Caro diario,
Il gatto rosso correva su per il binario, fissando gli occhi di tutti i viaggiatori. Quando nessuno gli rispondeva, miagolava deluso e si allontanava. Io, un alto signore dal capo brizzolato, da qualche giorno cercavo di nutrirlo e di avvicinarlo. Lavevo notato per la prima volta tornando da un viaggio di lavoro a Milano con il treno.
Il felino arancione scattava lungo la piattaforma, si fermava vicino alla gente e scrutava ogni volto come se volesse riconoscere lunico che aspettava. Se capiva di aver sbagliato, emetteva un miagolio timido e ferito, poi si ritirava di lato. Lo osservavo da diversi giorni: il suo sguardo tradiva una malinconia profonda, quasi come se avesse già provato lultima volta la fame.
Il gatto si avvicinava a pochi passi, fissava il mio volto come a pormi una domanda, poi si ritirava, diffidente. Ma la fame alla fine vince sempre la cautela: al quinto giorno, quando ormai non gli restava più né energia né cibo, decisi di avvicinarmi. Lo sfamai con un po di panna e un dolcetto al latte, tenendolo tra le mani mentre tremava per la fame.
Nei giorni seguenti il piccolo si rafforzò un po. Provai a portarlo a casa, ma lanimale scappò di nuovo alla stazione, come se temesse di andare nel posto sbagliato. Tornò a girare lungo i binari, miagolando e scrutando i volti dei passanti, sperando forse di scorgere la sua gente.
Allora decisi di fare chiarezza. Andai a parlare con un dipendente della stazione, un amico di vecchia data; tra una birra, delle acciughe sotto sale e dei panini con patate, rivedemmo le registrazioni delle telecamere. Videmmo il momento in cui il proprietario del gatto era salito sul treno. Il piccolo barboncino saltò giù dal carro proprio prima della partenza, restando sul binario. Stampammo la foto delluomo e la pubblicammo online, ma nessuno rispose.
Presi allora una settimana di ferie pagate da me e mi imbarcai sul medesimo treno, portando con me il gatto rosso. Allinizio era nella sua cuccia, urlava e cercava di liberarsi. I compagni di cuozzo, venuti a sapere della sua storia, lo sfamavano di tutto quel che avevano: pane, formaggio, biscotti. Il gatto si calmò, intuì che non gli sarebbe stato fatto del male e capì che la stazione dove il suo padrone doveva tornare ormai era lontana.
Il felino uscì dalla cuccia e si accoccolò accanto a me, fissandomi come lunico punto dappoggio. A ogni fermata affiggevamo avvisi per ritrovare il proprietario, ma la ricerca si rivelò più ardua del previsto. Passò una settimana, poi unaltra, i soldi finirono, ma io continuai a viaggiare perché rinunciare avrebbe significato abbandonare chi si era affidato a me.
Un giorno controllai i social e rimasi senza parole: centinaia di migliaia di persone seguivano il nostro viaggio, inviando denaro, cibo, vestiti e parole di incoraggiamento. Sulla piattaforma comparvero persone che mi riconoscevano, porgendomi pacchi, cibo, abiti; qualcuno mi sussurrava tieni duro. Non ero abituato ad accettare aiuti, avevo sempre vissuto e lavorato da solo, ma ora la storia del gatto rosso era diventata di tutti.
I compagni di cuozzo mi accarezzavano il gatto; ormai era un viaggiatore esperto: si sdraiava accanto a me, poggiava la testa sulla gamba destra, e quando la locomozione lo scuoteva, affondava gli artigli nella mia pantalona per non cadere. Io sopportavo il dolore, spostando leggermente le mani per non ferirlo.
Di sera andavamo al vagone finale, scendevamo nel corridoio aperto e restavamo lì: io tenevo il gatto tra le braccia, mostrandogli il tramonto tra il cigolio delle ruote e il vento che soffiava sui binari. Va bene, vero? sussuravai. Il gatto rispondeva con un breve mrr.
Allimprovviso un messaggio: una lettrice del mio blog, chiamata Ludovica, aveva ritrovato i genitori del gatto. Mi disse che a Napoli, nella grande stazione centrale, lo avrebbero atteso proprio la persona nella foto. Il mio cuore si agitò, ma non provai gioia; sentii un vuoto. I compagni di viaggio festeggiarono, mangiando e brindando, come se avessero ritrovato il loro gatto.
Io rimasi seduto, accarezzando la testa rossa del felino, ascoltando il suo ron ron, e pensai a quanto avessi cercato per lui, per poi capire che forse il mio vero rifugio era già qui, accanto a quel piccolo compagno.
Il treno arrivò nella grande città. Tenendo il gatto in braccio, cercai larea dei media: giornalisti, fotografi ovunque. Che evento è questo? mi chiesi. Allimprovviso, una donna robusta e paffuta gridò Baricco! Baricco!. Il gatto balzò, ma vedendo la donna, si nascose di nuovo, arrampicandosi sul mio petto e afferrando il collo con le zampe. La donna sorrise, accarezzò la schiena del felino e disse: Non mi ha mai amato, ma non preoccupatevi, è tutto a posto.
Mi spiegò, con voce calma, che il marito era stato mandato altrove a raccontare storie, e che non potevano più considerarlo loro. Con la voce rotta mi porse una grossa busta: dentro cerano biglietti di ritorno, qualche euro e un pacco di dolci tipici. È un regalo delle colleghe, per favore non discutete, aggiunse.
Accompagnai la donna verso il suo treno, tra la folla che si muoveva come un fiume. Girò il suo cellulare registrando tutto, poi, prima di salire, mi diede un ultimo bacio sulla guancia e una carezza al gatto. Il treno si mosse; poco dopo, il marito della donna comparve, asciugandosi il trucco. È tutto fatto, disse, ci aspetteranno ancora. Lei rispose: Scusate il nostro inganno, ma così non lavremmo lasciato vagare per lItalia per tutta la vita.
Il marito annuì: Una bugia buona per un bene. Così tornarono a casa, mentre noi, il signor Bianchi e Baricco, rimanevamo sul treno. Baricco è il suo nome, dissi, e lui mi guardò, quasi a dire che il nome non importava più; ciò che contava era chi era al nostro fianco. Posai la sua grande testa sulla gamba, affondai di nuovo gli artigli nei jeans e chiusi gli occhi, sapendo che non mi avrebbero più lasciato indietro.
Il rumore delle ruote continuò a accompagnarci, la gente rideva, tutti riconoscevano il nostro duo. Il gatto aveva trovato una persona; io avevo trovato chi non mi avrebbe mai abbandonato.
E, infine, ho capito che a volte mentire è lunico modo per proteggere ciò che amiamo. Ho imparato che la vera casa non è un luogo, ma chi ci sta accanto, anche se è solo un piccolo gatto rosso con gli occhi curiosi.
Fine.






