Michele rimase fermo: un cane, che avrebbe riconosciuto tra mille, lo guardava tristemente da dietro un albero.

Marco Bianchi si fermò, perché una cagnolina lo fissava triste dallalbero. La polvere sulla strada di campagna si alzava lentamente, come se anche il vento fosse pigro a muoversi. Marco spense il motore della vecchia Fiat 126, ma rimase seduto, sentendo le vibrazioni del motore che ancora brontolava.

Quindici anni aveva evitato quel paesino di Montecchio. E adesso, finalmente, era tornato. Perché? Nemmeno lui lo sapeva bene. Forse per chiudere una discussione rimasta sospesa, forse per chiedere un perdono ormai fuori tempo.

Allora, vecchio sciocco, bisbigliò a sé stesso, ce lhai fatta.

girò la chiave, il motore si spense. Un silenzio denso, rurale, impregnato dellodore di erba secca e di ricordi antichi lo avvolse. In lontananza un cane abbaiava a tratti. Qualche suono di cancello cigolò. E lui continuava a sedere, come se temesse di scendere e incrociare lo sguardo del proprio passato.

Unimmagine gli affiorò: la sua ex, Valentina, stava alla stessa porta, salutandolo con la mano. Lui si girò una sola volta, una sola volta, e vide che non la salutava più, ma lo guardava, leggermente chinata.

Tornerò, aveva gridato allora.

Non era tornato.

Uscì dallauto, sistemò il colletto, ma le ginocchia cedettero. Che ridicolo, pensò, sessanta anni di vita e ancora ti spaventa incrociare il passato faccia a faccia.

Il cancello non cigolava più: qualcuno doveva aver innaffiato le cerniere. Valentina si era sempre lamentata: «I cancelli che scricchiolano sono come un tic nervoso. Compra già quel lubrificante, Marco». Non lo comprò.

Il cortile era quasi lo stesso. Solo il melo era più vecchio, piegato verso terra, e la casa sembrava respirare più lenta, come se avesse raddoppiato gli anni. Le tende alle finestre erano diverse, non quelle di Valentina. Altre.

Seguì il sentiero familiare verso il cimitero, dove voleva dire tutto quello che non aveva mai avuto il coraggio di pronunciare quindici anni fa.

Si fermò, radicato al suolo.

Una cagnolina rossa con petto bianco lo guardava da dietro il betulla. Occhi attenti che un tempo chiamava dorati. Non era solo simile: era la stessa.

Stella? soffiò.

Il cane non gli si avvicinò, non abbaiò. Solo lo osservava, silenziosa, come a chiedere: «Dove sei stato tutto questo tempo? Ti abbiamo aspettato».

Il respiro di Marco si bloccò.

Stella non si mosse. Stava lì, immobile, ma quegli occhi ancora quegli occhi. Valentina rideva sempre: «Stella è la nostra psicologa. Vede le persone fino al midollo. Guarda dentro lanima».

Signore mio mormorò, come fai ancora a stare viva?

I cani non vivono così a lungo.

Ma Stella si alzò, lentamente, con la delicatezza di una nonnina che ha difficoltà a muoversi. Si avvicinò, annusò la sua mano, abbassò la testa. Non si arrabbiò. Solo disse, a modo suo: «Ti riconosco. Ma sei arrivato troppo tardi».

Mi ricordi, disse Marco, senza chiedere. Certo che ti ricordo.

Stella guaì piano.

Perdona me, Valentina, sussurrò, sedendosi accanto alla lapide. Perdona la mia codardia, la fuga di quellanno, la carriera che mi ha lasciato solo una stanza vuota e viaggi senza senso. Perdona il timore di stare vicino a te.

Parlò a lungo, raccontando alla pietra fredda la sua vita: un lavoro inutile, donne a cui il cuore non si era legato, il desiderio di chiamarla, sempre rimandato per mancanza di tempo, coraggio o la sensazione che la stesse ancora aspettando.

Il ritorno non era più solitario: Stella lo seguiva, scodinzolando dietro, come se lavesse accolto di nuovo nel suo cerchio, senza gioia ma senza inimicizia.

La porta di casa sbatté.

Chi è? chiese una voce femminile severa.

Sul portico cera una donna di circa quarantanni, capelli scuri raccolti in una coda. Volto serio, ma gli occhi quelli di Valentina.

Io Marco, balbettò, una volta qui

So chi sei, lo interruppe. Sono Ginevra. Figlia. Non mi riconosci?

Ginevra, figlia di Valentina dal primo matrimonio, lo guardava come se ogni parola le bruciasse dentro.

Scese le scale, e Stella si avvicinò subito a lei.

Da sei mesi la mamma non cè, disse Ginevra con voce ferma. E voi dove eravate? Quando era malata? Quando lattendeva? Quando credeva?

Una sorta di colpo lo colpì. Le parole gli mancarono.

Io non lo sapevo.

Non lo sapevi? rise amaramente. tua madre non ha buttato via le tue lettere. Le ha conservate tutte. Conosceva tutti gli indirizzi. Trovarvi non era difficile. Ma non cercaste.

Marco rimase in silenzio. Che dire? Aveva scritto nei primi anni, poi le lettere divennero rare, poi sparirono tra lavoro, trasferte, vite altrui. Valentina si era dissolta come un sogno bello di cui non ci si può più svegliare.

Era malata? estrasse.

No. Solo il cuore. Stanco di attendere.

La risposta fu fredda, e il dolore aumentò.

Stella guaì piano. Marco chiuse gli occhi.

Lultima cosa che ha detto la mamma, aggiunse Ginevra, era: Se Marco tornerà mai, dillo che non sono arrabbiata. Capisco.

Lei capiva. Sempre capiva. E lui non aveva mai trovato il coraggio di capire se stesso.

E Stella? Perché era al cimitero?

Ginevra respirò lentamente:

Viene lì ogni giorno. Si siede accanto. Aspetta.

Cena silenziosa. Ginevra confidò di essere infermiera, sposata ma separata «le nostre vite non si sono incrociate». Nessun figlio. Ma Stella era il suo sostegno, la memoria, il legame con la madre.

Posso restare qui qualche giorno? chiese Marco.

Ginevra lo guardò dritto.

E poi sparirai di nuovo?

Non lo so, rispose onesto. Nemmeno io.

Rimase. Non per un giorno, ma per una settimana, poi per due. Ginevra non chiedeva più quando sarebbe partito. Forse aveva capito che neanche lui sapeva.

Riparò il recinto, spostò le assi, portò acqua dal pozzo. Il corpo gli faceva male, ma lanima taceva. Era come se qualcosa avesse smesso di opporsi.

Stella lo accettò davvero solo dopo una settimana. Si avvicinò da sola, si sdraiò accanto, poggiando il muso sulla sua scarpa. Ginevra, vedendolo, disse:

Ti ha perdonato.

Marco guardò fuori dalla finestra: il cane, lalbero, la casa che ancora respirava il calore di Valentina.

E tu perdonerai? sussurrò a Ginevra.

Lei rimase in silenzio, pesando ogni parola.

Non sono tua madre, disse infine. È più duro per me perdonare. Ma ci proverò.

Stella continuava a svegliarsi prima di tutti. Allalba, quando il cielo si faceva chiaro, usciva dal cortile come per compiere un incarico segreto. Allinizio Marco non gli dava importanza: i cani hanno i loro percorsi. Ma notò che andava sempre nella stessa direzione: verso il cimitero.

Va lì ogni giorno, spiegò Ginevra. Da quando la mamma se nè andata, si sdraia accanto alla tomba e resta fino al tramonto. È una guardia della memoria.

Il cane conserva il ricordo più forte delluomo. Gli esseri umani possono seppellire il dolore, inventare scuse, abitudini. I cani non fanno altro che custodire, amare e attendere.

Quella mattina le nuvole si addensarono tanto da sembrare fossero pronte a sdraiarsi sui tetti. A mezzogiorno piovigginava, e verso sera il cielo si aprì: vento, rovesci, temporale. Le gocce picchiavano alle finestre, i betuli si piegavano come se volessero ripararsi.

Stella non è ancora tornata, osservò preoccupata Ginevra, guardando loscurità. È sempre tornata per la cena. Oggi è la nona volta.

Marco fissò la stessa direzione. La pioggia inondava tutto: strada, terra, aria. Solo i lampi di luce permettevano di scorgere i contorni degli alberi.

Forse si è nascosta, disse, ma la sua voce non era sicura.

È vecchia, Ginevra stringeva le mani sul davanzale. In questo tempo temo che le succeda qualcosa.

Hai lombrello?

Certo. alzò le sopracciglia. Vuoi andare lì adesso?

Marco già indossava la giacca.

Se è lì, non se ne andrà. Starà lì finché non smetterà di piovere. E a questetà, bagnarsi tutta la notte è

Non finì la frase, ma Ginevra capì. Non servivano parole. Gli porse una piccola torcia e un ombrello azzurro con fiori di margherita. Strano, ma robustissimo.

Il sentiero verso il cimitero divenne un torrente fangoso. La torcia a stento squarciava la pioggia. Lombrello si ribaltava ogni pochi passi. Marco scivolava, si imprecava, ma andava avanti.

Accidenti, pensò, sessantanni, le articolazioni scricchiolano come una vecchia porta. Ma devo continuare, perché è il mio dovere.

Il cancello del cimitero sbatté al vento, una serratura si slacciò. Marco entrò, illuminò il terreno sotto i piedi e la vide.

Stella era sdraiata accanto a una lapide, appoggiata a una croce di legno. Bagnata, ansimante, ma non se ne era andata. Non alzò la testa finché Marco non si avvicinò.

Ehi, piccola si inginocchiò nella fango. Perché sei così

Finalmente lo guardò, silenziosa, stanca, come se dicesse: «Non posso lasciarla sola. La ricordo».

La mamma non cè più, mormorò, quasi senza voce. Ma tu sei rimasta. E io sono rimasto. Ora siamo insieme.

Tolse la giacca, avvolse Stella e la sollevò delicatamente. Non si opponeva; il suo corpo non aveva più forze, ma ne aveva abbastanza per farsi tenere.

Perdona noi, Valentina, sussurrò nella notte fredda. Perdona il mio ritorno tardivo. E perdona anche lei, per non aver saputo dimenticare.

La pioggia cessò solo allalba. Marco trascorse la notte accanto al fuoco, tenendo Stella avvolta nella sua giacca. La accarezzava, la consolava, mormorava frasi senza senso, come si fa con un bambino ammalato. Ginevra gli portò un bicchiere di latte; il cane ne bevve un sorso.

È malata? chiese.

No scosse la testa. È solo stanca.

Stella visse altre due settimane, quieta, non allontanandosi da Marco più di un metro. Sembrava custodire gli ultimi attimi, per non perdere neanche un secondo.

Marco vide il suo lento cedere: i movimenti si affievolirono, gli occhi si chiusero più spesso. Ma non cera paura, solo accettazione, quasi gratitudine. Come se sapesse che ora poteva andare via in pace.

Allalba, Stella si sdraiò vicino al portico, appoggiò la testa alle zampe e si addormentò. Marco la trovò al primo raggio di sole.

La seppellirono accanto a Valentina. Ginevra accettò subito, dicendo che la madre avrebbe sorriso a quel gesto.

La sera Ginevra gli porse un mazzo di chiavi.

Credo che la mamma volesse che tu restassi qui, non partissi.

Marco osservò il ferro scuro, invecchiato dal tempo. Quella stessa chiave che aveva tenuto in tasca prima di partire, prima di lasciarsi alle spalle tutto.

E tu? chiese piano. Vuoi che rimanga?

Ginevra espirò, e in quel sospiro cera tutta la vita che entrambi avevano rimandato.

Sì, annuì. Voglio che la casa non resti vuota. E ho bisogno di un padre.

Un padre, la parola che aveva temuto tutta la vita. Non perché non volesse, ma perché non sapeva come essere. Forse, finché si è in vita, non è mai troppo tardi per imparare.

Va bene, disse. Rimarrò.

Un mese dopo vendette lappartamento a Milano e Marco si stabilì definitivamente a Montecchio. Piantò ortaggi, riparò il tetto, tinse le pareti. Il silenzio non opprimeva più; era come il respiro della terra.

Andava al cimitero, parlava con Valentina e con Stella, raccontava loro la giornata, il tempo, quello che aveva piantato, le persone incontrate nel borgo.

E a volte aveva la sensazione che lo ascoltassero. Da quella percezione nasceva una calma che non provava da molto.

Molto tempo fa.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

sixteen + 17 =

Michele rimase fermo: un cane, che avrebbe riconosciuto tra mille, lo guardava tristemente da dietro un albero.