31 Marzo
A volte mi sorprendo da quanto profondamente le cicatrici del passato possano scavare dentro noi. Dopo il mio divorzio, ero certa che non avrei mai più saputo affidarmi a nessuno. Così mi confidava Andrea, rigirando tra le dita la tazzina vuota del caffè, mentre la sua voce tremava quanto bastava da farmi avvicinare istintivamente. Sai, quando vieni tradito è come perdere una parte di te. Lei mi ha spezzato. Ho pensato che non sarei sopravvissuto…
Andrea raccontava a lungo. Della moglie che non laveva mai apprezzato. Della sofferenza che non lo lasciava andare. Della paura di rimettersi in gioco. Ogni parola si posava su di me come una piccola briciola di calore, e già fantasticavo di poter essere la donna capace di ridargli fiducia. Quella pronta a curare, insieme a lui, ogni ferita. Quella che gli avrebbe fatto capire che la felicità vera esistecon me.
Solo al secondo appuntamento, tra un dolcetto al limone e lultimo sorso di espresso, Andrea nominò per la prima volta Mattia.
“Ho anche un figlio, sai. Sette anni. Vive con sua madre, ma ogni fine settimana sta con me. Il giudice lha deciso così.”
“È bellissimo!” La mia risposta fu un sorriso sincero. “I bambini sono una gioia.”
Mi vedevo già tra sabati di colazione in tre, passeggiate nei giardini di Trastevere, serate insieme a guardare i cartoni. Un bambino sente il bisogno che qualcuno si prenda cura di lui, di calore materno. Io sarei diventata la sua seconda mamma non una sostituta, ovviamente, ma una presenza intima e famigliare.
“Ne sei davvero sicura?” Andrea mi guardava con unespressione strana, allora pensai fosse solo insicurezza. “Molte donne scappano appena lo scoprono.”
“Io non sono ‘molte donne'” risposi, con fierezza.
Quel primo weekend con Mattia fu quasi una festa. Preparai i pancake ai mirtilli i suoi preferiti, così mi aveva detto Andrea. Con pazienza lo aiutai con i compiti di matematica, spiegandogli tutto il più serenamente possibile. Lavai la sua maglietta con i dinosauri, stirai la divisa della scuola, e mi assicurai che fosse già sotto le coperte alle nove.
“Devi riposarti,” dissi ad Andrea una sera, vedendolo crollare sul divano con il telecomando in mano. “Penso a tutto io.”
Lui annuì allora lo presi come segno di gratitudine. Solo adesso comprendo: era il cenno di chi considera tutto questo scontato.
I mesi sono scivolati nei anni. Io impiegata in una ditta di spedizioni, fuori casa dalle otto del mattino alle sette di sera. Lo stipendio non era male almeno secondo gli standard di Roma. Bastava per due. Ma noi ormai eravamo in tre.
“Il cantiere è ancora fermo” diceva Andrea, come riportasse un tragico bollettino. “Mi hanno fregato sullultimo appalto, ma il prossimo sarà quello buono. Te lo prometto.”
Questo grande appalto era sempre lì, come un miraggio che si avvicinava e allontanava, ma mai si concretizzava. Invece le spese erano puntuali e precise. Laffitto. Lenergia elettrica. Il WiFi. Il supermercato. Lassegno per Barbara, la madre di Mattia. Le scarpe nuove. Le rette della scuola. Pagavo tutto io, senza una parola. Pranzavo coi pasti cucinati a casa, portandomi avanti con i risparmi, rinunciando al taxi anche sotto i temporali. La manicure la facevo ormai da sola, limando le unghie nella speranza di non pensare troppo alle vecchie abitudini del centro estetico.
In tre anni, Andrea mi regalò dei fiori solo tre volte. Me li ricordo tutti: rose sbiadite dal banchetto vicino alla fermata della metro Garbatella, spine già spezzate. Offerte del giorno, forse.
Una volta arrivarono per scusarsi di avermi dato dellisterica davanti a Mattia. La seconda dopo la lite per una mia amica venuta a trovarci senza preavviso. Il terzo mazzo fu per il mio compleanno in realtà non si ricordava, aveva passato la serata con i suoi amici.
“Andrea, non mi servono regali costosi,” gli dicevo piano, scegliendo le parole come se maneggiassi vetro sottile. “Ma sapere che pensi a me… anche solo un biglietto ogni tanto…”
Eppure la sua espressione si irrigidiva subito.
“Per te contano solo i soldi? Solo i regali? E lamore dove lo metti? E tutto quello che ho sofferto?”
“Non volevo dire questo”
“Non te lo meriti.” Mi gettava queste parole addosso come uno schiaffo. “Dopo tutto quello che faccio per te, adesso pure le lamentele?”
E io tacevo. Ho sempre preferito il silenzio. Più facile vivere così. Più facile fingere che vada tutto bene.
Però, quando cera da vedere i suoi amici, Andrea i soldi li trovava senza fatica. Bar, partite in tv, tavolate del giovedì. Tornava a casa allegro, con lodore di fumo e birra addosso, e nemmeno notava che io ero ancora sveglia.
Mi ripetevo che era normale. Amare significa sacrificarsi. Amare è avere pazienza. Che lui, con il tempo, sarebbe cambiato. Dovevo solo insistere, dargli ancora più attenzioni, volergli ancora più bene. Pensavo: lui ha sofferto tanto, io posso aspettare.
Poi, contro ogni conversazione su matrimonio era come camminare sulle uova.
“Stiamo bene così, che ti importa del documento?” Andrea scacciava largomento come una mosca fastidiosa. “Dopo quello che ho passato con Barbara, dammi almeno del tempo.”
“Sono tre anni, Andrea. Tre anni sono lunghi…”
“Non fare pressione. Sempre a mettere pressione…” Si alzava, si chiudeva in camera e fine della storia.
Avrei voluto dei figli, miei. A ventotto anni, il ticchettio dellorologio biologico diventava un rombo. Ma Andrea di diventare padre una seconda volta non ci pensava affatto: un figlio bastava e avanzava.
Quel sabato chiesi solo una cosa: una giornata per me. Solo una.
“Le amiche mi invitano a pranzo. È tanto che non ci vediamo. Torno stasera.”
Andrea mi guardò come avessi annunciato che intendevo abbandonarli per sempre.
“E Mattia?”
“È tuo figlio. Trascorri un po di tempo con lui.”
“Quindi ci lasci da soli? Di sabato? Proprio quando pensavo di riposarmi?”
Sbattei le palpebre, un paio di volte. In tre anni non li avevo mai lasciati soli. Non avevo mai chiesto una giornata per me. Preparavo mangiare, sistemavo, aiutavo con i compiti, facevo il bucato, stiravo sempre mentre lavoravo a tempo pieno.
“Voglio solo vedere le mie amiche. Qualche ora Inoltre è tuo figlio, Andrea. Non puoi passare una giornata sola con lui?”
“Devi amare mio figlio quanto ami me!” urlò improvvisamente. “Abiti nella mia casa, mangi il mio cibo, e adesso vuoi anche comandare?”
La sua casa. Il suo cibo. Ma io pagavo laffitto. Io facevo la spesa col mio stipendio. Da tre anni tenevo in piedi un uomo che mi urlava contro perché desideravo un giorno libero.
Lo guardai guardai davvero. E, finalmente, vidi Andrea. Non una vittima degli eventi, non unanima smarrita da salvare. Lo vidi solo per ciò che era: un adulto ormai abituato a sfruttare la gentilezza altrui.
Per lui non ero amata, né una compagna. Solo il suo bancomat, la governante a costo zero. Tutto qui.
Quando Andrea uscì a riportare Mattia da Barbara, presi la valigia. Le mani si muovevano ferme, sicure: documenti, telefono, caricatore, un paio di magliette, jeans. Il resto si può comprare, il resto non conta ormai.
Non lasciai nemmeno un biglietto. A che serve spiegare qualcosa a chi non ti ha mai guardato davvero?
La porta si chiuse dietro me in silenzio. Nessun dramma.
Dopo unora cominciarono le chiamate. Prima una, poi laltra, poi incessanti. Vibrazioni continue, il telefono sembrava impazzito.
“Martina, dove sei?! Ma che succede?! Torno a casa e non ci sei! Ti pare normale? Dovè la cena? Devo stare a digiuno adesso? Ma che modi sono questi?”
Ascoltavo la sua voce arrabbiata, pretenziosa, piena di indignazione e quasi mi stupivo. Anche ora, che me ne andavo, tutto ciò che gli importava era di sé. Del suo disagio. Di chi avrebbe cucinato. Nessun “mi dispiace”. Nessun “che cosè successo”. Solo “come osi”.
Bloccai il suo numero. Poi il suo profilo nei messaggi. Poi i social ovunque potesse raggiungermi, alzai muri.
Tre anni. Tre anni passati con un uomo che non mi ha mai amata davvero. Che ha consumato la mia gentilezza fino allultima briciola. Che mi aveva convinta che sacrificare sé stessa fosse amare.
Ma lamore non è questo. Lamore non umilia. Lamore non trasforma una persona viva in una domestica silenziosa.
Camminando nella sera romana, ripresi per la prima volta il fiato. Mi promisi che mai più avrei confuso lamore con lannullamento di sé. Mai più avrei salvato chi si nutre della compassione altrui.
E che avrei scelto sempre me, prima di tutto.






