I miei figli sono ben sistemati, ho qualche soldo da parte, presto riceverò la pensione. Qualche mese fa abbiamo accompagnato all’ultimo saluto il mio vicino, Ferruccio. Ci conoscevamo da quasi vent’anni, sempre vivendo porta a porta. Non eravamo semplici vicini, ma veri amici di famiglia, abbiamo visto i nostri figli crescere sotto i nostri occhi. Ferruccio e Silvia ne avevano cinque. I genitori hanno comprato una casa per ciascuno, lavorando sodo, soprattutto Ferruccio, che era un meccanico noto in città. Aveva una lista d’attesa prenotata con mesi di anticipo, e il proprietario dell’officina moderna pregava di avere un esperto come lui, capace di riconoscere ogni guasto al motore solo dal suono: un vero maestro del mestiere. Poco prima di morire, dopo il matrimonio della figlia più giovane, Ferruccio girava in motorino e si riposava; la sua camminata energica aveva ceduto il passo ad un’andatura pacata, tipica degli anziani. Eppure aveva appena compiuto 59 anni… Aveva preso ferie dal lavoro, lamentandosi che il capo lo supplicava di lavorare ancora dieci giorni per non perdere i clienti, ma Ferruccio aveva deciso di non andarci più. Il giorno prima di partire si presentò dai superiori e chiese di essere lasciato in pace, promettendo di aiutare solo occasionalmente se davvero fosse stato indispensabile. Per qualche motivo non disse nulla alla moglie, e al mattino, invece di prepararsi per l’officina, si rigirò nel letto e si rimise a dormire. Silvia accorse dalla cucina, dove preparava la colazione, e scosse le mani: – Ancora dormi? Per chi ho preparato la colazione? Si raffredderà! – La mangio fredda, non vado al lavoro… – Come non vai? Ti aspettano, contano su di te! – Non vado, ieri ho lasciato il posto… – Ma smettila di scherzare, alzati! Silvia, sorridendo, gli tolse la coperta, ma lui non si mosse, si rannicchiò e si coprì di nuovo gli occhi. – Sono stanco, Silvietta… ho finito il mio tempo… Come quel motore al terzo intervento. I figli sono sistemati, io ho il mio gruzzolo, ora punto alla pensione… – Quale pensione, i ragazzi hanno una valanga di cose da fare, ristrutturazioni, devono ampliare casa, cambiare mobili, Sandro vuole prendere la macchina nuova, chi li aiuterà? – Lascia che si arrangino anche loro, noi abbiamo fatto il nostro dovere… Silvia, preoccupata, venne da me, raccontando il dialogo e chiedendo consiglio. Le dissi sinceramente: – È veramente stanco, lascialo riposare, non costringerlo a tornare subito in officina. Non è più un ragazzino che sta tutto il giorno sotto le auto, l’altra sera era piegato come un vecchio; quando l’ho visto da vicino, quasi non l’ho riconosciuto: “Sono davvero stanco…” mi ha detto. Ma Silvia non prese sul serio la questione: – Sarà solo un po’ giù di morale, altro che stanchezza! Chiamerò tutti i figli, che gli ricordino quanta roba c’è ancora da fare! – Silvia, non si può continuare così. Tuo figlio maggiore ha cosa, 45 anni? Presto sarà nonno e tu vuoi ancora aiutarlo? Lascia che siano loro ad aiutarti, la vecchiaia è dietro l’angolo… Lei ci rimase male e se ne andò. Una settimana dopo, tutta la famiglia si riunì a casa di Ferruccio e Silvia. Seduti intorno al grande tavolo, l’atmosfera era tesa e tutti sentivano che si trattava di una riunione speciale. Silvia prese la parola: – Papà vuole andare in pensione, che ne pensate? Dobbiamo decidere: d’ora in poi dovrete farcela da soli… Ferruccio intervenne: – Cosa vi pesa tanto? Guardate che figli avete! Siamo in due, e ci siamo sempre arrangiati a crescere cinque figli e a mettervi tutti su una buona strada. Non siete certo poveri. Non vi rimprovero, ma così dev’essere: i genitori devono aiutare i figli, ora però anche noi avremmo bisogno di una mano, io non ce la faccio più, temo di cadere dalla pedana dell’officina… Dopo una breve pausa, i figli cominciarono a parlare. Il primo fu Antonio, il maggiore, ma invece di chiedere come stesse il padre, iniziò ad elencare i suoi problemi, concludendo: – Ci dispiace, ma adesso non possiamo aiutarti, magari in futuro… Gli altri figli intervennero nello stesso tono. Alcuni avevano bisogno di una casa più grande, altri volevano l’auto nuova e tutti speravano che i genitori continuassero a dare una mano. Nessuno si domandava con che fatica mamma e papà avessero fatto tutto. Alla fine Ferruccio si alzò e disse, con tristezza: – Se è così, vorrà dire che continuerò a lavorare finché potrò… Il giorno dopo Silvia tornò da me, dicendo: – Hai visto? I figli sono venuti, hanno parlato con loro padre, poi sono tornati alle loro cose. “Stanco, stanco!” Anche io sono stanca, e adesso? Ferruccio tornò all’officina e lavorò ancora tre giorni. L’ambulanza lo portò via dal garage. Il suo cuore stanco non ha resistito e, di nuovo, i figli si sono riuniti al funerale e al rinfresco. C’eravamo anche noi, a sentirli ricordare il padre e raccontare che splendido nonno fosse stato. Mi è venuto voglia di chiedere: “Ma allora perché non l’avete protetto prima, quando vi aveva chiamato?” Ecco la triste storia che è capitata alla nostra vicina. Oggi Silvia vive da sola, risparmiando su tutto, perché i figli hanno tanti problemi da risolvere…

I miei figli stanno bene, sono cresciuti con amore e dedizione, ho messo da parte qualche euro e tra poco comincerò a percepire la pensione.

Qualche mese fa abbiamo salutato per sempre il mio caro vicino, Federico. Ci conoscevamo da più di quindici anni, sempre porta a porta nello stesso quartiere di Bologna. Ma non eravamo semplici conoscenti, tra le nostre famiglie cera una vera amicizia: i figli sono cresciuti insieme, sotto i nostri occhi. Federico e Silvana ne avevano cinque, una vera tribù. I genitori per loro hanno fatto di tutto, lavorando senza sosta: Federico soprattutto, era un meccanico conosciuto da tutti in città. Aveva sempre una lista infinita di clienti prenotati per settimane, il proprietario dellofficina ormai gli affidava anche i casi più disperati: sapeva riconoscere ogni guasto a orecchio, una vera legenda tra i meccanici.

Poco prima di andarsene, dopo il matrimonio della figlia più giovane, Federico si godeva qualche giro in motorino e il suo passo diventava sempre più lento, come succede agli anziani. Eppure aveva appena compiuto 59 anni quella primavera Si era preso delle ferie, mentre il capo quasi lo supplicava di tornare almeno dopo dieci giorni, per non perdere i clienti. Ma Federico non ne voleva sapere. Il giorno prima della partenza andò insieme ai capi dellofficina a chiedere di lasciarlo andare in pace, promettendo che, se proprio ne avessero bisogno, qualche volta sarebbe passato a dare una mano.

Per chissà quale ragione non disse nulla a Silvana. La mattina in cui dovevano andare alla stazione di servizio, invece di alzarsi si stiracchiò pigramente, si girò dall’altro lato e si rimise a dormire. Silvana, già intenta a preparare la colazione, corse da lui e sbottò:

Ma ancora dormi? A chi lho fatto questo caffè? Si fredda!
Lo bevo freddo, oggi non vado al lavoro…
Come non vai al lavoro? Ti aspettano, contano su di te!
Non vado proprio, ieri mi sono licenziato…
Dai, smettila di scherzare, svegliati!

Silvana gli tolse il copriletto con una risata, ma lui non ebbe nemmeno voglia di alzarsi, si rannicchiò e si nascose di nuovo la faccia sotto il cuscino.

Sono stanco, Silvana, ho dato tutto il tempo che potevo Come quel motore che non regge più, dopo troppe riparazioni I figli stanno bene, io qualche euro ce lho da parte, ora proverò a chiedere la pensione
Quale pensione Federico? I ragazzi sono indaffarati, devono fare lavori in casa, cambiare mobili, Sergio vuole comprare la macchina, chi li aiuta se non noi?
Proveranno ad aiutarsi da soli Tu ed io il nostro lo abbiamo fatto, grazie al cielo…

Più tardi Silvana venne da me, tutta agitata, a raccontarmi il loro dialogo mattutino. Cercava consiglio e io le confidai le mie impressioni su Federico, notando che ultimamente era cambiato:

Se lui stesso dice che è stanco, lasciagli riposare davvero, non forzarlo a tornare tra i motori. Non è più un ragazzino sotto le auto a stringere bulloni. Laltra sera quasi non lho riconosciuto, camminava come un nonno ormai, lento e chinato Si è pure stupito lui che non lavessi riconosciuto e mi ha detto: Sono proprio stanco

Silvana però non prese sul serio il mio racconto:
Ma va, è solo giù di morale, tutta questa stanchezza è un po di malinconia! Chiamo i ragazzi, così gli dicono quante cose ci sono ancora da fare!
Silvana, ma quanti anni ha il tuo figlio maggiore ormai? 45, giusto? Presto sarà nonno anche lui, lascia che siano i figli ad aiutare te, la vecchiaia arriva per tutti…

Lei allora si risentì e se ne andò, un po irritata.

Passò una settimana e tutti i figli di Federico e Silvana si radunarono in casa. Erano tanti, si chiacchierava, ma si sentiva un strano peso nellaria. Sapevano tutti il motivo della riunione, anche se non volevano dirlo apertamente.

Silvana prese la parola per avviare il consiglio familiare:
Il nostro papà tra poco avrà la pensione, che ne pensate? Dobbiamo trovare una soluzione, perché ormai dovrete arrangiarvi voi…

Federico la interruppe:
Ma che vi preoccupate? Guardate che belle persone siete, cinque figli, tutti lavorano, non riuscite a mantenere neanche noi due? Noi li abbiamo cresciuti senza mai lamentarci, li abbiamo tirati su, nessuno è rimasto indietro. Non voglio rimproverare, solo ricordare: un tempo erano i genitori ad aiutare i figli. Ora, forse, siamo noi ad aver bisogno Io faccio sempre più fatica, ho paura che prima o poi rimanga sotto uno di quei sollevatori

Dopo un attimo di silenzio, i figli cominciarono a parlare. Il maggiore, Antonio, fu il primo. Non si informò sulla salute del padre, ma cominciò subito col raccontare tutti i suoi problemi. La conclusione fu:
Mi dispiace, papà, ma adesso non possiamo aiutarti, magari più avanti…

Tutti gli altri dissero più o meno la stessa cosa. Chi aveva bisogno di una casa nuova, chi voleva lauto, tutti speravano che i genitori, ancora una volta, dessero una mano importante per realizzare i loro progetti. Nessuno sembrava davvero pensare a come mamma e papà ce la facevano.

Alla fine Federico si alzò da tavola, con uno sguardo triste:
Va bene, se proprio devo rientrare in officina, allora ci vado, finché mi reggono le gambe

Il giorno dopo Silvana tornò da me, quasi a continuare il discorso precedente, e mi disse:
Ecco, hai visto? I figli sono venuti, hanno parlato col papà e sono tornati alle loro vite, e lui sempre col solito sono stanco, sono stanco! Anche io sono stanca, che posso fare adesso?

Federico tornò all’officina. Dopo tre giorni, unambulanza lo portò via. Il suo cuore, ormai provato da tutto quel lavoro e stanchezza, non ha retto. I figli si sono ritrovati di nuovo, stavolta al funerale. Anche noi eravamo lì, ad ascoltarli mentre ricordavano il padre, raccontando di quanto fosse stato buono e generoso con loro e con i nipoti. Dentro di me avrei voluto chiedere: Ma perché non lo avete protetto, proprio quando ve lo aveva chiesto?

Questa è la triste storia che ha colpito la mia vicina. Ora Silvana vive sola, risparmia su tutto, perché i figli hanno ormai ciascuno i propri problemi irrisoltiAlla fine, mentre il sole calava dietro i tetti rossi di Bologna, Silvana rientrò nella sua casa silenziosa, attraversò le stanze immerse nei ricordi e si fermò davanti alla vecchia poltrona di Federico. Si sedette, lasciando che le lacrime scendessero, leggere. Poi allungò una mano, sfiorando la foto di famiglia sul comodino, e sorrise tra le lacrime.

Il rumore della chiave nella porta la fece sussultare. Era Antonio, seguito dagli altri fratelli, uno dopo laltro. Non parlarono subito. Si guardarono negli occhi, fermandosi davanti a Silvana, poi Antonio disse piano:

Mamma, ora ci siamo noi. Forse abbiamo capito troppo tardi, ma promettiamo che non lasceremo mai più che la stanchezza di uno di noi passi inosservata.

Nel piccolo salotto, dove il tempo sembrava fermarsi, Silvana rise e pianse insieme, accarezzata finalmente da quella comprensione che Federico aveva desiderato per tutta la vita. E così, tra vecchie foto e nuove promesse, lamicizia e la famiglia trovarono una nuova forza: quella di non dare mai per scontato il sacrificio, di non dimenticare di abbracciarsi, finché si può.

Perché nella memoria di Federico, e nella grande tribù che aveva custodito, la gentilezza non sarebbe più rimasta solo un ricordo. Sarebbe stata il motore di ogni giorno.

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I miei figli sono ben sistemati, ho qualche soldo da parte, presto riceverò la pensione. Qualche mese fa abbiamo accompagnato all’ultimo saluto il mio vicino, Ferruccio. Ci conoscevamo da quasi vent’anni, sempre vivendo porta a porta. Non eravamo semplici vicini, ma veri amici di famiglia, abbiamo visto i nostri figli crescere sotto i nostri occhi. Ferruccio e Silvia ne avevano cinque. I genitori hanno comprato una casa per ciascuno, lavorando sodo, soprattutto Ferruccio, che era un meccanico noto in città. Aveva una lista d’attesa prenotata con mesi di anticipo, e il proprietario dell’officina moderna pregava di avere un esperto come lui, capace di riconoscere ogni guasto al motore solo dal suono: un vero maestro del mestiere. Poco prima di morire, dopo il matrimonio della figlia più giovane, Ferruccio girava in motorino e si riposava; la sua camminata energica aveva ceduto il passo ad un’andatura pacata, tipica degli anziani. Eppure aveva appena compiuto 59 anni… Aveva preso ferie dal lavoro, lamentandosi che il capo lo supplicava di lavorare ancora dieci giorni per non perdere i clienti, ma Ferruccio aveva deciso di non andarci più. Il giorno prima di partire si presentò dai superiori e chiese di essere lasciato in pace, promettendo di aiutare solo occasionalmente se davvero fosse stato indispensabile. Per qualche motivo non disse nulla alla moglie, e al mattino, invece di prepararsi per l’officina, si rigirò nel letto e si rimise a dormire. Silvia accorse dalla cucina, dove preparava la colazione, e scosse le mani: – Ancora dormi? Per chi ho preparato la colazione? Si raffredderà! – La mangio fredda, non vado al lavoro… – Come non vai? Ti aspettano, contano su di te! – Non vado, ieri ho lasciato il posto… – Ma smettila di scherzare, alzati! Silvia, sorridendo, gli tolse la coperta, ma lui non si mosse, si rannicchiò e si coprì di nuovo gli occhi. – Sono stanco, Silvietta… ho finito il mio tempo… Come quel motore al terzo intervento. I figli sono sistemati, io ho il mio gruzzolo, ora punto alla pensione… – Quale pensione, i ragazzi hanno una valanga di cose da fare, ristrutturazioni, devono ampliare casa, cambiare mobili, Sandro vuole prendere la macchina nuova, chi li aiuterà? – Lascia che si arrangino anche loro, noi abbiamo fatto il nostro dovere… Silvia, preoccupata, venne da me, raccontando il dialogo e chiedendo consiglio. Le dissi sinceramente: – È veramente stanco, lascialo riposare, non costringerlo a tornare subito in officina. Non è più un ragazzino che sta tutto il giorno sotto le auto, l’altra sera era piegato come un vecchio; quando l’ho visto da vicino, quasi non l’ho riconosciuto: “Sono davvero stanco…” mi ha detto. Ma Silvia non prese sul serio la questione: – Sarà solo un po’ giù di morale, altro che stanchezza! Chiamerò tutti i figli, che gli ricordino quanta roba c’è ancora da fare! – Silvia, non si può continuare così. Tuo figlio maggiore ha cosa, 45 anni? Presto sarà nonno e tu vuoi ancora aiutarlo? Lascia che siano loro ad aiutarti, la vecchiaia è dietro l’angolo… Lei ci rimase male e se ne andò. Una settimana dopo, tutta la famiglia si riunì a casa di Ferruccio e Silvia. Seduti intorno al grande tavolo, l’atmosfera era tesa e tutti sentivano che si trattava di una riunione speciale. Silvia prese la parola: – Papà vuole andare in pensione, che ne pensate? Dobbiamo decidere: d’ora in poi dovrete farcela da soli… Ferruccio intervenne: – Cosa vi pesa tanto? Guardate che figli avete! Siamo in due, e ci siamo sempre arrangiati a crescere cinque figli e a mettervi tutti su una buona strada. Non siete certo poveri. Non vi rimprovero, ma così dev’essere: i genitori devono aiutare i figli, ora però anche noi avremmo bisogno di una mano, io non ce la faccio più, temo di cadere dalla pedana dell’officina… Dopo una breve pausa, i figli cominciarono a parlare. Il primo fu Antonio, il maggiore, ma invece di chiedere come stesse il padre, iniziò ad elencare i suoi problemi, concludendo: – Ci dispiace, ma adesso non possiamo aiutarti, magari in futuro… Gli altri figli intervennero nello stesso tono. Alcuni avevano bisogno di una casa più grande, altri volevano l’auto nuova e tutti speravano che i genitori continuassero a dare una mano. Nessuno si domandava con che fatica mamma e papà avessero fatto tutto. Alla fine Ferruccio si alzò e disse, con tristezza: – Se è così, vorrà dire che continuerò a lavorare finché potrò… Il giorno dopo Silvia tornò da me, dicendo: – Hai visto? I figli sono venuti, hanno parlato con loro padre, poi sono tornati alle loro cose. “Stanco, stanco!” Anche io sono stanca, e adesso? Ferruccio tornò all’officina e lavorò ancora tre giorni. L’ambulanza lo portò via dal garage. Il suo cuore stanco non ha resistito e, di nuovo, i figli si sono riuniti al funerale e al rinfresco. C’eravamo anche noi, a sentirli ricordare il padre e raccontare che splendido nonno fosse stato. Mi è venuto voglia di chiedere: “Ma allora perché non l’avete protetto prima, quando vi aveva chiamato?” Ecco la triste storia che è capitata alla nostra vicina. Oggi Silvia vive da sola, risparmiando su tutto, perché i figli hanno tanti problemi da risolvere…