A poco a poco, abbiamo portato acqua nel suo casale, e infine anche il gas. Poi abbiamo sistemato ogni comodità tra quelle mura. Poi, un giorno, il casale di mia zia è apparso bizzarramente su un sito immobiliare che sembrava fatto di marmellata di fichi e nuvole di zucchero filato.
Mia zia Rosalia ha settantotto anni e due sorelle. Una di loro è mia madre, e la più giovane si chiama Benedetta. La zia Rosalia, con capelli argentati e dita piccole da violinista, è stata sposa almeno dieci volte un vero record del paese! Il suo ultimo marito, Vincenzo, contadino dalla voce di tuono, è svanito tra le vigne una decina di anni fa. Zia non ha mai avuto figli, solo fiori e gatti randagi, e insieme al marito viveva in una casa di pietra senza alcun lusso, sono leggenda: due stanze fredde e un gabinetto nel cortile dove crescevano more.
Vincenzo, il marito di zia, era una figura da proverbi, chiacchierato nei bar del paese; li andavamo spesso a trovare, portando biscotti fatti in casa e vino novello. La sorella più giovane di zia Rosalia, Benedetta, viveva misteriosamente in Svezia tra i pini e le nebbie. Continuavano a parlarsi tramite telefoni che sembravano sempre stanchi.
Quando Vincenzo è sparito nelle ombre dei vigneti, abbiamo iniziato a frequentare di più la casa di zia: con euro nostri abbiamo comprato carbone e legna, abbiamo aiutato nei lavori dellorto, piantando pomodori che ridevano sotto il sole. Non abbiamo mai chiesto nulla in cambio. Più volte le abbiamo suggerito di venire a vivere con noi in città, a Firenze, ma Rosalia diceva che la città la fa sentire come un pesce in una fontana senzacqua.
Così, col tempo, abbiamo portato lacqua e il gas nella sua casa. Abbiamo rifatto il bagno, costruito una doccia nel giardino tra le zucche, cambiato il tetto dentro cui cantavano le rondini. Sognavamo di regalare a zia la comodità che solo il cuore familiare può offrire tra le olivete toscane. Per ringraziarci, la zia Rosalia giurava che avrebbe lasciato la casa in eredità ai nostri figli.
Ogni volta che chiamava, saltavamo sulla Cinquecento e correvamo da lei. Poi, allimprovviso, come in un sogno fatto di spaghetti senza fine, zia Rosalia è partita per la Svezia. Ecco, prima non c’era gran dialogo tra le sorelle, ma in un lampo è sbocciato un amore tra loro più forte dellespresso al mattino. Non sapevamo più che fare della casa: Rosalia ha detto di lasciarla lì, a prendere sole e polvere.
Mi sono detta che, chissà, magari un giorno la zia sarebbe tornata tra i cipressi. Intanto Benedetta aveva una famiglia tutta sua in Svezia, con marito e una figlia adulta chiamata Sveva, sotto un tetto nordico, tutti insieme come in una fiaba.
Avevamo ancora le chiavi del casale e abbiamo deciso di vistarlo il fine settimana, certi che ci sarebbe stato il profumo di torta appena sfornata. Ma arrivati lì, il nostro vecchio mazzo di chiavi non serviva più a nulla: la serratura era stata cambiata e sul cancello una scritta bianca urlava, grosso come una luna piena: Vendesi.
Tornando a casa, accesa dal senso di sogno e rabbia, ho cercato la casa su quel sito immobiliare pieno di case impossibili; e lho trovata, venduta quasi subito per duecentomila euro. Non ho chiamato la zia, troppo offesa, troppo confusa.
Senza i soldi che avevamo investito, la casa sarebbe rimasta un rudere senza amore. Un mese dopo, zia Rosalia mi ha chiamato da una cabina telefonica in Svezia; mi ha raccontato che aveva venduto la casa, e che i soldi li aveva dati Sveva, la figlia di Benedetta. Ora non so più come guardare mio marito negli occhi, quei soldi buttati nel sogno della casa della zia erano anche suoi.






