Il Mistero
In un piccolo paese dellentroterra abruzzese, talmente sonnolento da sembrare più un borgo che una cittadina, viveva una ragazzina di nome Giovanna Bellini. Un giorno, sua madre donna superstiziosa e sempre affascinata da tutto ciò che era esoterico la prese con sé e la portò dalla chiromante del paese, la vecchia Zia Concetta, la quale ribaltava le carte con dita nodose e sguardo magnetico.
Felice sarà la tua Giovanna, mormorò Zia Concetta, la voce roca come un vento di bora. Le girerà tutto per il verso giusto. Ma un uomo vicino a lei, questo nei tarocchi non vedo.
Giovanna aveva circa dieci anni allora. Quei strani presagi simprimerono nella sua memoria come un olio doliva su tovaglia di lino, anche se il senso preciso le sfuggiva.
Gli anni passarono tra la brezza delle colline e la quiete della domenica. Giovanna divenne una giovane donna alta e luminosa. I ragazzi del paese di solito impegnati tra il bar, la chiesa e la squadra di calcio si accapigliavano per farle la corte, ma lei non sembrava voler scendere davvero in campo con nessuno. Un flirt qui, una chiacchierata là, sempre un passo indietro.
Finito il liceo, non prese treni per Roma, Napoli o Bologna, benché i voti lo permettessero. Restò invece a lavorare al caseificio locale, circondata ogni giorno da forme di pecorino e sguardi incuriositi. I pettegolezzi dicevano avesse storia con uno dei responsabili, ma di loro due mai unanima testimone vide abbraccio o bacio.
Le donne del caseificio ammonivano le nuove arrivate:
Occhio a Giovanna, non restare qui troppo. Il tempo vola e la vita passa che manco te ne accorgi. A te, cara mia, a Milano ti prenderebbero al volo!
Giovanna sorrideva sottovoce, lo sguardo assorto.
Poi, un mattino come tanti, il paese fu scosso da una voce fulminea: ma Giovanna è incinta!
Scattarono discussioni fiume sotto i pergolati: chi era riuscito a rendere madre la fanciulla più bella tra le Ulivete? Susurri e congetture a fiumi, nessuno con una risposta.
La madre di Giovanna non perse tempo:
Bravo! Bel coraggio! Ti sei rovinata la reputazione. Ora arrangiati. Non contare su di me, ti do un mese per trovare altrove dove stare.
Va bene, mamma, rispose calma Giovanna. Me ne andrò. Ma poi non chiedermi di tornare indietro.
Passarono appena due settimane e sotto la luce lattiginosa dellalba si seppe che aveva acquistato una casetta coi mobili compresi. Gli anziani dicevano che i figli dell’ultima proprietaria lavevano venduta per una miseria. Dove la giovane gravida avesse trovato anche quei pochi euro rimaneva un mistero fitto come le nebbie sul Gran Sasso.
Poi, accaddero stranezze oniriche: in un battibaleno la casetta fu rimessa a nuovo persiane verdi, cortile di ciottoli, muro a secco restaurato, un pozzo limpido con secchio d’ottone. Degli uomini mai visti prima arrivarono, lavorarono rapidi e silenziosi. Non solo: un furgoncino fermò nel cortile, lasciando scatoloni di elettrodomestici e mobili lucidi.
Giovanna passeggiava per il paese con aria serena, il passo leggero di chi galleggia tra le nuvole. Per nulla simile a una povera abbandonata.
In autunno venne alla luce suo figlio, Alessandro. Nel cortile spuntò una carrozzina azzurra, fiammante. Giovanna rinacque: sempre elegante, i capelli raccolti, il viso acceso di nuova bellezza. Usciva sicura, lo sguardo alto tra la gente che la fissava con sconcerto e rispetto.
In casa, annaspava tra le mille cose da fare: il piccolo, lorto, il camino acceso da tenere a bada, la spesa, i panni da lavare. Ma non si lagnava, mai. Da piccola era stata abituata a sporcarsi le mani e, anche ora, faceva tutto con una grazia che non lasciava spazio alla fatica.
Le vicine, capendo che Giovanna era brava e di buon cuore, finirono col affezionarsi. Alcune badavano ad Alessandro se doveva recarsi in paese. E, a turno, aiutavano con la terra: un marito mandato a zappare, una mano non negata a diserbare il basilico.
Quando Alessandro ebbe due anni, una delle vicine squillò come una civetta impazzita:
Lhai vista?
Chi?
Giovanna! Di nuovo con la pancia!
Ma figurati!
Te lo giuro, vai a vedere!
Tornò il chiacchiericcio soffuso. Ancora una volta, nessuno aveva mai visto la bella Giovanna in compagnia maschile.
Ma lei attraversava le dicerie come bruma tra ulivi, senza curarsene. Presto nel suo cortile spuntò una piccola sauna, i tecnici del gas deviarono la tubatura dalla strada centrale apposta per lei, e apparve una serra moderna mica roba da poco.
Ma da dove tira fuori tutti questi soldi, una ragazza sola? si chiedevano Avrà sicuramente uno spasimante influente. Ma il mistero restava sospeso, come la luna su Pescara.
Arrivò così un secondo figlio, Matteo. E, due annate dopo, un altro Luca. Tre figli, tutti robusti, tutti con lo stesso sorriso misterioso.
Qualcuno la derideva senza vergogna, altri la stimavano vedendo con quanta dedizione cresceva i figli, sempre senza una goccia di vino e mai un giorno di ozio. Qualcuno la prendeva ad esempio per ammonire le proprie figlie, altri la additavano sottovoce.
Sua madre la evitava, incapace di capire e troppo impaurita dallo scandalo.
Giovanna, però, continuava a camminare tra le viuzze a testa alta, senza occuparsi delle ombre alle sue spalle.
Passarono stagioni, e una sera unautomobile scintillante, nuova di zecca, parcheggiò davanti alla sua casa. Ne scese il signor Enrico Moretti, il direttore del caseificio, stringendo un enorme mazzo di rose rosse. Varcò la soglia, e mentre dentro si scambiavano parole e risate fuori si raccolse una folla di curiosi e vicine.
Tutti sapevano che la moglie di Enrico era scomparsa lanno precedente, dopo lunga malattia. Il direttore le era stato accanto fino allultimo, con la dedizione di un santo.
Quando Giovanna accompagnò Enrico alla porta, i paesani la circondarono, sgranando gli occhi come taralli nella festa di paese. Ma Enrico la strinse e le diede un bacio, davanti a tutti. Poi, con voce forte quanto il campanile, dichiarò:
Giovanna ha accettato di diventare mia moglie. Noi, insieme ai nostri figli, vi invitiamo tutti al matrimonio.
Cade un silenzio irreale, da sogno ad occhi aperti. Improvvisamente, tutti si accorsero che quei tre bambini avevano i tratti familiari del direttore, ritrovando ogni lineamento come nei frammenti di uno specchio antico
Fu una raffica di auguri, baci e abbracci che sembrava volare sopra i tetti. Dopo il matrimonio, sontuoso e pieno di gente come una sagra di paese, Enrico trasferì Giovanna e i bambini nella sua grande casa, mentre tutto il vicinato aiutava a caricare mobili e ricordi.
Un anno dopo, nacque una tanto attesa bambina, capelli neri e occhi di sole.
E così finimmo tutti a dubitare delle profezie della Zia Concetta.






