qualche modo? — Maria, sono Procolo, tuo compagno di banco. Ti ho riconosciuto online e ho deciso di scriverti. — Certo che mi ricordo di te, Procolo, tra i ragazzi eri quello che studiava meglio. — Maria, ho visto il tuo numero qui, posso chiamarti? — chiese timido. — Certo, rispondo. La sera dopo il lavoro le telefonò. Si raccontarono un po’, scoprirono dove vivessero. — Vivo e lavoro a Roma, — disse lui. — Raccontami di te, Maria: famiglia grande? Il marito è bravo? Dove vivi? — Sono tornata alla casa dei nonni, quella da cui andavo a scuola. Ci vivo da sola, dopo la morte di mio marito. L’ha ucciso un orso nel bosco… Anche il nonno è morto ormai. — Mi dispiace, Maria… non lo sapevo… — Tranquillo, è passato tanto tempo, ormai accetto la cosa. E tu? Chiami per le erbe o solo così? Do consigli a volte… — Solo così. Le erbe non mi servono: mi ha colpito rivederti e sono piombati tutti i ricordi. Ho un po’ di nostalgia del paese, non ci vado da tanto, mia madre è morta da anni. Ricordarono i vecchi compagni e si salutarono. Poi di nuovo la solita vita. Una settimana passò, finché Procolo, ormai in preda all’emozione, la chiamò di nuovo. — Ciao Maria. — Salute e benessere, Procolo, ti sei ammalato o solo nostalgia? — Nostalgia, Maria. Non arrabbiarti, posso venire a trovarti? — Vieni quando vuoi, — rispose lei sorridendo. — Ho le ferie fra una settimana, — si rallegrò Procolo. — Perfetto, vieni, conosci già l’indirizzo. Passò la settimana comprando regali per Maria, senza sapere cosa scegliere né con chi avrebbe trovato. Appena arrivato in paese, si stupì per i cambiamenti: case nuove, fabbrica attiva, supermercati e bar. Gli sembrava di non riconoscere il posto. — Pensavo che il paese fosse in abbandono invece si è trasformato, — disse ad alta voce. — Adesso siamo città, — ribatté con orgoglio un anziano. — Da tempo abbiamo lo status di città, tu è tanto che non torni, eh? — È vero, padre, — ammise Procolo. — Merito del nostro sindaco, — aggiunse il vecchio, — ci tiene davvero e si vede. Maria aspettava Procolo nel cortile, lui l’aveva avvertita che stava arrivando. Quando vide l’auto, il cuore le batteva fortissimo. Nessuno aveva mai saputo che, dai tempi della scuola, Maria amava Procolo in segreto. Era una cosa che avrebbe portato con sé per sempre, se lui non si fosse fatto vivo. Fu una reunion emozionante. Si sedettero a lungo nella veranda. La casa-chalet era invecchiata, ma rimaneva accogliente. — Maria, sono venuto per dirti una cosa seria, — lei si irrigidì. — Dimmi, — chiese. — Ti amo da una vita. Non risponderai mai al mio amore? Maria gli saltò al collo. — Procolo, anche io ti amo da bambina. Procolo passò le vacanze con Maria. Al momento di ripartire le promise: — Sistemo le cose al lavoro, passo allo smart working, e torno. Da qui non me ne vado più. Sono nato qui, qui voglio restare, — rideva. Non sono riuscito proprio a dimenticare — Il primo amore non si scorda mai, risveglia il cuore

Non sono mai riuscito a dimenticare tutto, davvero.

Ogni giorno, Procolo tornava dal lavoro in metropolitana, poi prendeva lautobus, e infine era a casa. Tra andata e ritorno a Milano, il viaggio gli portava via più di unora. La macchina la teneva quasi sempre ferma con tutto il traffico che cè la mattina e la sera, preferiva di gran lunga i mezzi pubblici: si risparmiava tempo e parecchio stress.

La sua vita familiare era cambiata circa due anni prima: lui e la moglie si erano separati. La figlia era rimasta con sua madre, allepoca aveva diciassette anni. Era stata una separazione tranquilla, senza scenate Procolo non ha mai sopportato i litigi. Aveva già notato da tempo che la moglie era cambiata, e non propriamente in meglio: era spesso nervosa, se ne andava chissà dove e tornava tardi, parlando di qualche amica.

Una volta le aveva chiesto:
Dove vai a questora? Le mogli normali a questora stanno a casa.

Lei gli aveva risposto secca:
Non sono affari tuoi. Quelle sono galline, io sono diversa intelligente, socievole. Casa mi sta stretta. E io non sono una provinciale come te: sei nato col trattore e ci sei rimasto.

E allora perché hai sposato un contadino?

Ho scelto il male minore, aveva ribattuto lei senza altri chiarimenti.

Poi aveva chiesto il divorzio, laveva mandato via di casa e Procolo era stato costretto a cercarsi un appartamento in affitto. Ormai si era abituato: non aveva intenzione di risposarsi, almeno per ora però chissà, la speranza cera.

Durante i viaggi in metro, come fanno tutti, non perdeva tempo: ficcato nel cellulare, scorreva pagine di notizie, leggeva battute, guardava video buffi. Scorreva per abitudine, finché un giorno si bloccò allimprovviso: una foto lo colpì come un fulmine. Tornò indietro e lesse lannuncio.

Guaritrice popolare Maria, cura con le erbe.

Dal cellulare lo osservava la sua prima cotta. Ah un amore mai ricambiato, persino impossibile. La prima cotta: una di quelle cose che non si cancellano. Si ricordava benissimo di quella ragazza della sua classe era strana ma bella.

Rischiò di perdere la fermata, saltò fuori al volo e, senza aspettare lautobus, si mise subito in cammino verso casa: aveva bisogno di camminare. Nessun pensiero, tutto in automatico; entrò in casa, tolse la giacca e si sedette lì nel corridoio su uno sgabello basso. Non accese la luce, fissava lo schermo. Poi, di colpo, si appuntò il numero di telefono dellannuncio. Quasi subito, il cellulare gli segnalò che serviva la ricarica.

Mise il telefono sotto carica e provò a cenare, ma aveva lo stomaco chiuso. Rosicchiò qualcosa e poi si sdraiò sul divano, sopraffatto dai ricordi.

Dal primo giorno in prima elementare, Mariana si era distinta subito. Era gentile, silenziosa, portava una lunga treccia folta. La sua uniforme era più lunga delle altre ragazze, arrivava sotto il ginocchio. Il loro paesino era così piccolo che si conoscevano un po tutti, ma di lei si sapeva poco o niente. Viveva con i nonni fuori dal borgo, in una casa singolare vicino al bosco sembrava uscita da una fiaba, piena di decorazioni e intagli.

Quando Procolino la vide la prima volta, perse la testa per lei da bambino, ma con la convinzione di essere già grande. Era diversa da tutte. Quando usciva, si metteva sempre un fazzolettino in testa e portava uno zainetto fatto a mano, bello e pratico, nessuno ne aveva uno così. Solo dopo lui capì che era ricamato dalla nonna.

Al posto del classico ciao, lei diceva salute e serenità. Sembrava venuta fuori da un libro antico. Mai una corsa, mai un urlo durante la ricreazione. Era calma, educata.

Una volta Mariana non era a scuola: così, dopo le lezioni, alcuni di loro Procolino compreso andarono a vedere come stava. Lungo la strada oltre il paese, tra le curve, apparve quella casa fiabesca.

Guarda, che cè gente! disse Varina, che era la più vivace.

Arrivarono proprio quando cerano i funerali della nonna di Mariana. Mariana era lì col fazzoletto, che si asciugava le lacrime vicino a lei il nonno, muto e serio. Tutti andarono al cimitero e poi tornarono a casa per il rinfresco.

Quella giornata restò impressa a Procolino: era la sua prima volta a un funerale. Mariana tornò a scuola subito dopo. Passarono gli anni, crebbero, le ragazze diventarono belle, si truccavano e si vestivano alla moda. Solo Mariana continuava con la schiena dritta, mai una goccia di trucco, le guance rosee e delicate.

I ragazzi corteggiavano le ragazze, e anche Procolino decise di provarci con Mariana. Lei non dava segni di interesse. Verso la fine della terza media, lui si fece coraggio:

Posso portarti a casa dopo scuola?

Mariana lo guardò seria-seria, e a bassa voce, perché nessuno sentisse, rispose:

Sono già promessa, Procolino. Da noi si fa così.

Procolino ci rimase male, ma non capì cosa volesse dire, né chi fossero loro. Col tempo scoprì che i suoi nonni erano di una tradizione molto antica. I genitori di Mariana erano morti presto, quindi era cresciuta con i nonni.

Mariana era bravissima a scuola. Niente gioielli, niente trucchi, niente pettegolezzi: non badava alle chiacchiere delle compagne, andava dritta per la sua strada.

Cresceva ogni anno più bella: in prima superiore era già splendida. I ragazzi la osservavano da lontano, ma nessuno le mancava mai di rispetto.

Dopo la maturità, la classe si dispersa: Procolo si trasferì a Milano per luniversità. Di Mariana si diceva solo che si era sposata. Tornava al paese raramente, per le vacanze estive era via col gruppo universitario per il volontariato.

Mariana aveva sposato davvero quel ragazzo a cui era stata promessa, e andò a vivere in un altro paese. Vita da campagna: il latte, il fienile, le faccende di casa. Un figlio. Da allora, nessuno della vecchia classe laveva più vista.

Allora Mariana cura con le erbe, pensava Procolo, sdraiato sul divano. Chissà sembra ancora più bella ora.

Quella notte dormì poco. La mattina la sveglia suonò, colazione e via di corsa al lavoro. Ma i pensieri erano sempre lì, fissati sul passato, con la figura di Mariana davanti agli occhi.

La prima cotta il cuore le batte ancora, non si scorda mai veramente.

Passarono alcuni giorni come in trance, poi non resse più: le scrisse un messaggio.

Ciao, Mariana.

Salute e serenità, ricevette da lei. Non era cambiata. Come posso aiutarti, hai bisogno di qualcosa?

Mariana sono Procolo, tuo compagno di classe. Ti ho riconosciuta online e ci tenevo a scriverti.

Ma certo che ti ricordo, Procolo! Eri il più sveglio tra i maschi.

Qui cè il tuo numero posso chiamarti? chiese lui, quasi sottovoce.

Certo, chiamami pure, rispondo.

La sera, finito il lavoro, la chiamò. Chiacchierarono un po Tu dove stai? Chi sei ormai?

Vivo e lavoro a Milano, disse lui. Fammi sapere di te comè la famiglia, tuo marito, dove sei?

Sto ancora nella mia vecchia casa, quella vicino al bosco, quella che conosci. Sono tornata dopo che ho perso mio marito. Un orso, nel bosco anche il nonno se nè andato da tempo.

Mi dispiace Mariana, non lo sapevo

Figurati, ormai lho messa via. La vita è questa, nessuno sa tutto dellaltro. E tu chiami per le erbe o per altro? Do consigli, se serve

No, nessuna erba. Solo nostalgia. Ho visto la tua foto, mi sono tornati i ricordi. Mi manca il paese, da tempo non ci torno. Anche mia madre non cè più.

Parlarono di tutto e di niente, ricordando i vecchi compagni, poi si salutarono. Tornò la routine: casa, lavoro una settimana dopo, però, Procolo non resse più e chiamò di nuovo.

Ciao, Mariana.

Salute e serenità, Procolo. Hai nostalgia o stai male?

Solo nostalgia, Mariana ti prego non prendertela, posso venire a trovarti? chiese piano, con il cuore che batteva forte.

Vieni pure, rispose lei senza esitazioni, quando vuoi.

Tra una settimana ho ferie! si illuminò lui.

Perfetto, vieni, lindirizzo lo sai. Sentiva che lei sorrideva.

Quella settimana la passò a prepararsi, a scegliere regali per Mariana. Era nervoso, non sapeva che cosa piacesse, comera cambiata o se fosse sempre la stessa. Poi, finalmente, si mise in viaggio da Milano verso il suo paese. Sei ore di macchina, ma per lui e un piacere: amava i lunghi viaggi.

Il paese apparve allimprovviso, dopo una curva. Mentre guidava si accorse che tutto era diverso: case nuove, il vecchio stabilimento ancora in piedi. Sulla strada principale, supermercati e bar. Si fermò davanti a un negozio.

Ammazza! Pensavo che il nostro paesino fosse come tanti altri, mezzo abbandonato e invece è rifiorito! mormorò guardandosi intorno.

Oh, ormai è città, non più paesino, disse con orgoglio un anziano di passaggio che aveva sentito. Abbiamo il titolo da un bel po, lei manca da tanto eh?

Eh, sì da troppo tempo, rispose Procolo.

Qui il sindaco è in gamba, ci tiene, e il paese si è trasformato.

Mariana gli aspettava già fuori casa. Lui aveva chiamato poco prima di arrivare. Appena vide lauto, sentì il cuore scoppiare. Nessuno aveva mai saputo che Mariana, fin dai tempi di scuola, amava Procolo di nascosto. Era stata una cosa soltanto sua, e sarebbe rimasta segreta per sempre, se lui non si fosse rifatto vivo.

Si abbracciarono felici, rimasero a lungo a chiacchierare nel portico della casa. Il vecchio casale era invecchiato ma ancora pieno di calore.

Mariana, sono venuto da te per dirti una cosa, disse lui deciso; lei lo guardò un po timorosa.

Dimmi, che cosa cè? chiese quasi agitata.

Ti amo da quando ero ragazzino non rispondi ancora al mio amore?

Mariana si alzò di scatto, lo abbracciò stretto al collo.

Procolino, anchio ti amo, da sempre!

Quellestate Procolo la passò con Mariana. E, quando fu ora di tornare, fece una promessa:

Sistemo le cose al lavoro, passo allo smart working e torno. Da qui non mi muovo mai più. Sono nato qui, e qui voglio vivere: sono pronto a mettermi in gioco, disse sorridendo.

E così, vedi, la prima cotta non si dimentica mai davvero ti vibra nel cuore anche dopo tutti questi anni.

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Non sono riuscito proprio a dimenticare Ogni giorno Procolo tornava dal lavoro in metropolitana e poi in autobus, così arrivava a casa. Il viaggio, in totale, richiedeva più di un’ora sia all’andata che al ritorno. La macchina rimaneva spesso inutilizzata: al mattino e alla sera, a Roma, il traffico è tale che preferiva la metro, era molto più veloce. Circa due anni fa la sua vita familiare è cambiata: Procolo e sua moglie si sono separati. La figlia, allora diciassettenne, è rimasta con la madre. Si sono lasciati senza litigi, perché Procolo non amava le discussioni. Aveva notato da tempo che la moglie era cambiata, non in meglio: era spesso nervosa, usciva di casa e talvolta tornava tardi, dicendo di aver passato la serata da un’amica. Quando Procolo le chiese: — Dove vai fino a così tardi? Le mogli normali a quest’ora sono a casa. — Non sono affari tuoi. Quelle mogli “normali” sono delle galline. Io sono diversa, sono intelligente e socievole, qui mi sento stretta. E non sono una contadina come te, ti è rimasta addosso questa cosa del paese. — E allora, perché hai sposato un contadino? — Tra due mali ho scelto il minore, — ribatté lei, chiudendo la conversazione. Poi ha chiesto il divorzio e lo ha fatto sloggiare; Procolo ha dovuto cercarsi una casa in affitto. Ormai si era abituato, e non pensava a un secondo matrimonio, almeno per ora. Ma cercava ancora. Procolo stava viaggiando in metro e, come tutti, non sprecava il tempo in viaggio: fissando lo schermo del cellulare, scrollava le pagine dei social. Leggeva notizie, battute e guardava video brevi. Scorreva distrattamente, ma all’improvviso si fermò: qualcosa lo colpì come una scossa, tornò indietro e lesse bene l’annuncio. — Guaritrice popolare Maria, cura con le erbe. Dallo schermo del telefono lo fissava il volto del suo primo amore. Amore mai corrisposto e persino impossibile. Il primo amore è un sentimento che non si dimentica. Procolo ricordava bene quella ragazza della loro classe. Era un po’ strana, ma bella. Per poco non perse la sua fermata, saltò giù dal vagone, uscì dalla metro e invece di aspettare l’autobus, camminò veloce verso casa. Una volta entrato, si tolse la giacca e si sedette nello sgabuzzino, lo sguardo fisso sullo schermo. Poi si alzò precipitosamente, annotò il numero sull’annuncio, e proprio allora il telefono lo avvisò che serviva la carica. Mise il telefono in carica, poi pensò di cenare, ma non aveva fame. Spiluccò qualcosa, si buttò sul divano e la memoria lo travolse. Maria, fin dal primo anno delle elementari, si distingueva subito. Riservata e timida, con una treccia lunga e spessa; la sua divisa scolastica le arrivava sotto il ginocchio, a differenza delle altre. Il loro paesino era così piccolo che si conoscevano quasi tutti, ma di lei nessuno sapeva niente. Viveva in una bella casa, stile chalet, fuori dal paese, con i nonni. Procolo si era subito preso una cotta per questa ragazzina: un colpo di fulmine, di quelli dell’infanzia, ma lui lo riteneva serio. In tutto era particolare. In strada indossava sempre il fazzoletto sulla testa, aveva uno zainetto bellissimo, unico. Col tempo capì che glielo aveva ricamato la nonna. Al posto del solito “ciao”, lei diceva: “Salute e benessere”. Sembrava uscita da una fiaba antica. Non correva né urlava durante l’intervallo, era sempre gentile e calma. Un giorno Maria non andò a scuola, così un gruppo di compagni, tra cui Procolo, decise di andare a vedere come stava. Uscirono dal paese, svoltarono nella stradina e si trovarono davanti la casa-chalet: sembrava un altro mondo. — Guarda quanta gente a casa loro, — disse Viviana, la più vivace. Avvicinandosi, scoprirono che erano i funerali della nonna di Maria. La ragazza, col fazzoletto, si asciugava le lacrime; accanto a lei il nonno, immobile e serio. La processione si avviò verso il cimitero e anche i ragazzi seguirono. Dopo i funerali, li invitarono al rinfresco. Procolo non dimenticò quell’esperienza: era la sua prima volta a un funerale. Maria tornò a scuola il giorno dopo. Il tempo passava, gli alunni crescevano; le ragazze della classe diventavano sempre più belle e alla moda, truccate, sempre attente alle ultime tendenze. Maria invece restava sempre composta, senza trucco, delicata, con le guance rosate. Col passare degli anni era sempre più splendente, in quinta era ormai una vera bellezza. I ragazzi la ammiravano in segreto, nessuno la prendeva in giro. Alla fine della scuola, ognuno prese la propria strada. Procolo si trasferì a Roma e si iscrisse all’università. Sapeva solo che Maria si era sposata, non aveva altre notizie. Lui tornava raramente nel paese. Maria aveva sposato il ragazzo cui era stata promessa e si era trasferita in un altro paesino, da moglie e madre; conduceva la classica vita rurale: mungere la mucca, fare il fieno, occuparsi dei lavori domestici. Non la videro mai più, nemmeno i vecchi compagni. — Quindi Maria si occupa di erbe curative, — pensava Procolo sul divano, — e persino più bella di allora. La notte faticò a dormire. Al mattino riprese la routine, ma la figura di Maria gli danzava davanti agli occhi. — Il primo amore smuove il cuore. Proprio così, non si dimentica mai, — pensava. Il primo amore non si dimentica, risveglia il cuore Trascorsero alcuni giorni in questa nebbia, poi Procolo cedette e le scrisse. — Ciao Maria. — Salute e benessere, — rispose lei, sempre uguale. — Posso aiutarti in qualche modo? — Maria, sono Procolo, tuo compagno di banco. Ti ho riconosciuto online e ho deciso di scriverti. — Certo che mi ricordo di te, Procolo, tra i ragazzi eri quello che studiava meglio. — Maria, ho visto il tuo numero qui, posso chiamarti? — chiese timido. — Certo, rispondo. La sera dopo il lavoro le telefonò. Si raccontarono un po’, scoprirono dove vivessero. — Vivo e lavoro a Roma, — disse lui. — Raccontami di te, Maria: famiglia grande? Il marito è bravo? Dove vivi? — Sono tornata alla casa dei nonni, quella da cui andavo a scuola. Ci vivo da sola, dopo la morte di mio marito. L’ha ucciso un orso nel bosco… Anche il nonno è morto ormai. — Mi dispiace, Maria… non lo sapevo… — Tranquillo, è passato tanto tempo, ormai accetto la cosa. E tu? Chiami per le erbe o solo così? Do consigli a volte… — Solo così. Le erbe non mi servono: mi ha colpito rivederti e sono piombati tutti i ricordi. Ho un po’ di nostalgia del paese, non ci vado da tanto, mia madre è morta da anni. Ricordarono i vecchi compagni e si salutarono. Poi di nuovo la solita vita. Una settimana passò, finché Procolo, ormai in preda all’emozione, la chiamò di nuovo. — Ciao Maria. — Salute e benessere, Procolo, ti sei ammalato o solo nostalgia? — Nostalgia, Maria. Non arrabbiarti, posso venire a trovarti? — Vieni quando vuoi, — rispose lei sorridendo. — Ho le ferie fra una settimana, — si rallegrò Procolo. — Perfetto, vieni, conosci già l’indirizzo. Passò la settimana comprando regali per Maria, senza sapere cosa scegliere né con chi avrebbe trovato. Appena arrivato in paese, si stupì per i cambiamenti: case nuove, fabbrica attiva, supermercati e bar. Gli sembrava di non riconoscere il posto. — Pensavo che il paese fosse in abbandono invece si è trasformato, — disse ad alta voce. — Adesso siamo città, — ribatté con orgoglio un anziano. — Da tempo abbiamo lo status di città, tu è tanto che non torni, eh? — È vero, padre, — ammise Procolo. — Merito del nostro sindaco, — aggiunse il vecchio, — ci tiene davvero e si vede. Maria aspettava Procolo nel cortile, lui l’aveva avvertita che stava arrivando. Quando vide l’auto, il cuore le batteva fortissimo. Nessuno aveva mai saputo che, dai tempi della scuola, Maria amava Procolo in segreto. Era una cosa che avrebbe portato con sé per sempre, se lui non si fosse fatto vivo. Fu una reunion emozionante. Si sedettero a lungo nella veranda. La casa-chalet era invecchiata, ma rimaneva accogliente. — Maria, sono venuto per dirti una cosa seria, — lei si irrigidì. — Dimmi, — chiese. — Ti amo da una vita. Non risponderai mai al mio amore? Maria gli saltò al collo. — Procolo, anche io ti amo da bambina. Procolo passò le vacanze con Maria. Al momento di ripartire le promise: — Sistemo le cose al lavoro, passo allo smart working, e torno. Da qui non me ne vado più. Sono nato qui, qui voglio restare, — rideva. Non sono riuscito proprio a dimenticare — Il primo amore non si scorda mai, risveglia il cuore