«Sei stato lasciato?»: dopo essere stata licenziata, ho salvato un cane per strada e sono partita con lui…

«Ti hanno buttato giù?» pensava Lorenza, mentre il terzo giorno senza lavoro la svegliava il silenzio di una camera senza sveglia. Si guardò allo specchio della cucina, quel riflesso che non rispondeva alle sue parole: «Allora, disoccupati, siete alzati?». Lo specchio rimase impassibile, il suo sguardo fermo come la stanza vuota, il frigo ronzava come a voler riempire il vuoto. Il caffè era finito, lo spazzolino sparito; rimanevano solo una coperta logora, un ombrello strappato e la sensazione che la sua vita crollasse da tempo, solo ieri era diventata ufficiale.

Senza lacrime, si disse: «Basta. Mi alzo e penso a qualcosa. Magari partire, anche per due giorni». Tirò fuori dal vecchio armadio una valigia consumata, quella con cui faceva i viaggi di lavoro: langolo lacerato, la cerniera che non chiudeva, lodore di tappeti di hotel. Stranamente, quel ricordo le donò un po di serenità. «Tre giorni, da qualche parte, dove nessuno chieda niente».

Alle dodici, nel capoluogo di Milano, la stazione era sospesa nella pausa pranzo: il sole le colpiva il volto, la gente scorreva verso le uscite, i pensieri si spargevano nel nulla. Il treno avrebbe dovuto arrivare tra unora e la valigia sembrava più pesante del proprio passato. Fu allora che la vide.

Seduto su una panchina, accanto a una borsa di tela abbandonata, cera un cane grigio, pelosetto, con gli occhi spenti come un vecchio fazzoletto dopo la pioggia. Al collo una targhetta ingiallita leggeva: «Se leggi questo, per favore aiutami a tornare a casa». Lorenza, incrinata dallironia, chiese: «Scherzo? O sei serio?». Nessuna risposta, solo un respiro calmo e uno sguardo che pareva dire: «tornerò comunque».

Comprò il biglietto, si sedette su una panca più indietro. Il cane osservava i passanti senza scegliere. «Che aspetti? Hai il GPS incorporato?», lo provocò. Il cane non reagì, ma il suo sguardo era intriso di una silenziosa speranza. Quando il treno arrivò, Lorenza si alzò. Il cane non la seguì, ma un cenno dellorecchio fu più che sufficiente. «Bene, non so dove tu vada, ma per tre giorni vieni con me», disse, e il cane si alzò e la seguì, senza guinzaglio, senza fretta, come se avesse sempre saputo che la loro strada si sarebbe incrociata.

Nel vagone la controllore chiese: «Con un cane? Documenti?». «Pasaporto», rispose Lorenza. «E lui?», scherzò la donna. «Ha il mio passaporto, è silenzioso». Il cane si accucciò sotto il sedile, indisturbato. Lorenza sussurrò: «Educato, ma non ti abituerai. Ho solo tre giorni, niente illusioni». Dopo unora di sonno leggero, si risvegliò per trovare la testa del cane appoggiata al suo piede. Per la prima volta da giorni sentì che non era sola.

Presero una piccola casa in affitto, trovata grazie a conoscenti. Due stanze: una con finestra, laltra senza. Scelse la seconda; al cane non importava. «Come ti chiami?», gli chiese. Lui non rispose, ma fissava gli occhi negli altri. «Va bene, ti chiamerò Polvere. Grigio, silenzioso, un po fastidioso ma solo per poco», gli disse, mentre la porta sbatté sullo sfondo.

Il giorno dopo lautobus per il paese partì in anticipo; Lorenza decise di andare a piedi. Polvere camminava davanti, a volte si fermava per accertarsi che lei lo seguisse. Lungo la strada gli alberi si stendevano come guardiani, le poche macchine scarnevano. Per la prima volta da tempo, camminava senza una meta predefinita, il cuore più leggero.

A un tratto Polvere svoltò sbagliato. «Non è quella strada», protestò Lorenza, ma il cane non si voltò. Dopo due minuti tornò indietro e si fermò accanto a lei, come a dire: «Va bene, seguiamo il tuo percorso». Entrarono in un bar di campagna: zuppa in bustina, tè in bicchiere di vetro, pane con lodore di frigo. Polvere mangiò solo dopo il suo invito, con una grazia sorprendente. «Dove hai imparato queste buone maniere?», chiese, ma il cane rimase impassibile mentre entrava un uomo in giacca rossa.

La sera rientrarono nella casa. Polvere si accoccolò alla porta; Lorenza, sul divano, osservava le tenebre. «Sei strano, tranquillo, come se avessi già vissuto tutto questo», mormorò. Il cane emise un sospiro profondo, ma le parole gli mancavano. Sotto le coperte, ricordò lultima volta che qualcuno era stato al suo fianco senza chiedere nulla. Si addormentò senza sogni.

Al mattino Polvere era già alla porta, pronto a partire. Lorenza indossò la giacca e, per la prima volta, non pensò più al ritorno a Milano. Camminarono finché arrivarono al villaggio, che sembrava attenderli da sempre: il sentiero conosceva i loro passi, i vecchi cancelli si raddrizzavano come a fare spazio a chi vi passasse accanto.

La casa della nonna sorgeva ai margini del borgo: cancello scrostato, cassetta della posta logora, tetto pronto a scricchiolare al primo vento forte, uno sgabello consumato allingresso. Laurènza inserì la chiave nella serratura, inspirò il profumo di polvere, legno e anni passati, e un senso di ritorno alla propria essenza la avvolse.

Polvere non entrò, si fermò al cancello, lanciò uno sguardo e poi si inoltrò in un sentiero ricoperto derba, oltre un recinto rotto. «Ehi, dove vai?», lo chiamò. Il cane non si voltò. «Sul serio? Dopo tre giorni di cammino e adesso ti spari?», sbottò Lorenza, e lo seguì. Il cane avanzava con la sicurezza di chi conosce ogni buca, ogni curva, ogni campagna inclinata.

Arrivarono a una piccola abitazione quasi invisibile, con una canna fumaria ricurva, persiane di legno e una targa: «Via Lago, 3». Sul cancello pendeva una nota sbiadita ma leggibile: «Il proprietario è morto. Casa chiusa. Per informazioni chiedere a Maria Bianchi, quinta casa a sinistra». Lorenza fissò Polvere. «È qui? È quello che cercavi?» Il cane si sedette, silenzioso, attendendo che lei capisse.

Maria Bianchi, una donna di settanta anni con un grembiule scolorito, li accolse. «Ah, Pashka il suo regno è il cielo», disse, accarezzando il cane con voce dolce ma ferma. «Era un uomo buono, poco loquace, ma il suo cane era come un figlio». Lorenza mostrò il collare: «Hai liscrizione: Se leggi questo, per favore aiutami a tornare a casa». La vecchia annuì, stringendo gli occhi. « Prima di morire mi ha chiesto di fargli una targhetta. Diceva: Mac, sento che andrà a cercare. Lho fatta. Il giorno dopo Pashka è morto». Il cane era sparito poco dopo il funerale. Maria asciugò le lacrime e aggiunse: «Questo cane è speciale. Quando era triste, taceva. Quando era felice, sembrava sapere che la gioia è silenziosa».

La sera Lorenza accese una lampada, sistemò la coperta sul divano, preparò il tè in una vecchia teiera. Polvere si posò sullo stipite. «Sai dove andiamo, vero?», gli chiese. La casa odorava di legno, terra e ricordi. Aprì un album, ricordando le parole della nonna: «Se qualcuno è solo, ha bisogno di un animale con cui tacere». Capì allora che non voleva più tornare alla frenetica vita di Milano.

Durante la notte Polvere scomparve, ma tornò unora dopo, sporco di fango, con un vecchio album di foto tra i denti. Lorenza lo aprì: la prima pagina mostrava un uomo di cinquantanni con lo stesso cane ai suoi piedi, davanti a una casa con la targhetta: «Qui non fateci male. Siamo già stati dappertutto». In unaltra immagine il collare recitava: «Se leggi questo, per favore aiutami a tornare a casa». Sotto cera una nota: «Se non sarò più, vai via finché qualcuno non ti ascolti».

Il giorno dopo, nella piccola bottega del villaggio, comprò un martello, della vernice e del cibo per cani. Iniziò a rimettere in ordine la casa. Polvere prese una vecchia targa arrugginita dellautobus e la portò in porta. Lorenza rise: «Sei larchivista del villaggio».

Qualche settimana dopo arrivò il veterinario: Otto anni, robusto, una piccola frattura alla zampa, ma vivrà ancora a lungo. Il cane rimase a guardare la porta come a proteggerla.

Lorenza scrisse una lettera a sé stessa, la Lorenza di Milano, stanca di correre: «Sei stata coraggiosa a partire. Se vuoi tornare, chiediti perché. Qui respiro diversamente. Qui cè Polvere. E io. Sono viva». Bruciò la missiva nel cortile; Polvere posò il muso sul suo stivale.

Non sapeva se sarebbe rimasta per sempre, ma camminava ora senza il peso della perdita, con il cuore più leggero, accompagnata da quel silenzioso amico che, a modo suo, la guidava verso una nuova vita.

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