Altro che moglie, ti servirebbe una colf: la storia di Evgenia tra marito assente, suocera esigente, tre figli, un labrador e la scelta di ricominciare da sola

Mamma, la Bianca mi ha mangiato unaltra volta la matita!

Lucia irrompeva in cucina agitando il mozzicone colorato tra le dita, seguita da vicino da una labrador color miele, colpevole ma scodinzolante. Caterina si staccò dai fornelli, dove il brodo ribolliva e le polpette sfrigolavano sulla padella, e sospirò. La terza matita della giornata.

Butta quella lì e prendi una nuova dal cassetto. Gabriele, hai finito i compiti di matematica?
Quasi! giunse la voce dalla cameretta.

Il quasi di un dodicenne significava che stava sul telefono, col quaderno chiuso di fianco. Caterina lo sapeva bene, ma proprio adesso doveva girare le polpette, aggiustare il brodo, recuperare il piccolo Andrea quattro anni che camminava deciso verso la ciotola del cane, e nel frattempo non dimenticare la biancheria nella lavatrice.

Trentadue anni. Tre figli. Un marito. Una suocera. Una labrador. E lei unico ingranaggio che faceva girare tutto.

Caterina stava male di rado. Non perché godesse di una salute di ferro, ma perché semplicemente non poteva permetterselo. Chi avrebbe preparato da mangiare? Chi avrebbe vestito i bambini per la scuola? Chi avrebbe portato fuori Bianca? Nessuno.

Caterina cara, manca molto alla cena?

La signora Concetta comparve sulla soglia, appoggiandosi al bastone. Ottantacinque anni, mente lucida, buon appetito.

In cinque anni di convivenza, Caterina poteva contare su una mano le volte in cui la suocera aveva fatto qualcosa di utile in casa.

Dieci minuti, signora Concetta.

La vecchia annuì soddisfatta, strascicando i piedi verso il soggiorno. Ogni tanto, molto raramente, leggeva delle favole ad Andrea prima di dormire. La Gallinella Rosita o Il Topolino Furbo il repertorio era modesto, ma al piccolo bastava per ascoltare, occhi sgranati, colmo di gioia. Per il resto, Concetta restava nella sua stanza davanti alla televisione, aspettando il prossimo pasto.

Le lancette del vecchio orologio segnavano le cinque e mezza quando la chiave girò nella toppa. Riccardo rientrò in casa col passo lento di chi ha scalato montagne.

È pronto da mangiare?

Neppure un ciao. Caterina indicò la tavola già apparecchiata. Il marito andò in bagno, si lavò le mani e si sedette. La televisione si accese da sola il telecomando doveva essergli cresciuto in mano.

Oggi Lucia ha preso dieci in lettura, tentò Caterina.
Hmm.
E Gabriele ha bisogno di aiuto per la ricerca di scienze.
Uhm.

Uhm. Il massimo che si potesse aspettare. Dopo cena, Riccardo si trasferiva sul divano. Giornata finita. Missione compiuta. Lo stipendio portato a casa al resto ci pensassero gli altri.

Più tardi, quando i bambini erano a letto, Caterina accendeva il portatile. Lavoro a distanza per un negozio online: elaborazione ordini, risposte ai clienti, preparazione delle spedizioni. Nulla che facesse arricchire, ma abbastanza da essere soldi guadagnati da sé. In più, laffitto del piccolo appartamento che dava da quattro anni.

Bisognerebbe trasferirsi, affiorava come sempre il pensiero. Subito seguito dalle solite scuse: Gabriele in una scuola buona, Lucia abituata al nido, la perdita della rendita d’affitto Caterina chiudeva il computer. Domani. Tutto domani.

Dicembre portò con sé non solo la confusione natalizia, ma anche linfluenza. In poche ore la febbre salì a trentanove. Dolori, gola in fiamme e testa spaccata. Caterina a malapena riuscì a trascinarsi a letto.

Mamma, sei ammalata, constatò Gabriele, sbirciando nella camera.

Riccardo la seguiva e sul suo viso si dipinse una vaga preoccupazione. Ma non era certo per lei.

Limportante è che non passi niente alla mamma di Riccardo. A quelletà linfluenza è pericolosa.

Caterina chiuse gli occhi. Ovviamente, Concetta. Sempre e soltanto Concetta. Come aveva potuto dimenticare la cosa fondamentale?

I tre giorni successivi si fusero in un caleidoscopio febbrile. Guanciale bagnato, labbra secche. In tutto quel tempo, nessuno né marito, né suocera, né figli le portò un bicchiere dacqua. Il bollitore era in cucina: dieci passi, dieci passi che Caterina normalmente faceva sorreggendosi alle pareti.

Tutti preoccupati solo per la suocera. Non entrare lì, cè la mamma malata. Metti la mascherina, passando vicino. Non potrebbe dormire in unaltra stanza?
Lei Caterina. In casa propria diventava il rischio da isolare per il bene vero della famiglia.

Dopo una settimana, il virus raggiunse anche gli altri. Prima Andrea: raffreddore, febbre, capricci. Poi Lucia. Successivamente anche Riccardo, che si distese come un martire a letto con trentasette e due di febbre. Infine Concetta, crollata con il solito dramma.

Caterina, appena ristabilita, si rialzò. Brodo di pollo, farmacia, termometro, pulizie, lavatrice. Percorsi abituali, ma adesso con le gambe tremolanti.

Riccardo, tieni Andrea unoretta. Devo passare in farmacia.

Il marito alzò gli occhi al cielo, ma acconsentì. Esattamente sessanta minuti dopo Caterina controllava sempre riportò il bambino in camera.

Sono distrutto. Ho la febbre anchio.
Trentasei e otto. Caterina aveva controllato.

La primavera non fu più clemente. Un nuovo virus, nuovi bambini malati, nuove notti in bianco. Andrea piangeva, Lucia rifiutava lo sciroppo, Concetta pretendeva un menù speciale. E in mezzo a questo caos, Riccardo assolutamente sano.

Riccardo, puoi aiutarmi con i bambini?
Cate, lultima volta ti ho aiutato, ma era domenica. Ora lavoro. Arrivo distrutto.

Una scrollata di spalle. Un gesto semplice, che spiegava tutto. Lui arrivava, si sedeva, aspettava la cena. Bambini malati, moglie esausta, casa nel disordine non erano affari suoi.

Una sera, addormentato finalmente Andrea e impegnati gli altri due con i compiti, Caterina si avvicinò al marito. In televisione si parlava di calcio.

Perché non mi aiuti mai? Perché non mi hai mai aiutato?

Riccardo non la guardò. Nessuna risposta. Soltanto alzò il volume.
Caterina restò lì, di spalle a quel muro. Non servivano più parole per capire.

Il giorno dopo prese dal ripiano le valigie grandi. Vestiti dei bambini, giocattoli, documenti. Gabriele si affacciò sulla porta.

Mamma, andiamo via?
Dai nonni, da nonna Elisabetta.
Per tanto?
Vediamo.

Lucia saltellava felice la nonna Elisabetta preparava sempre le sue crostate preferite. Andrea non comprendeva, ma per sicurezza afferrava il suo coniglietto di peluche.

Allultimo si ricordò anche di Bianca anche lei sarebbe venuta con loro.

Riccardo stava sdraiato sul divano. Niente, tra valigie, vestiti, bimbi in giubbino niente lo distolse dallo schermo. Quando la porta si richiuse dietro Caterina, probabilmente cambiò solo canale.

Elisabetta la accolse senza domande. Abbracci, pasta calda e sicurezza. Cinquantotto anni, insegnante in pensione capiva tutto anche senza parole.

Resta quanto vuoi.

Il telefono squillò al terzo giorno. Era Riccardo.

Cate, tornate. Qui è tutto sporco. Non cè niente da mangiare. La mamma vuole sempre qualcosa.

Nessun ‘mi mancate’, nessun ‘sto male senza di voi’. Solo fastidi.

Riccardo, non hai bisogno di una moglie, ma di una colf.
Cosa? Ma che centra
Ti sei mai chiesto se ti manca almeno uno dei tuoi figli?

Silenzio. Lungo, pesante.

Porto i soldi, non basta?

Caterina chiuse la chiamata. Era finita: un senso strano di sollievo.

Dopo due settimane, gli inquilini lasciarono lappartamento di Caterina. Il trasloco durò un giorno. Scuola nuova per Gabriele, nuovo asilo per Lucia scoprì che sistemare tutto era molto più facile di quanto avesse immaginato.

Lultima conversazione fu proprio lultima. Tutte le frasi mai dette, le delusioni ingoiate, le notti insonni che aveva passato a lottare coi bambini febbricitanti tutto uscì in un fiume che non si poteva fermare.

Sono stata la vostra serva gratuita per dodici anni! gridava nel telefono. E mai, MAI ti sei chiesto come stessi io! Come vivessi! Basta! Ho finito!

Bloccò il suo numero. E avviò la pratica per la separazione.

Il giudice impiegò venti minuti. Riccardo non contestò nulla. Firmò per gli alimenti, annuì e uscì. Forse capì; forse, più semplicemente, si era stancato.

Quella sera Caterina era seduta nella cucina della sua vecchia-nuova casa. Gabriele leggeva in cameretta. Lucia colorava tuttintenta, la lingua fuori dalla concentrazione. Andrea spargeva i mattoncini sul tappeto.

Silenzio. Pace. Bianca le stava ai piedi, il muso sulle zampe.

Cerano ancora cose da fare: cucinare, sistemare, lavorare la sera. Ma ora, tutto lo faceva per chi davvero era la sua famiglia. E avrebbe vegliato su di loro, per crescerli migliori del loro padre.

Mamma, disse Lucia alzando la testa dal foglio, ora sorridi più spesso.

Caterina sorrise di nuovo. Lucia aveva ragione.

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