Che questa sera sia l’ultima, la trascorrerà con grazia. Osserverà il suo amore, augurandole lunga vita. E poi si rannicchierà vicino alla sua finestra e si perderà nei suoi sogni, per non tornare mai più…

Che quella sera sia lultima, che la trascorra con dignità. Guarderà il suo amore, le augurerà lunga vita, e poi si accoccerà al caldo del suo davanzale e svanirà nei sogni, senza mai tornare più indietro

Ha sopportato tre inverni consecutivi e non è unesagerazione. Per un gatto di strada una tale sopravvivenza è quasi un miracolo: pochi felini di cortile vivono così a lungo.

Nacque in una casa modesta di Napoli, accanto alla madre gatta, una femmina che si fidava degli esseri umani. Ma la sua vita cambiò improvvisamente.

I proprietari persero la vita in un incidente, e il loro figlio adulto, che detestava i gatti e, ancor più, il suo cane da guardia feroce, decise di liberarsi degli invitati superflui. Senza pensarci due volte, cacciò via tutta la famiglia felina.

Nessuno sopravvisse alla prima stagione fredda: né la madre, né i fratelli, né le sorelle. Alcuni morirono di fame, altri per il gelo, altri caddero preda dei cani o furono investiti da auto. Lunico a salvarsi fu un piccolo gattino rosso.

Lo trovò Alfredo, il portiere del condominio. Lo prese è stato esagerato: lo scoprì come un minuscolo ciuffetto arancione, lo strappò dalla madre, lo portò in cantina e lo mise vicino ai tubi riscaldanti. Lì lo nutrì per tutta linverno.

Così rimase in vita.

Nessuno gli diede un nome. Attraverso la finestra rotta della cantina si intrufolava fuori, imparando la dura arte della sopravvivenza da randagio: stare lontano dai cani, nascondersi dagli uomini, cercare cibo nei cassonetti e ingannare la fame.

Il secondo inverno lo affrontò da solo. Il vecchio portiere venne licenziato per aver bevuto troppo, e ne assunsero uno nuovo, severo: non gli diede più cibo, ma almeno non gli chiuse la finestra. Questo bastò; di nuovo trascorse linverno nella cantina, imparando a lottare per il cibo e per la vita.

Il terzo inverno fu il più crudele. Tutte le finestre della cantina furono chiuse con vetri. Dove andare? Dove rifugiarsi dal gelo?

Dovette cercare un nuovo rifugio. Le cantine erano serrate. Ma in un cortile scoprì un luogo strano: una buca dimenticata, scavata tempo addietro, dove correva una conduttura di acqua calda. Le tubature sorgevano sulla superficie del terreno. La buca, nascosta tra i cespugli fitti, era ignota ai passanti.

Vi sistemò stracci, vecchi pezzi di abbigliamento, creando una sorta di nido. Sopra di lui si affacciavano i balconi, la neve cadeva meno, ma il vapore dei tubi scioglieva la neve e lumidità gelata penetrava fino alle ossa

Superò linverno, ma ne uscì quasi un fantasma: scheletro, pelo a ciuffi, occhi sempre allerta. Nelle strade, la vecchiaia arriva presto, e lui era già considerato un vecchio. Il cibo era solo avanzi miseri.

Poi la buca fu scoperta. Prima delle prime piogge autunnali, qualcuno notò quel buco brutto e decise di riempirlo.

Lui, come sempre, era lì per la notte sulla condutturae vide la terra appena smossa. Si sedette su una piccola collina di terra e osservò il panorama. Era, in sostanza, la sua condanna. Capì subito che quel posto non si sarebbe più trovato, e che gli altri luoghi erano già occupati da altri gatti.

Si sistemò su un cumulo di foglie bagnate, tremava dal freddo, ma resistette. Ed è proprio in quel limite che, quasi per caso, si innamorò.

Sì, proprio così: si innamorò.

Non nutriva speranze. Era una gatta straordinariamente bella, una femmina di razza con il pelo curato, che viveva in un appartamento al primo piano di una palazzina di Firenze. Amava stare sul davanzale a guardare fuori. Lui la osservava dal basso, fisso, e dentro, nel freddo, qualcosa si scaldava.

Un giorno, deciso, si arrampicò su un albero, saltò sul largo cornicione di ferro sotto la finestra. Quella mensola, usata un tempo dagli abitanti per conservare provviste in inverno, era ormai vuota. Da allora vi andava spesso, si sedeva e guardava la gatta attraverso il vetro, sospirando.

Non chiedeva nulla. Solo ammirava. A volte la gatta scendeva alla ciotola del cibo; lui inghiottiva la saliva, non per gelosia ma per il vuoto animale dentro di sé.

Decise che, se la morte lavrebbe colto quel inverno, sarebbe avvenuta lì, al suo davanzale. Si accoccerà, la guarderà, e partirà non con paura ma con calore.

Immaginava già la scena: un gattino rosso e magro, che muore silenzioso sul suo amato davanzale.

Un giorno la padrona lo notò e, sbattendo le braccia, lo chiamò. Lui scappò, ma poi tornò. E di nuovo tornò.

Il proprietario, un uomo, lo vide e non lo scacciò. Lo guardò negli occhi e vide tutto: speranza, dolore, stanchezza e amore per la sua gatta. Non poté allontanarlo.

Al contrario, iniziò a lasciargli di nascosto un pezzetto di carne, una cotoletta, una salsiccia. Il gatto le mangiava. Un giorno luomo si avvicinò al vetro e il rosso, leggermente tremante, alzò la zampa, la pose sul vetro e miagolò.

La gatta guardò prima luomo, poi il rosso. Nei suoi occhi cera sorpresa.

Lo sai sussurrò luomo , lei non vuole un secondo gatto. Ho chiesto anche al cucciolo mi ha rifiutata.

Lui abbassò le mani. Il rosso capì tutto. Non si offese. La casa non era per lui, ma per i gatti di razza, puliti, giovani, affettuosi.

Quella sera il freddo era insopportabile. Bagnato, gelato, improvvisamente realizzò che non cera più senso. Niente più foglie, nessun angolo dove nascondersi, niente di uninfinita lotta per la sopravvivenza.

Se la fine è inevitabile, che sia qui, accanto alla finestra da cui la sua piccola meraviglia lo osserva.

Decise che quella notte sarebbe stata lultima. Voleva incontrare il suo epilogo con dignità, dare un ultimo sguardo a colei a cui il suo cuore era legato, miagolare unultima frase di affetto, augurarle felicità e lunga vita, e svanire. Prima avrebbe finito di mangiare quello che luomo gli aveva gettato; poi, quando lei si sarebbe chiusa nella sua accogliente cuccia, si sarebbe accoccolato al freddo vetro e, in quel momento, sarebbe passato in un sonno dal quale non si risveglia più.

Allimprovviso cadde una nevicata, e la gatta osservava con piacere i fiocchi bianchi che giravano fuori dal vetro e si posavano sul rosso, seduto al di fuori. Il suo sguardo si rallegrava al ballo della neve. Non immaginava che quella bellezza la stesse lentamente uccidendo, che il freddo del vetro fosse un assassino invisibile. Non conosceva il gelo, non sapeva cosa significasse congelare dentro di sé.

Il rosso, nel frattempo, si induriva sempre di più. La salsiccia mangiata qualche ora prima gli dava ancora un flebile calore, ma si scioglieva con le ultime forze. Il vento gli graffiava, il gelo penetrava le ossa, e persino stare eretto divenne un peso. Continuava a guardarla, ma ormai capiva che non poteva più reggere.

Si preparò a quelladdio come a un evento sacro. Voleva andarsene con grazia: un ultimo sguardo, un miagolio dolce, un pensiero di buona fortuna. Il piano era semplice: finire lultimo boccone, attendere che la gatta si chiuda nella sua stanza, e allora, acciaccato al vetro, scivolare verso i sogni che non hanno risveglio.

In quel frattempo la gatta, sul caldo davanzale, osservava il lento ballo dei fiocchi. Le piaceva vedere la neve cadere sulla schiena del suo ammiratore fuori. Per lei era solo uno spettacolo, quasi un gioco. Non sapeva che quel disegno nascondeva la morte. Non capiva che la neve era gelo, che il vento era dolore, che la fame era tortura. Non conosceva affatto la strada.

Alla fine il rosso, avvolto dal freddo, sentì il suo corpo spezzarsi. La sua ultima occhiata fu verso di lei. Premette il naso gelido contro il vetro, si arrotolò in una piccola palla, tremò e il freddo gli divorò le ossa. Poi, improvvisamente, una strana sensazione lo pervase: il freddo non gli faceva più male; una sonnolenza dolce lo avvolse come una coperta. Decise di non lottare più. La fine era vicina.

Gli ultimi occhi si aprirono, e vide ancora la sua amata, quella per cui aveva scalato il cornicione, quella per cui aveva vissuto tutti quei giorni. Che bel finale, pensò. Che cosa cè di più bello? Una morte leggera.

Il capo si abbassò, gli occhi si chiusero, e nella sua immaginazione il vetro si aprì e mani gentili lo sollevarono, accarezzandolo, sussurrandogli parole tenere. Accanto a lui cera la gatta, colei che aveva fatto battere il suo cuore, e insieme si avviavano verso una ciotola colma di cibo caldo.

Che sogno meraviglioso, sussurrò.

La gatta continuava a fissare il manto bianco che ricopriva il rosso. Miagolò, timida, poi più forte, poi colpì il vetro con la zampa, chiedendo perché non rispondesse. Il freddo lo aveva ormai immobilizzato; non poteva più udire.

La neve lo trasformò in un piccolo cumulo bianco, come un velo.

Allora la signora di casa, infuriata, urlò: Che sta facendo quellanimale sul gelo?

Il marito alzò lo sguardo dal divano, vide il gatto sul davanzale. La gatta graffiava il vetro, e lui, improvvisamente, ricordò gli occhi della sua compagna e gli occhi del rosso. Si precipitò verso la finestra, spinse le persiane, e trovò un piccolo mucchio di neve.

Scongelò il corpo gelato, lo portò in bagno, lo avvolse in acqua calda. La gatta lo accarezzò, piangendo come solo i gatti sanno fare. Faccio quello che posso, sussurrò luomo, massaggiando il petto del piccolo, implorando: Per favore, torna.

Il rosso sentì una voce lontana chiamarlo. Si chiedeva perché tornare in quel luogo di dolore, ma poi udì la voce della sua amata: Non è possibile? È così vicino? Aprì gli occhi, lenti come se il peso dei secoli li avesse bloccati, e vide luomo rosso di emozione, la gatta felice al suo fianco.

Ecco! esclamò luomo, stringendo il rosso tra le braccia.

La gatta saltò, felice, miagolò, girò su se stessa, gioiosa.

Luomo, con una mano, gli diede un asciugamano, poi un phon, lo asciugò, lo accarezzò, parlando parole tenere. Il rosso non capiva se fosse realtà o sogno. La gatta lo annusava, sfregandosi contro di lui.

Il marito, sorridente, chiese: Come si chiama?

Come si chiama? rispose luomo, ridendo. Si chiama Amato. Proprio così, Amato.

La gatta miagolò, confermando.

Da quel giorno Amato vive nellappartamento di Firenze. Il suo pelo brilla, la coda è soffice e regale, gli occhi sereni e riconoscenti. Si siedono insieme sul davanzale a guardare la strada. Amato ricorda il freddo del vetro; a volte sospira. Allora la gatta gli posa la zampa, gli sussurra: Ora sei a casa. Ora sei nostro.

Sotto, nelle strade di Napoli, i gatti senza casa corrono ancora, sperando di superare linverno. Sperano, perché la speranza è ciò che rende sopportabile anche il più gelido dei giorni.

La vita, anche nella sua prova più dura, insegna che lamore e la compassione possono riscaldare il cuore più freddo, e che chi dà senza chiedere, alla fine trova il proprio posto al sole.

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