«Ho fatto del mio meglio, ma non ce l’ho fatta!»: una donna finisce in ospedale e io prendo il suo gatto dalla strada

Camminavo verso casa in una notte tarda, sfinita al punto da sentire le ore allungarsi come gomma sotto il sole di agosto, mentre tutti i pazienti del pronto soccorso sembravano aver stipulato un accordo segreto per ammalarsi contemporaneamente. La clinica veterinaria del quartiere aveva il potere di trasformare il tempo: allinizio le lancette si trascinano allinfinito, poi improvvisamente sprofondano e, quando sonò le dieci, chiusi la porta della stanza e sognai una tazza di tè, una coperta di lana e il silenzio di unavvolgente abbraccio. Salendo sul portico dingresso e aprendo la porta del condominio, udii un miagolio flebile, fine come un filo di seta che si dipana nelloscurità. Mi fermai, perché labitudine professionale mi dice che, anche quando cerchi di essere solo una donna con una borsa, il lavoro ti attacca come il pelo di un gatto.

Il suono si fece più vicino, più insistente, e allora vidi la piccola creatura. Sullandrone, tra il secondo e il terzo piano, sotto il vecchio termosifone, era accovacciata una gattina biancoargentee con una macchia scura sopra locchio destro, come un colpo di pennello. Il pelo era aggrovigliato da un lato, gli occhi enormi e splendenti, ma colmi di stanchezza. Il suo sguardo era un sussurro: Resisto, ma le forze mi abbandonano.

Ciao bisbigliai a me stessa, sorpresa. Che fai qui?

La gattina non scappò; si rannicchiò, nascondendo la testa tra le spalle, gesto felino che significa non sono pericolosa. Mi sedetti, allungai la mano verso il pavimento. Lei inspirò laria carica di paura, di medicine, di storie altrui della clinica, fece un piccolo passo verso di me. Laccordo era chiaro, il patto concluso.

Al piano di sopra si aprì la porta; un vicino del sesto, con la faccia stanca, osservò la scena e pronunciò ciò che tutti avrebbero pensato:

Signorina, non la tocchi, potrebbe essere contagiosa. Lamministratore ci ha già avvisati, la signora la rimprovererà.

Lascialo rimproverare risposi con calma. Prenderò la gatta. Ha freddo.

E se fosse rabbiosa? mormorò quasi.

No, è esausta risposi. E può guarire col calore.

Il vicino tacque. Togliendo la sciarpa, la posai sotto la gattina e la sollevai con delicatezza. Mi aspettavo che si difendesse, che sibilasse, ma lei si accoccolò e nascose il muso nella mia giacca. Sentii, dentro di me, un chiaro grazie. I gatti non parlano, ma il loro silenzio urla più forte di mille parole.

A casa accesi una luce soffusa, presi un asciugamano, acqua, una ciotola e una lettiera di riserva. Sistema la scatola in un angolino come rifugio temporaneo. La gattina uscì cauta, si voltò e iniziò a leccarsi nervosamente, ma con continuità. Segno buono: stava ritrovando sé stessa.

Facciamo conoscenza dissi. Io sono Vittoria. E tu chi sei?

Si avvicinò alla ciotola, bevve con calma, senza avidità. Mi sedetti accanto e osservai in silenzio per cinque minuti, come prescrive il silenzio del veterinario. In quel tempo si capisce tanto. Non aveva il collare, le orecchie erano pulite, il pelo sul fianco ancora aggrovigliato, una piccola graffiatura sulla zampa. Niente di grave, tutto curabile con calore, una spazzola e tempo.

Aprii il sacchetto di cibo per limprevisto, quel cibo che ogni volta ti rimprovera per averne comprato troppo, e la gattina mangiò con grazia, poi si accoccolò al mio fianco, guardando di lato, quasi a chiedere: Posso restare?

Puoi risposi. Almeno per la notte.

Si avvicinò, toccò con la fronte la mia mano. In quel momento il silenzio promesso si fece presente, ma con un ronzio felino leggero. Stesi una coperta, posai un asciugamano accanto. La gattina si sistemò a metà, non al centro, gli occhi semichiusi, il controllo ancora lì. Mi sdraiai accanto a lei e avvertii una strana calma: i gatti ordinano anche nella mente.

Durante la notte mi svegliai due volte. Una volta la gattina mi fece un miagolio di verifica, la accarezzai e tornò a fare le fusa. Unaltra volta arrivò un messaggio nel gruppo di condominio: Chi ha portato questa gatta? Dobbiamo capire. Sorrisi, ci capiremo, ma prima la scaldiamo.

Al mattino feci una foto e scrissi lannuncio: Gatta trovata. Biancogrigio, macchia sopra locchio. Affettuosa. Cerco proprietario. Lo attaccai al portone, lo condivisi nei gruppi. Alla clinica controllarono il microchip: niente. Non sorprendente.

La tieni con te? chiese lamministratrice.

Prima cercheremo il proprietario risposi. Se non lo troviamo, la terrò.

Lei sorrise come chi già conosce la risposta.

Nel pomeriggio suonò il telefono.

Buongiorno la gatta ha una macchia sopra locchio? Come se fosse stata sporcata con terra? voce femminile timida.

Sì. La conosci?

Credo di sì. Nel nostro condominio abitava una signora, Teresa Bianchi. È in ospedale. Aveva una gatta, Minù. La nutrivamo a turni, ma non la facevano entrare. Pensavo fosse scappata con Teresa, ma lhanno trasportata con lambulanza. Da allora cerca una porta.

Venite, per favore dissi. Guardate voi stessa.

Ventanni dopo, sulla soglia, comparvero una donna di quarantanni e una bambina di sette, la piccola si nascondeva dietro la schiena della madre. La gatta balzò dalla cucina, si fermò e fissò lentrata come un punto interrogativo. La donna si sedette.

Minù? sussurrò. Ma sei tu?

La gattina fece due passi rapidi e poggiò la fronte sulla mano della donna. Il silenzio si riempì di comprensione. La bambina, felice, emise un piccolo squittio e si sedette con cautela, quel rispetto infantile per la vita che gli adulti dovrebbero ricordare.

Pensavamo che fosse già stata presa iniziò la donna in fretta. Teresa è in ospedale, noi la nutrivamo, ma la gatta è sparita due giorni fa. Non la facevano più entrare. Fece una pausa, sospirò e sorrise stancata. Sei tu, Vittoria? Lavori alla clinica? Ti ho vista nei messaggi. Grazie di cuore.

Come sta Teresa? chiesi dolcemente.

La storia di Teresa era semplice e amara. Era la nonna del terzo piano, come la chiamava la bambina, senza legami di sangue. Viveva sola con la gatta, era malata ma non gravemente, finché una sera il cuore la abbandonò. I vicini chiamarono lambulanza, la portarono via. I parenti erano lontani, e lamministratore, con le parole si vedrà in bocca, chiuse la porta a chiave lasciando la gattina sotto il termosifone, in attesa della padrona.

Possiamo prenderla disse la donna. Ma abbiamo un pappagallo. Temo che non vadano daccordo. Lavoro fino a tardi, la figlia è a scuola pomeridiana. Vorremmo almeno accoglierla temporaneamente.

Allora oggi resta qui con me proposi. Domani andrò allospedale a vedere se qualcuno può prendersi cura di Teresa. Se non cè, penseremo insieme. Aiuterò a farla convivere con il pappagallo, separandoli in stanze diverse e introdurli gradualmente con lodore.

La bambina ascoltò attentamente, annuì e poi chiese:

Posso comprarle una ciotola? Così avrà la sua.

Certo sorrisi. E una copertina, le gatte adorano le coperte.

Quando se ne andarono, gli occhi della gattina sembrarono più sereni. Rimisi la ciotola, mi sedetti sul pavimento e la gattina posò la zampa sul mio ginocchio, come a dire: Non lasciarmi sola. Sentii riaccendersi il motore interno, quello che mi spinge a rispondere alle chiamate notturne e ai turni senza sonno. A volte sembra di salvare qualcuno, ma in realtà è laltro che salva te.

Il giorno dopo, fra una visita e laltra, entrai nella cardiologia: un piccolo mazzo di fiori, un sacchetto di cibo e una richiesta di lasciarla per un attimo. Teresa Bianchi era una donna magra, con uno sguardo gentile e stanco.

Riguardo alla tua gatta dissi. I suoi occhi si sono illuminati.

Minù la mia piccola Grazie! Temevo che si fosse congelata bisbigliò. Chiudevo sempre la porta per non farla scappare, ma poi è andata male non ho avuto il tempo.

Va tutto bene risposi. È al caldo, mangia, riposa. La vicina è pronta a prenderla temporaneamente. Ti aiuterò.

La prenderà? balbettò Teresa, le mani tremanti. Solo se non esce fuori. È una gatta di casa. Poi aggiunse, più piano: Non sei arrabbiata con me per non averla salvata in tempo?

Le lacrime quasi mi sfuggirono.

Non mi arrabbio mai con chi prova a fare del proprio meglio dissi. Ti scriverò di come sta. Quando starai meglio, decideremo insieme.

La sera, con la vicina, la bambina e io trasportammo la lettiera e la nuova ciotola rosa a cuori. La gattina guardava nervosa, annusava il nuovo ambiente, il pappagallo gracchiava irritato. Posai la coperta su cui aveva dormito da me e subito si sdraiò. La bambina si sedette sul tappeto con un topolino di plastica. La gattina non giocò, ma osservò, poi chiuse gli occhi lentamente. A volte è il segno più grande di fiducia.

Ci occuperemo di lei disse con serietà la bambina. Cambierò lacqua al mattino, non la farò agitare, il pappagallo lo metterò in unaltra stanza.

È un accordo sorrisi.

Sul corridoio mi fermò di nuovo il vicino del sesto, mi strinse la mano, tossì e disse:

Grazie davvero. Avete fatto la cosa giusta.

Grazie a voi risposi. Per non aver ostacolato.

Una settimana dopo Teresa mandò un messaggio vocale: Dite a Minù che tornerò presto, grazie. Qualche giorno dopo la dimisero. Ci incontrammo alla porta della vicina, e la gattina si avvicinò alla padrona come se non fossero passate settimane di separazione, si appoggiò con la fronte e rimase immobile. Il mondo tornò al suo posto.

Finché Teresa si riprenderà, Minù rimarrà da noi disse la vicina. Poi tornerà. Stiamo già imparando a prenderci cura.

Ero nella cucina di un altro, profumata di patate e mele, e pensai: è per queste storie che amo il mio lavoro più di qualsiasi scaffale di farmaci. Perché a volte un gatto sul gradino può trasformare sconosciuti in veri vicini.

Tardi, ritornai a casa. Sul tavolo cera ancora la ciotola da quella prima notte. Non lavrei rimossa; era lì come simbolo, non di ricordo, ma di promemoria: ascoltare quel tenue richiamo nellingresso e porgere la mano è la cosa più importante.

I gatti arrivano per errore: si perdono, sbagliano porta, entrano nelle nostre vite. Ma è noi a scoprire ciò che ci mancava: la capacità di fermarci, scaldare, aspettare. Sono veterinaria, so fare diagnosi. Talvolta basta prendere una vita altrui tra le braccia e portarla dal freddo delle scale al calore del cuore.

Ed è il lavoro più bello del mondo.

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