Il timer sul tavolo — Hai messo di nuovo il sale nel posto sbagliato, — disse lei, senza staccare gli occhi dalla pentola. Lui restò immobile con il barattolo in mano, fissando la mensola. Il sale era al suo solito posto, accanto alla zuccheriera. — E dove dovrei metterlo? — chiese con cautela. — Non “dove dovresti”. Ma dove lo cerco io. Te l’ho già detto. — Ti viene più facile dirmelo che farmi indovinare, — rispose lui, sentendo affiorare la solita irritazione. Lei spense rumorosamente il fornello, mise il coperchio, si girò verso di lui. — Sono stanca di ripeterlo sempre. Non si può semplicemente… lasciarlo al suo posto ogni tanto? — Quindi faccio di nuovo tutto male, — concluse lui, rimettendo il sale sulla stessa mensola, solo un po’ più a destra. Lei aprì la bocca per ribattere, ma invece sbatté lo sportello dell’armadietto e uscì dalla cucina. Lui restò lì con il cucchiaio in mano, seguendo con l’orecchio i suoi passi nel corridoio. Poi sospirò, assaggiò la zuppa, la salò ancora una volta, senza pensarci. Un’ora dopo cenavano in silenzio. Dal soggiorno la TV trasmetteva le notizie, lo schermo rifletteva nella vetrinetta. Lei mangiava piano, quasi senza guardarlo. Lui punzecchiava una polpetta pensando che ancora una volta si era ripetuto il solito copione: una sciocchezza, il rimprovero, la sua risposta, il suo silenzio. — Dobbiamo vivere così per sempre? — disse lei d’un tratto. Lui alzò lo sguardo. — Cioè? — Voglio dire, — lei posò la forchetta, — tu fai qualcosa, io mi irrito, tu ti offendi. E così via. Circolo vizioso. — E cos’altro possiamo fare? — provò a scherzare. — Lo sai, da noi è tradizione. Lei non sorrise. — Ho letto una cosa, — disse. — Sulle conversazioni. Una volta a settimana. Con il timer. Lui sbatté le ciglia. — Con cosa? — Con il timer. Dieci minuti parlo io, dieci minuti parli tu. Senza “tu sempre”, “tu mai”. Solo “io sento”, “per me è importante”, “io vorrei”. E l’altro nel frattempo non interrompe, non si giustifica. Solo… ascolta. — Dal web? — chiese lui. — Da un libro. Non importa. Lo voglio provare. Lui prese un bicchiere, bevve un sorso, guadagnando qualche secondo. — E se non ho voglia? — chiese, cercando di non suonare troppo brusco. — Allora continueremo a litigare per il sale, — disse lei calma. — E io non voglio più. Lui guardò il suo viso. Le rughe sulle labbra si erano approfondite negli ultimi anni e non sapeva dire quando. Sembrava stanca, non di quella giornata, ma come se portasse sulla spalle la fatica di una vita. — Va bene, — disse lui. — Però ti avverto: non sono bravo con queste… tecniche… — Non serve essere bravi, — sorrise lei stancamente. — Basta essere sinceri. Giovedì sera era seduto sul divano con il telefono in mano, fingendo di leggere le notizie. Nell’animo, l’attesa sgradevole di una visita dal dentista. Sul tavolino il timer da cucina, tondo e bianco, col bordo numerato. Di solito lei lo usava per le crostate. Quella sera era lì tra loro, come un oggetto estraneo. Lei portò due bicchieri di tè, li posò, si sedette di fronte. Addosso il maglione da casa, largo sui gomiti. Capelli raccolti in una coda disordinata. — Allora? — disse. — Iniziamo? — Abbiamo il regolamento? — provò lui a scherzare. — Sì. Io inizio. Dieci minuti. Poi tu. Se avanza qualcosa, la prossima volta. Lui annuì, poggiò il telefono sul bracciolo. Lei prese il timer, ruotò il disco su “10”, premette il pulsante. Si sentì un ticchettio sommesso. — Io sento… — iniziò lei e si fermò. Lui scoprì di aspettarsi il solito “tu mai” o “tu di nuovo”, e già i muscoli erano tesi, pronti. Ma lei, stringendo le mani, continuò: — Sento che mi sembra di essere lo sfondo. La casa, il cibo, le tue camicie, i nostri giorni… sembra che vadano avanti da soli. E se io smettessi, tutto crollerebbe e nessuno se ne accorgerebbe finché non diventa irreparabile. Voleva dire che se ne accorgeva. Che semplicemente non lo diceva. Che forse era anche lei a non lasciargli spazio. Ma si ricordò la regola e strinse le labbra. — Per me è importante, — lo guardò rapidamente e poi distolse lo sguardo, — che ciò che faccio sia… visto. Non lodi, non grazie ogni giorno. Ma che qualche volta tu dica non solo che la minestra è buona, ma che… capisci quanta fatica c’è dietro. Che non avviene tutto da solo. Deglutì. Il timer ticchettava costante. Avrebbe voluto rispondere che anche lui è stanco, che il lavoro non è facile. Ma fra le regole non c’era “ribattere a metà”. — Io vorrei… — sospirò lei. — Vorrei non essere sempre “quella responsabile per tutto” per definizione. La tua salute, le nostre feste, i rapporti coi figli. Vorrei poter essere debole qualche volta, non solo “resistere”. Guardava le sue mani. Al dito l’anello che le aveva regalato per i dieci anni di matrimonio ormai segnava la pelle. Ricordava di aver sudato per trovare la misura giusta. Il timer suonò piano. Lei trasalì, sorrise nervosa. — Finito, — disse. — I miei dieci minuti. — E io… — tossì lui. — Tocca a me. Lei annuì, ruotò di nuovo il timer su “10”, glielo avvicinò. Si sentiva uno scolaretto davanti alla lavagna. — Sento… — iniziò e subito si rese conto di quanto suonasse ridicolo. — Sento che qui a casa spesso mi viene… da nascondermi. Perché appena faccio qualcosa di sbagliato lo noti. E se faccio bene, è solo normale. Lei annuì piano, senza interrompere. — Per me è importante, — continuò, ascoltando le proprie parole, — che quando torno dal lavoro e mi siedo in poltrona, non sembri un delitto. Non sto seduto tutto il giorno, anche là… insomma, fatico. Beccò il suo sguardo: stanco ma attento. — Vorrei… — esitando, — quando ti arrabbi, vorrei che non dicessi che non capisco niente. Io capisco. Non tutto, ma non zero. Quando lo dici, mi viene voglia di chiudermi e tacere. Qualunque risposta sarebbe sbagliata. Il timer suonò di nuovo. Lui trasalì, come risvegliato di colpo. Restarono seduti in silenzio. La TV spenta, da un’altra stanza un lieve ronzio — il frigo, i termosifoni forse. — Strano, — disse lei. — Sembra una prova generale. — Sembra che non siamo marito e moglie, ma… — cercò la parola. — Pazienti. Lei sorrise. — Pazienti allora, pazienti. Diciamo che proviamo almeno per un mese. Una volta a settimana. Lui scrollò le spalle. — Un mese non è una condanna. Lei annuì, prese il timer portandolo in cucina. Lui la seguì con lo sguardo e pensò inaspettatamente che avevano un nuovo mobile in casa. Sabato andarono a fare la spesa. Lei avanti col carrello, lui la seguiva depennando dalla lista: latte, pollo, pasta. — Prendi dei pomodori, — disse senza voltarsi. Lui si avvicinò alla cassetta, ne raccolse alcuni, li mise nel sacchetto. Si sorprese a pensare “sento che i pomodori sono pesanti” e sorrise tra sé. — Cosa ridi? — si voltò lei. — Mi sto esercitando, — rispose. — Con le nuove formule. Lei alzò gli occhi al cielo, ma le labbra accennarono un sorriso. — In pubblico non è necessario, — disse. — Anche se… magari sì. Passarono davanti allo scaffale dei biscotti. Lui, d’istinto, tese la mano verso i suoi preferiti ma ricordò il discorso su zucchero e pressione. La mano si fermò. — Prendili pure, — notò lei guardando il suo dilemma. — Non sono una bambina. Se non ne mangio li porto al lavoro. Lui li mise nel carrello. — Io… — iniziò e si fermò. — Cosa? — chiese lei. — Capisco che fai tanto, — disse a bassa voce, fissando l’etichetta del prezzo. — È per giovedì. Lei lo fissò con attenzione e annuì. — Metto a verbale, — disse. La seconda conversazione andò peggio. Lui arrivò sul divano con un quarto d’ora di ritardo: lavoro, traffico, telefonata del figlio. Lei già lo aspettava, timer e quaderno a quadretti accanto. — Sei pronto? — chiese lei senza saluto. — Un attimo, — si tolse la giacca, la mise sulla sedia, andò in cucina a prendere un bicchiere d’acqua. Tornò, si sedette sotto il suo sguardo fisso. — Non sei obbligato a farlo, — disse lei. — Se non ti interessa, dimmelo. — Mi interessa, — rispose lui, anche se dentro sentiva resistenza. — Solo che oggi è una giornata pesante. — Anche per me, — ribatté lei. — Però sono stata puntuale. Strinse il bicchiere. — Ok, — disse lui. — Andiamo. Lei girò il timer su “10”. — Sento che viviamo come coinquilini. Discutiamo bollette, spesa, salute, ma non parliamo quasi mai di quello che vogliamo. Non ricordo l’ultima volta che abbiamo programmato una vacanza insieme e non “dove ci hanno invitati”. Lui pensò alla casa della sorella di lei, la vacanza al mare offerta dal sindacato l’anno prima. — Per me è importante, — proseguì lei, — che abbiamo non solo doveri ma anche progetti comuni. Non un generico “prima o poi andiamo al mare”, ma: qui, in quel periodo, per tot giorni. Non solo tirare io la carretta, ma insieme. Lui annuì, anche se lei lo guardava altrove. — Vorrei… — lei esitò. — Vorrei che parlassimo di sesso non solo quando manca. Mi vergogno a dirlo, ma… mi manca non solo quello, ma… attenzioni. Abbracci, carezze, senza calendario. Lui sentì scaldarsi le orecchie. Avrebbe voluto scherzare sull’età, ma non trovò il coraggio. — Quando ti giri dall’altra parte, — disse lei, — penso di non interessarti più. Non solo come donna, proprio in generale. Il timer ticchettava. Lui evitava di guardare quanto mancava. — Finito, — disse lei al suono. — Tocca a te. Lui allungò la mano al timer, ma tremava. Lei lo impostò e glielo avvicinò. — Sento… — cominciò, — che quando parliamo di soldi sembra che io sia un… bancomat. Se rifiuto qualcosa sono tirchio, invece sono solo spaventato. Lei strinse le labbra ma restò in silenzio. — Per me è importante che tu sappia, — continuò, — ho paura di restare senza paracadute. Ricordo gli anni Novanta, le lire contate. E quando tu dici “ma sì, cosa vuoi che sia”, dentro mi sento schiacciare. Fece un respiro. — Vorrei che, quando programmi grosse spese, le discutessimo prima. Non che mi metti di fronte al fatto compiuto: già fatto, già prenotato. Non sono contro alle spese, sono contro le sorprese. Quando il timer suonò si sentì sollevato. — Posso parlare io? — lei non resse più l’impulso. — Non è da regolamento, ma non posso tacere. Lui si fermò. — Parla pure, — disse. — Quando dici “sono un bancomat”, — la voce le tremò, — mi sembra che pensi che io non faccio che spendere. Invece ho paura anche io. Ho paura di ammalarmi, che tu vada via, di restare sola. A volte compro qualcosa non per spendere i tuoi soldi, ma per sentire che abbiamo ancora un futuro. Che abbiamo ancora sogni. Lui aprì la bocca, ma si trattenne. Si guardarono attraverso il tavolino, come da confini opposti. — Non è da timer, — disse lui piano. — Lo so, — rispose lei. — Ma non sono un robot. Lui sorrise amaramente. — Forse questa tecnica non è per persone vere, — borbottò. — È per chi vuole riprovarci, — disse lei. Si appoggiò allo schienale del divano, esausto ovunque. — Basta così per oggi, — propose. Lei guardò il timer, poi lui. — D’accordo, — acconsentì. — Ma non chiamiamolo fallimento, una nota a margine. Lui annuì. Lei prese il timer, ma invece di portarlo via lo lasciò al bordo del tavolo, come a lasciare aperta la possibilità di tornarci. Quella notte lui si girò e rigirò. Lei di fianco, di spalle. Allungò la mano, voleva sfiorarle la spalla ma si fermò a pochi centimetri. In testa le sue parole: che si sentiva una coinquilina. Tirò via la mano, si voltò e fissò il soffitto. Il terzo confronto avvenne la settimana dopo, ma cominciò prima, in autobus. Andavano insieme in ambulatorio: lui per un’ECG, lei per le analisi. Era pieno, stavano in piedi. Lei zitta, guarda fuori; lui il suo profilo. — Sei arrabbiata? — chiese lui. — No, — rispose lei. — Sto pensando. — A cosa? — Che stiamo invecchiando, — rispose senza staccare gli occhi dal finestrino. — E che se non impariamo a parlare ora, dopo non ne avremo più le forze. Lui avrebbe voluto dire che sta ancora bene, ma si ricordò di come il giorno prima aveva ansimato fino al quinto piano senza ascensore. — Ho paura, — disse inaspettatamente. — Che mi ricoverino e tu venga con le borse della spesa, arrabbiata e silenziosa. Lei si voltò verso di lui. — Non sarò arrabbiata, — disse. — Avrò paura. Lui annuì. La sera, seduti sul divano, il timer già sul tavolino. Lei posò due tazze di tè, si sedette di fronte. — Iniziamo da te, — propose. — Io ho già parlato sull’autobus. Lui sospirò, ruotò il disco su “10”. — Sento che quando racconti la tua stanchezza, penso di essere sotto accusa. Anche se tu non dici così. E comincio a difendermi, prima ancora che tu abbia finito. Lei annuì. — Per me è importante, — proseguì, — imparare ad ascoltarti invece che difendermi. Non ne sono capace. Da piccolo mi hanno insegnato che se sei colpevole ti puniscono. E quando dici che stai male, io sento: “sei tu il male”. Per la prima volta lo disse ad alta voce. — Vorrei che d’ora in poi, quando parli dei tuoi sentimenti, non significhi che io sono subito colpevole. E se faccio male qualcosa, dimmelo specifico: “ieri”, “oggi”. Il timer ticchettava. Lei ascoltava. — Finito, — sospirò lui al suono. — Tocca a te. Lei girò il disco. — Sento che vivo da troppo in “modalità resistere”. Per tutti: figli, te, i genitori. E quando tu ti chiudi nel silenzio, mi sembra di trascinare tutto da sola. Lui ricordò il funerale di sua madre, l’anno prima. In effetti aveva parlato molto poco. — Per me è importante che ogni tanto sia tu a iniziare il discorso. Non aspettare che io esploda, ma avvicinarti tu: “Come stai?”, “Parliamo?”. Quando sono sempre io, mi sento invadente. Lui annuì. — Vorrei che concordassimo due cose. Primo: niente discorsi seri se uno è troppo stanco o arrabbiato, non di corsa, non tra la porta e l’ascensore. Se serve si rimanda. Lui ascoltava attento. — Secondo: mai urlare davanti ai figli. So che a volte esplodo, ma non voglio che ci vedano urlare. Il timer suonò ma lei finì la frase. — Ecco, — concluse veloce. — Ho finito. Lui sorrise piano. — Questo non è da regolamento, — osservò. — Ma lo è nella vita, — rispose. Lui prese il timer e lo spense. — Va bene per me, — disse. — Entrambi i punti. Lei rilassò un po’ le spalle. — E io, — aggiunse dopo una pausa, — voglio una cosa. Una soltanto. — Quale? — lei si irrigidì. — Se non finiamo in quei dieci minuti, — spiegò, — non continuiamo a discutere fino a notte. Rimandiamo al prossimo giovedì. Basta scontri prolungati. Lei ci pensò un attimo. — Proviamoci, — disse. — E se non si può aspettare? — Se va spento un incendio, lo spegniamo, — annuì lui. — Ma non con la benzina. Lei rise. — Affare fatto, — disse. Tra un confronto e l’altro la vita scorreva normalmente. Di mattina lui preparava il caffè, lei le uova. Lui a volte lavava i piatti, senza che lei glielo chiedesse. Lei ci faceva caso, ma non sempre lo diceva. Di sera guardavano le serie, discutevano sul personaggio preferito. Lei a volte apriva la bocca per dire “anche noi facciamo così”, ma pensava alla loro regola e rimandava al giovedì. Un giorno, mentre mescolava la minestra, sentì lui che si avvicinava da dietro e la abbracciava per la vita. Così, senza motivo. — Cosa c’è? — chiese, senza girarsi. — Niente, — rispose lui. — Sto facendo pratica. — Di cosa? — sorpresa. — Di carezze, — disse lui. — Non solo a orario. Lei sorrise, senza allontanarsi. — Metto a verbale, — disse lei. Un mese dopo erano di nuovo sul divano, il timer sul tavolo. — Andiamo avanti? — chiese lui. — Tu che dici? — gli rispose lei. Lui guardò quel corpo bianco, le sue mani, le proprie ginocchia. — Dico di sì, — disse. — Non abbiamo ancora imparato. — E non impareremo mai, — scrollò le spalle. — Non è un esame. É come lavarsi i denti. Lui ridacchiò. — Che romanticismo. — Ma rende bene l’idea, — rispose lei. Lei girò il disco sul “10” e rimise il timer fra loro. — Stavolta andiamo tranquilli, — propose lei. — Se deviamo, torniamo. — Niente fanatismi, — replicò lui. Lei inspirò. — Sento che sto meglio. Non in tutto, ma… come se non fossi più invisibile. Tu hai iniziato a parlare, a chiedere da solo. Lo noto. Lui si imbarazzò un po’. — Per me è importante che non abbandoniamo questo metodo quando andrà “meglio”. Che non torniamo alle vecchie abitudini: tacere finché si esplode. Lui annuì. — Vorrei, — disse lei, — che fra un anno potessimo dire: “Siamo stati più sinceri”. Non perfetti, non senza litigi — solo più sinceri. Il timer ticchettava. Lui ascoltava, senza più voglia di scherzare. — Finito, — disse lei al suono. — Ora tu. Lui prese il timer, lo impostò. — Sento che ho più paura di prima. Prima potevo nascondermi nel silenzio, ora invece… tocca parlare. Ho paura di dire la cosa sbagliata, ferire, urtare. Lei ascoltava attenta. — Per me è importante che tu ricordi: non sono un avversario. Se parlo delle mie paure, non è contro di te. È solo… su di me. Fece una pausa. — Vorrei che mantenessimo questa regola. Una volta alla settimana — sincerità, senza accuse. Anche se qualche volta cadiamo. Che diventi il nostro patto. Il timer suonò; lui lo spense senza attendere altro. Restarono un po’ in silenzio. In cucina qualcosa scattò — il bollitore spento. Dietro il muro i vicini ridevano, la porta dell’androne sbatté. — Lo sai, — disse lei, — credevo ci volesse una grande rivelazione, come nei film. E invece… — Invece andiamo avanti ogni settimana, piano piano, — concluse lui. — Eh già, — annuì lei. — Piano piano. Lui la guardò negli occhi. Le rughe c’erano ancora, la stanchezza pure. Ma nello sguardo c’era altro, qualcosa che non seppe subito nominare. Forse attenzione. — Andiamo a bere il tè, — propose. — Andiamo, — assentì lei. Lei prese il timer e lo portò in cucina. Lo posò vicino alla zuccheriera, senza nasconderlo. Lui mise l’acqua a bollire, accese il gas. — Giovedì prossimo ho una visita dopo il lavoro, — disse lei appoggiando le mani al tavolo. — Potrei essere in ritardo. — Allora rimandiamo a venerdì, — rispose lui. — Non parliamo di cose importanti quando sei stanca. Lei lo guardò e sorrise. — D’accordo, — disse. Lui aprì la credenza, prese due tazze, le mise sul tavolo. L’acqua cominciava a borbottare. — Dove metto il sale? — chiese improvvisamente, ricordando il primo scambio. Lei si voltò, vide il barattolo nella sua mano. — Dove lo cerco io, — rispose meccanicamente, poi si fermò e aggiunse: — Secondo ripiano, a sinistra. Lui lo mise dove lei chiedeva. — Ricevuto, — disse. Lei gli si avvicinò, gli posò una mano sulla spalla. — Grazie che me l’hai chiesto, — sussurrò. Lui annuì. L’acqua bolliva più forte. Il timer taceva, aspettando il prossimo giovedì.

Timer sul tavolo

Hai rimesso il sale nel posto sbagliato, disse lei senza sollevare lo sguardo dalla pentola.

Lui rimase immobile, il barattolo ancora in mano, fissando la mensola. Il sale era lì, accanto allo zucchero, dove lo aveva lasciato.

E dove andava messo? chiese piano.

Non dove andava, rispose lei brusca, ma dove lo cerco io. Te lho già detto mille volte.

Per me sarebbe più facile se tu mi dicessi dove, piuttosto che farmi indovinare ogni volta, ribatté lui, sentendo il solito fastidio che gli saliva dentro.

Lei spense il fornello con uno schiocco rumoroso, appoggiò il coperchio e si voltò stanca verso di lui.

Sono stanca di ripetere sempre le stesse cose. Vorrei che ogni tanto si potesse semplicemente trovare tutto al proprio posto.

Quindi faccio tutto di nuovo sbagliato, concluse lui, rimettendo il sale sulla mensola, poco più a destra.

Lei aprì la bocca per ribattere, ma invece chiuse con forza lo sportello e uscì dalla cucina. Lui rimase lì, il cucchiaio in mano, a sentire i suoi passi lungo il corridoio. Poi sospirò, assaggiò la zuppa, aggiunse ancora un po di sale per abitudine.

Unora dopo cenavano in silenzio. Il telegiornale nella sala parlava a bassa voce, lo schermo riflesso nelle vetrine del mobile. Lei mangiava lenta, quasi senza guardarlo. Lui armeggiava con la fettina, sentendo che tutto si ripete: una sciocchezza, un rimprovero, una risposta che punge, il silenzio.

Davvero dobbiamo vivere così? chiese lei allimprovviso.

Lui alzò gli occhi.

In che senso?

Nel senso, disse lei, posando la forchetta, tu fai una cosa, io mi innervosisco, tu ti offendi. E via così, allinfinito.

E cosaltro dovremmo fare? provò a buttarla sul ridere. È la nostra tradizione.

Lei non sorrise.

Ho letto una cosa interessante, disse. Sui dialoghi. Una volta a settimana. Con un timer.

Lui strizzò gli occhi.

Con cosa?

Con il timer. Dieci minuti parla uno, dieci laltro. Senza tu fai sempre, senza non fai mai. Solo io sento, per me è importante, io vorrei. Laltro ascolta, niente interruzioni, niente discussioni. Solo ascoltare.

Su internet? chiese lui.

Da un libro. Non importa. Voglio provare.

Lui prese il bicchiere, bevve acqua per prendere tempo.

E se non volessi? domandò con voce incerta.

Allora continueremo a litigare per il sale, disse lei, calma. E io non ne posso più.

Lui la guardò bene in volto. Quelle piccole rughe attorno alle labbra si erano fatte profonde, e non aveva capito quando. Sembrava stanca non di quella giornata, ma di una vita intera.

Va bene, disse infine. Ma ti avverto, con queste vostre tecniche non sono bravo.

Non serve essere bravi, abbozzò un sorriso stanco lei. Serve essere sinceri.

Quella sera, di giovedì, lui sedeva sul divano con il cellulare in mano, fingendo di leggere La Repubblica. Un senso sgradevole nello stomaco, simile allattesa dal dentista.

Sul tavolino, posato tra loro, cera il timer da cucina, rotondo, bianco, con i numeri lungo il bordo. Di solito lei lo usava per la crostata. Quella sera sembrava un oggetto estraneo.

Lei arrivò con due tazze di tè, le appoggiò sul tavolo e si sedette davanti. Indossava un maglione sformato, i capelli raccolti in una coda scomposta.

Allora, disse lei. Iniziamo?

Facciamo a turno? provò a sdrammatizzare lui.

Sì. Inizio io. Dieci minuti. Poi tu. Se resta qualcosa, ci vediamo la prossima settimana.

Lui annuì, poggiò il telefono sul bracciolo. Lei prese il timer, lo girò su 10, premette il pulsante. Un ticchettio sommesso riempì il silenzio.

Io sento… cominciò lei, poi si interruppe.

Lui si rese conto che si aspettava già il solito tu sempre o tu mai, e istintivamente i muscoli si fecero tesi. Ma lei, stringendo le mani, proseguì:

Io sento di essere diventata uno sfondo. La casa, la cena, le tue camicie, le nostre giornate tutto va avanti per conto suo. E se io smettessi, tutto andrebbe in pezzi, ma nessuno se ne accorgerebbe fino a quando non sarebbe troppo tardi.

Lui avrebbe voluto dire che lo vede. Che semplicemente non lo dice. Che forse è lei che non gli lascia mai fare nulla. Ma ricordò la regola e chiuse la bocca.

Per me è importante, lo guardò appena, poi abbassò gli occhi, che il mio impegno sia visto. Non dico elogi o ringraziamenti ogni giorno, ma che ogni tanto tu dica non solo che la minestra è buona, ma che capisci quanto costa star dietro a tutto questo. Che non viene da sé.

Lui deglutì. Il timer ticchettava imperturbabile. Avrebbe voluto ribattere che anche lui è stanco, che al lavoro non è più facile. Ma la regola era precisa: nessuna replica a metà.

Io vorrei… sospirò lei. Vorrei non essere sempre la responsabile automatica di tutto: la tua salute, le feste, il rapporto con i nostri figli. Qualche volta vorrei poter essere debole, non solo quella che tiene duro.

Lui fissò le sue mani. Lanello sul dito, quello che le aveva regalato per il decimo anniversario, le segnava la pelle. Ricordava ancora quanto fosse stato ansioso scegliendo la misura giusta.

Il timer trillò. Lei si scosse, sorrise nervosa.

Fine, disse. I miei dieci minuti.

Allora io tossì lui. Tocca a me.

Lei annuì e lo avvicinò il timer, rimettendolo sui dieci minuti.

Lui si sentiva uno scolaro interrogato.

Io sento… iniziò, subito percependo quanto suonasse strano. Io sento spesso il bisogno di nascondermi, qui a casa. Perché se faccio qualcosa di sbagliato, te ne accorgi subito. E quando invece faccio giusto, è solo la normalità.

Lei annuì appena, senza interromperlo.

Per me è importante che quando torno dal lavoro e mi siedo in poltrona, non sia visto come un reato. Non sto seduto tutto il giorno lì, anche io mi stanco.

Incrociò il suo sguardo: era stanco, ma presente.

Io vorrei… esitò. Vorrei che, quando sei arrabbiata, non mi dicessi che non capisco niente. Capisco. Magari non tutto, ma non zero. Quando lo dici, mi viene solo voglia di chiudermi in me stesso. Perché qualsiasi risposta sarebbe sbagliata.

Il timer trillò di nuovo. Lui sobbalzò come se avesse ricevuto una scossa.

Restarono seduti in silenzio. Il televisore spento, un fruscio di fondo dalla cucina forse il frigorifero o i termosifoni.

Strano, disse lei. Pare una prova generale.

Pare quasi che non siamo marito e moglie, ma cercò la parola. Pazienti.

Lei sorrise incerta.

Va bene, allora. Proviamo per un mese. Una volta a settimana.

Lui alzò le spalle.

Un mese non è una condanna.

Lei prese il timer, portandolo in cucina. Lui la seguì con lo sguardo, pensando che quella sera avevano un nuovo oggetto di casa.

Il sabato andarono a fare la spesa. Lei davanti con il carrello, lui alle sue spalle a spuntare: latte, pollo, farina.

Prendi i pomodori, disse senza voltarsi.

Lui scelse i più rossi, li mise nel sacchetto. Gli venne da scherzare dicendo sento quanto pesano i pomodori, e rise tra sé.

Che cè? si girò lei.

Mi esercito, rispose. Con le nuove espressioni.

Lei alzò gli occhi, ma le labbra sincurvarono appena.

Non serve quando siamo fuori, disse. O forse sì.

Passarono vicino allo scaffale dei biscotti. Lui istintivamente allungò la mano verso quelli preferiti da lei, poi si ricordò delle sue chiacchiere sulla pressione e lo zucchero. Esitò.

Prendili, disse lei notando il gesto. Non sono una bambina. Se non li mangio, li porto in ufficio.

Lui li mise nel carrello.

Io esitò.

Che cè?

Io vedo che fai tanto, disse piano, fissando il prezzo. Lo dico per giovedì.

Lei lo guardò più a lungo, poi annuì.

Lo segno a credito, rispose.

La seconda conversazione fu peggio.

Lui si sedette sul divano in ritardo di un quarto dora: lavoro, traffico, una telefonata del figlio. Lei lo aspettava già, il timer e la sua agenda a quadretti sul tavolo.

Sei pronto? chiese senza preamboli.

Un attimo, si tolse il giubbotto, lo appese allo schienale, andò in cucina, si riempì il bicchiere dacqua. Tornò indietro, sedendosi sentendosi osservato.

Nessuno ti obbliga, disse lei. Se non ti interessa, basta dirlo.

Mi interessa, replicò, sebbene dentro fosse riluttante. Solo è stata una giornata pesante.

Anche la mia, tagliò lei. Ma arrivo puntuale.

Lui strinse il bicchiere.

Ok, fece. Vai.

Lei girò il timer su dieci.

Io sento che viviamo come vicini di casa. Parliamo di bollette, spesa, salute. Ma quasi mai di cosa vogliamo. Non ricordo quando abbiamo pianificato una vacanza solo per noi, e non perché ci hanno invitato o ce lha data il sindacato.

Gli venne in mente la casa al mare di sua sorella e la vacanza in montagna dellanno prima, regalata da unamica.

Per me è importante, proseguì lei, avere non solo doveri, ma anche progetti comuni. Non solo andiamo al mare, prima o poi, ma qui, in quel periodo, per tanto tempo. E non che debba trainare tutto io.

Lui annuì, mentre lo sguardo di lei restava altrove.

Io vorrei si bloccò. Vorrei che parlassimo di sesso non solo quando non lo facciamo. Mi vergogno a dirlo, ma mi manca non solo latto, ma le attenzioni. Le carezze, i gesti non programmati.

A lui si arrossarono le orecchie. Avrebbe voluto scherzare dicendo che alla loro età Ma non gli riusciva.

Quando ti volti verso il muro, continuò lei, penso che non ti interesso più. Non solo come donna, ma come persona.

Il timer ticchettava. Lui evitava di guardare per non contare i secondi.

Fine, disse lei quando suonò. Tocca a te.

Prese il timer, ma la mano di lui tremava. Glielo mise davanti.

Io sento che quando parliamo di soldi, è come se fossi un bancomat. Se dico di no a qualcosa, divento taccagno, mai che sia per paura.

Lei si morse le labbra, ma rimase in silenzio.

Per me è importante che tu sappia che temo di restare senza una base. Mi ricordo i tempi in cui contavamo ogni lira, e quando dici ma dai, che vuoi che sia, io dentro mi chiudo.

Fece un respiro.

Io vorrei che, quando fai acquisti importanti, ne parlassimo prima. Non che mi ritrovi davanti al fatto compiuto: ho prenotato, ordinato, deciso. Non sono contro le spese, ma contro le sorprese.

Il timer trillò. Lui sentì un vago sollievo.

Posso parlare? chiese lei dun fiato. Non è secondo le regole, ma non riesco a stare zitta.

Lui si blocca.

Parla, disse.

Quando dici sono un bancomat, la voce le tremava, mi pare che mi vedi solo come una che spende. Ma ho paura anchio. Ho paura di stare male, di perderti, di restare sola. E a volte compro qualcosa non per spendere i tuoi soldi, ma per sentire che il futuro esiste ancora. Che abbiamo ancora dei progetti.

Lui aprì la bocca per ribattere, ma si fermò in tempo. Si guardarono sopra il tavolo, sembrava quasi una frontiera.

Non è già più sotto regola timer, disse piano.

Lo so, replicò lei. Ma non sono un robot.

Lui sorrise amaro.

Forse questa tecnica non è fatta per persone vere, sussurrò.

È fatta per chi vuole riprovarci ancora, rispose lei.

Si lasciò cadere contro lo schienale, stanchissimo.

Basta così per oggi, propose lui.

Lei guardò il timer, poi lui.

Va bene, accettò. Non chiamiamolo fallimento. Solo una nota a margine.

Annui. Lei prese il timer e stavolta non lo portò via, ma lo lasciò sul bordo del tavolo, come a non voler chiudere del tutto il discorso.

Quella notte lui faticò a dormire. Lei gli voltava le spalle. Allungò la mano, voleva pogliarla sulla sua spalla, ma si fermò a pochi centimetri. Nella testa risuonava la frase: mi sento come una vicina.

Ritirò lentamente la mano, si girò di schiena e fissò il buio.

La terza conversazione arrivò una settimana dopo, ma cominciò prima, in pullman.

Andavano insieme in ambulatorio: lui doveva fare lECG, lei analisi di routine. Era pieno, stavano in piedi, aggrappati alla sbarra. Lei silenziosa, fissava fuori, lui il suo profilo.

Sei arrabbiata? chiese.

No, rispose. Sto pensando.

A cosa?

Che stiamo invecchiando, mormorò, sempre guardando fuori. E che se non impariamo a parlare ora, poi non ne avremo più le forze.

Avrebbe voluto sdrammatizzare (Io sto benone!) ma non glielo permise la voce. Si ricordò di ieri, a salire le scale, il respiro corto.

Ho paura, confessò senza pensarci. Che mi ricoverino e tu venga lì con le buste della spesa, a rimproverarmi in silenzio.

Lei si voltò verso di lui.

Non ti rimprovererò, rispose. Avrò paura anchio.

Lui annuì.

Quella sera, quando si sedettero sul divano, il timer attendeva già sul tavolo. Lei appoggiò accanto le tazze di tè e si mise di fronte.

Iniziamo da te stasera, propose. Io ho già parlato abbastanza in autobus.

Lui sospirò, girò la rotella su dieci.

Io sento che, quando parli della tua stanchezza, io penso che tu mi dia la colpa. Anche quando non lo dici. E mi giustifico ancora prima di ascoltare.

Lei annuì.

Per me è importante imparare a sentirti, e non solo a difendermi. Ma non so come si fa. Da bambino mi hanno insegnato che se hai torto, ti puniscono. E quindi, ogni volta che dici che stai male, sento solo: sei tu il colpevole.

Era la prima volta che lo diceva ad alta voce.

Io vorrei che, quando parli dei tuoi sentimenti, non sia scontato che sono io il colpevole. E, se faccio un errore, mi dici precisamente: ieri, ora. Non sempre.

Il timer proseguiva nel silenzio. Lei ascoltava senza interrompere.

Tutto qui, sospirò allo scadere. Tocca a te.

Lei ruotò la rotella.

Io sento che da troppo tempo vivo tirando la corda. Per tutti: figli, te, i miei genitori. E, quando tu ti chiudi nel silenzio, mi pare di trascinare da sola tutto il peso.

Lui ricordò i giorni del funerale di sua madre: aveva taciuto, giorno dopo giorno.

Per me è importante che ogni tanto sia tu a iniziare una conversazione. Non che io debba sempre spingerti a parlare. Perché, quando inizio sempre io, mi sento invadente.

Lui annuì asciutto.

Vorrei che ci accordassimo su due cose, disse allora. Primo: non si discute di temi seri quando uno è stanco o arrabbiato. Non al volo, non tra una porta e lascensore. Se serve, rimandiamo alla prossima volta.

Lui si sforzava di coglierla, di vedere il suo volto in ogni piega.

Secondo, continuò, niente urla davanti ai figli. So che talvolta mi scappa, ma non voglio che vedano i genitori urlarsi contro.

Il timer trillò, ma lei parlò ancora.

Fine, concluse rapida. Ho finito.

Accennò un sorriso appena.

Questo non è previsto dal regolamento, notò.

Ma dalla vita sì, rispose lei.

Spense il timer.

Sono daccordo, disse. Su entrambe.

Lei distese le spalle un po.

E anchio vorrei aggiungere una cosa sola.

Quale? fece lei.

Se non riusciamo a finire in quei dieci minuti, disse lui, non proseguiamo la discussione fino a notte. Rimandiamo a giovedì prossimo. Senza restare col muso per giorni.

Lei meditò.

Proviamo, accettò. E se scoppia qualcosa?

Se scoppia, lo risolviamo, annuì. Ma senza benzina.

Lei sorrise di sbieco.

Affare fatto, concluse.

Tra un dialogo e laltro, la vita riprese a scorrere.

La mattina si preparava il caffè, lei le uova. Lui ogni tanto lavava i piatti senza che lei dovesse chiedere. Lei se ne accorgeva, non sempre lo diceva. La sera guardavano le fiction, discutevano sui personaggi. A volte lei tratteneva sulle labbra un ecco, succede anche a noi, ma ricordava la regola: tutto a giovedì.

Un giorno, mentre lei stava cucinando, sentì che lui le si avvicinava da dietro e le posava la mano sui fianchi. Senza un motivo.

Che cè? chiese lei, senza voltarsi.

Niente, rispose lui. Mi esercito.

In cosa?

Nel toccarti, disse. Non solo a programma.

Lei sorrise piano, senza allontanarsi.

Lo metto a credito, mormorò.

Dopo un mese erano ancora lì, seduti sul divano, il timer tra loro.

Continuiamo? domandò lui.

Tu che ne pensi? ribatté lei.

Guardò il timer tondo, le sue mani, le sue ginocchia.

Sì, disse. Siamo ancora lontani dalla meta.

Non si impara mai davvero, scrollò le spalle lei. È come lavarsi i denti.

Lui rise piano.

Che romantico paragone.

Ma funziona, rispose lei.

Girò il timer e lo posò di nuovo sul tavolo.

Facciamo senza troppa rigidità oggi, propose. Se divaghiamo, torniamo.

Senza fanatismi, confermò lui.

Lei prese fiato.

Io sento che sto meglio. Non tutto, ma non sono più invisibile. Ora spesso sei tu a parlare, a chiedere. Lo vedo.

Lui si imbarazzò.

È importante che non smettiamo di farlo quando tutto sembrerà più leggero. Che non si torni a tacere fino a scoppiare.

Lui annuì in silenzio.

Io vorrei che, tra un anno, potessimo dire: Siamo più sinceri. Non perfetti, non senza litigi, solo più sinceri.

Il timer andava avanti. Lui ascoltava, senza voglia di fare battute.

Fine, concluse lei con il suono. Ora tocca a te.

Lui prese il timer, lo girò.

Io sento che ora ho più paura. Prima potevo coprirmi col silenzio, ora devo parlare. E temo di dire qualcosa di sbagliato, di ferirti.

Lei ascoltava, la testa leggermente inclinata.

Per me è importante che tu ricordi: non sono il tuo nemico. Se parlo delle mie paure, non è contro di te. È solo una parte di me.

Fece una pausa.

Vorrei che questa abitudine restasse. Una volta a settimana sinceri, senza accuse. Anche se di tanto in tanto sbagliamo. Che resti il nostro patto.

Il timer trillò. Lui lo spense, senza aspettare il secondo suono.

Restarono seduti in silenzio. In cucina qualcosa scattò il bollitore. Dal pianerottolo si sentivano voci e una porta che si chiudeva.

Sai, disse lei, pensavo che ci volesse una grande svolta, come nei film. Che cambiasse tutto. E invece

E invece si va avanti poco alla volta, settimana dopo settimana, concluse lui.

Già, annuì lei. Un po alla volta.

Lui la guardò in viso. Le rughe cerano ancora, anche la fatica. Ma nei suoi occhi cera qualcosa daltro, indefinibile. Forse attenzione.

Andiamo a bere il tè, propose lui.

Sì, sorrise lei.

Lei prese il timer e lo portò in cucina. Lo mise vicino allo zucchero, senza nasconderlo. Lui riempì il bollitore, lo mise sul fuoco, girò la manopola del gas.

Giovedì prossimo ho il controllo dal dottore dopo il lavoro, disse lei appoggiandosi al tavolo. Potrei tardare.

Allora rimandiamo a venerdì, rispose lui. Non serve discutere le cose importanti quando sei stanca.

Lei lo guardò, e sorrise.

Va bene, disse.

Lui prese due tazze dalla credenza, le appoggiò sul tavolo. Lacqua cominciava a bollire.

Dove metto il sale? chiese allimprovviso, ricordando il loro primo confronto.

Lei si voltò, vide il barattolo nella sua mano.

Dove lo cerco io, rispose distinto, poi aggiunse: Secondo ripiano, a sinistra.

Lui lo posò lì.

Capito, disse.

Lei si avvicinò, gli sfiorò la spalla.

Grazie per avermelo chiesto, sussurrò.

Lui annuì. Lacqua bolliva più forte. Il timer stava muto sul tavolo, ad aspettare il prossimo giovedì.

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Il timer sul tavolo — Hai messo di nuovo il sale nel posto sbagliato, — disse lei, senza staccare gli occhi dalla pentola. Lui restò immobile con il barattolo in mano, fissando la mensola. Il sale era al suo solito posto, accanto alla zuccheriera. — E dove dovrei metterlo? — chiese con cautela. — Non “dove dovresti”. Ma dove lo cerco io. Te l’ho già detto. — Ti viene più facile dirmelo che farmi indovinare, — rispose lui, sentendo affiorare la solita irritazione. Lei spense rumorosamente il fornello, mise il coperchio, si girò verso di lui. — Sono stanca di ripeterlo sempre. Non si può semplicemente… lasciarlo al suo posto ogni tanto? — Quindi faccio di nuovo tutto male, — concluse lui, rimettendo il sale sulla stessa mensola, solo un po’ più a destra. Lei aprì la bocca per ribattere, ma invece sbatté lo sportello dell’armadietto e uscì dalla cucina. Lui restò lì con il cucchiaio in mano, seguendo con l’orecchio i suoi passi nel corridoio. Poi sospirò, assaggiò la zuppa, la salò ancora una volta, senza pensarci. Un’ora dopo cenavano in silenzio. Dal soggiorno la TV trasmetteva le notizie, lo schermo rifletteva nella vetrinetta. Lei mangiava piano, quasi senza guardarlo. Lui punzecchiava una polpetta pensando che ancora una volta si era ripetuto il solito copione: una sciocchezza, il rimprovero, la sua risposta, il suo silenzio. — Dobbiamo vivere così per sempre? — disse lei d’un tratto. Lui alzò lo sguardo. — Cioè? — Voglio dire, — lei posò la forchetta, — tu fai qualcosa, io mi irrito, tu ti offendi. E così via. Circolo vizioso. — E cos’altro possiamo fare? — provò a scherzare. — Lo sai, da noi è tradizione. Lei non sorrise. — Ho letto una cosa, — disse. — Sulle conversazioni. Una volta a settimana. Con il timer. Lui sbatté le ciglia. — Con cosa? — Con il timer. Dieci minuti parlo io, dieci minuti parli tu. Senza “tu sempre”, “tu mai”. Solo “io sento”, “per me è importante”, “io vorrei”. E l’altro nel frattempo non interrompe, non si giustifica. Solo… ascolta. — Dal web? — chiese lui. — Da un libro. Non importa. Lo voglio provare. Lui prese un bicchiere, bevve un sorso, guadagnando qualche secondo. — E se non ho voglia? — chiese, cercando di non suonare troppo brusco. — Allora continueremo a litigare per il sale, — disse lei calma. — E io non voglio più. Lui guardò il suo viso. Le rughe sulle labbra si erano approfondite negli ultimi anni e non sapeva dire quando. Sembrava stanca, non di quella giornata, ma come se portasse sulla spalle la fatica di una vita. — Va bene, — disse lui. — Però ti avverto: non sono bravo con queste… tecniche… — Non serve essere bravi, — sorrise lei stancamente. — Basta essere sinceri. Giovedì sera era seduto sul divano con il telefono in mano, fingendo di leggere le notizie. Nell’animo, l’attesa sgradevole di una visita dal dentista. Sul tavolino il timer da cucina, tondo e bianco, col bordo numerato. Di solito lei lo usava per le crostate. Quella sera era lì tra loro, come un oggetto estraneo. Lei portò due bicchieri di tè, li posò, si sedette di fronte. Addosso il maglione da casa, largo sui gomiti. Capelli raccolti in una coda disordinata. — Allora? — disse. — Iniziamo? — Abbiamo il regolamento? — provò lui a scherzare. — Sì. Io inizio. Dieci minuti. Poi tu. Se avanza qualcosa, la prossima volta. Lui annuì, poggiò il telefono sul bracciolo. Lei prese il timer, ruotò il disco su “10”, premette il pulsante. Si sentì un ticchettio sommesso. — Io sento… — iniziò lei e si fermò. Lui scoprì di aspettarsi il solito “tu mai” o “tu di nuovo”, e già i muscoli erano tesi, pronti. Ma lei, stringendo le mani, continuò: — Sento che mi sembra di essere lo sfondo. La casa, il cibo, le tue camicie, i nostri giorni… sembra che vadano avanti da soli. E se io smettessi, tutto crollerebbe e nessuno se ne accorgerebbe finché non diventa irreparabile. Voleva dire che se ne accorgeva. Che semplicemente non lo diceva. Che forse era anche lei a non lasciargli spazio. Ma si ricordò la regola e strinse le labbra. — Per me è importante, — lo guardò rapidamente e poi distolse lo sguardo, — che ciò che faccio sia… visto. Non lodi, non grazie ogni giorno. Ma che qualche volta tu dica non solo che la minestra è buona, ma che… capisci quanta fatica c’è dietro. Che non avviene tutto da solo. Deglutì. Il timer ticchettava costante. Avrebbe voluto rispondere che anche lui è stanco, che il lavoro non è facile. Ma fra le regole non c’era “ribattere a metà”. — Io vorrei… — sospirò lei. — Vorrei non essere sempre “quella responsabile per tutto” per definizione. La tua salute, le nostre feste, i rapporti coi figli. Vorrei poter essere debole qualche volta, non solo “resistere”. Guardava le sue mani. Al dito l’anello che le aveva regalato per i dieci anni di matrimonio ormai segnava la pelle. Ricordava di aver sudato per trovare la misura giusta. Il timer suonò piano. Lei trasalì, sorrise nervosa. — Finito, — disse. — I miei dieci minuti. — E io… — tossì lui. — Tocca a me. Lei annuì, ruotò di nuovo il timer su “10”, glielo avvicinò. Si sentiva uno scolaretto davanti alla lavagna. — Sento… — iniziò e subito si rese conto di quanto suonasse ridicolo. — Sento che qui a casa spesso mi viene… da nascondermi. Perché appena faccio qualcosa di sbagliato lo noti. E se faccio bene, è solo normale. Lei annuì piano, senza interrompere. — Per me è importante, — continuò, ascoltando le proprie parole, — che quando torno dal lavoro e mi siedo in poltrona, non sembri un delitto. Non sto seduto tutto il giorno, anche là… insomma, fatico. Beccò il suo sguardo: stanco ma attento. — Vorrei… — esitando, — quando ti arrabbi, vorrei che non dicessi che non capisco niente. Io capisco. Non tutto, ma non zero. Quando lo dici, mi viene voglia di chiudermi e tacere. Qualunque risposta sarebbe sbagliata. Il timer suonò di nuovo. Lui trasalì, come risvegliato di colpo. Restarono seduti in silenzio. La TV spenta, da un’altra stanza un lieve ronzio — il frigo, i termosifoni forse. — Strano, — disse lei. — Sembra una prova generale. — Sembra che non siamo marito e moglie, ma… — cercò la parola. — Pazienti. Lei sorrise. — Pazienti allora, pazienti. Diciamo che proviamo almeno per un mese. Una volta a settimana. Lui scrollò le spalle. — Un mese non è una condanna. Lei annuì, prese il timer portandolo in cucina. Lui la seguì con lo sguardo e pensò inaspettatamente che avevano un nuovo mobile in casa. Sabato andarono a fare la spesa. Lei avanti col carrello, lui la seguiva depennando dalla lista: latte, pollo, pasta. — Prendi dei pomodori, — disse senza voltarsi. Lui si avvicinò alla cassetta, ne raccolse alcuni, li mise nel sacchetto. Si sorprese a pensare “sento che i pomodori sono pesanti” e sorrise tra sé. — Cosa ridi? — si voltò lei. — Mi sto esercitando, — rispose. — Con le nuove formule. Lei alzò gli occhi al cielo, ma le labbra accennarono un sorriso. — In pubblico non è necessario, — disse. — Anche se… magari sì. Passarono davanti allo scaffale dei biscotti. Lui, d’istinto, tese la mano verso i suoi preferiti ma ricordò il discorso su zucchero e pressione. La mano si fermò. — Prendili pure, — notò lei guardando il suo dilemma. — Non sono una bambina. Se non ne mangio li porto al lavoro. Lui li mise nel carrello. — Io… — iniziò e si fermò. — Cosa? — chiese lei. — Capisco che fai tanto, — disse a bassa voce, fissando l’etichetta del prezzo. — È per giovedì. Lei lo fissò con attenzione e annuì. — Metto a verbale, — disse. La seconda conversazione andò peggio. Lui arrivò sul divano con un quarto d’ora di ritardo: lavoro, traffico, telefonata del figlio. Lei già lo aspettava, timer e quaderno a quadretti accanto. — Sei pronto? — chiese lei senza saluto. — Un attimo, — si tolse la giacca, la mise sulla sedia, andò in cucina a prendere un bicchiere d’acqua. Tornò, si sedette sotto il suo sguardo fisso. — Non sei obbligato a farlo, — disse lei. — Se non ti interessa, dimmelo. — Mi interessa, — rispose lui, anche se dentro sentiva resistenza. — Solo che oggi è una giornata pesante. — Anche per me, — ribatté lei. — Però sono stata puntuale. Strinse il bicchiere. — Ok, — disse lui. — Andiamo. Lei girò il timer su “10”. — Sento che viviamo come coinquilini. Discutiamo bollette, spesa, salute, ma non parliamo quasi mai di quello che vogliamo. Non ricordo l’ultima volta che abbiamo programmato una vacanza insieme e non “dove ci hanno invitati”. Lui pensò alla casa della sorella di lei, la vacanza al mare offerta dal sindacato l’anno prima. — Per me è importante, — proseguì lei, — che abbiamo non solo doveri ma anche progetti comuni. Non un generico “prima o poi andiamo al mare”, ma: qui, in quel periodo, per tot giorni. Non solo tirare io la carretta, ma insieme. Lui annuì, anche se lei lo guardava altrove. — Vorrei… — lei esitò. — Vorrei che parlassimo di sesso non solo quando manca. Mi vergogno a dirlo, ma… mi manca non solo quello, ma… attenzioni. Abbracci, carezze, senza calendario. Lui sentì scaldarsi le orecchie. Avrebbe voluto scherzare sull’età, ma non trovò il coraggio. — Quando ti giri dall’altra parte, — disse lei, — penso di non interessarti più. Non solo come donna, proprio in generale. Il timer ticchettava. Lui evitava di guardare quanto mancava. — Finito, — disse lei al suono. — Tocca a te. Lui allungò la mano al timer, ma tremava. Lei lo impostò e glielo avvicinò. — Sento… — cominciò, — che quando parliamo di soldi sembra che io sia un… bancomat. Se rifiuto qualcosa sono tirchio, invece sono solo spaventato. Lei strinse le labbra ma restò in silenzio. — Per me è importante che tu sappia, — continuò, — ho paura di restare senza paracadute. Ricordo gli anni Novanta, le lire contate. E quando tu dici “ma sì, cosa vuoi che sia”, dentro mi sento schiacciare. Fece un respiro. — Vorrei che, quando programmi grosse spese, le discutessimo prima. Non che mi metti di fronte al fatto compiuto: già fatto, già prenotato. Non sono contro alle spese, sono contro le sorprese. Quando il timer suonò si sentì sollevato. — Posso parlare io? — lei non resse più l’impulso. — Non è da regolamento, ma non posso tacere. Lui si fermò. — Parla pure, — disse. — Quando dici “sono un bancomat”, — la voce le tremò, — mi sembra che pensi che io non faccio che spendere. Invece ho paura anche io. Ho paura di ammalarmi, che tu vada via, di restare sola. A volte compro qualcosa non per spendere i tuoi soldi, ma per sentire che abbiamo ancora un futuro. Che abbiamo ancora sogni. Lui aprì la bocca, ma si trattenne. Si guardarono attraverso il tavolino, come da confini opposti. — Non è da timer, — disse lui piano. — Lo so, — rispose lei. — Ma non sono un robot. Lui sorrise amaramente. — Forse questa tecnica non è per persone vere, — borbottò. — È per chi vuole riprovarci, — disse lei. Si appoggiò allo schienale del divano, esausto ovunque. — Basta così per oggi, — propose. Lei guardò il timer, poi lui. — D’accordo, — acconsentì. — Ma non chiamiamolo fallimento, una nota a margine. Lui annuì. Lei prese il timer, ma invece di portarlo via lo lasciò al bordo del tavolo, come a lasciare aperta la possibilità di tornarci. Quella notte lui si girò e rigirò. Lei di fianco, di spalle. Allungò la mano, voleva sfiorarle la spalla ma si fermò a pochi centimetri. In testa le sue parole: che si sentiva una coinquilina. Tirò via la mano, si voltò e fissò il soffitto. Il terzo confronto avvenne la settimana dopo, ma cominciò prima, in autobus. Andavano insieme in ambulatorio: lui per un’ECG, lei per le analisi. Era pieno, stavano in piedi. Lei zitta, guarda fuori; lui il suo profilo. — Sei arrabbiata? — chiese lui. — No, — rispose lei. — Sto pensando. — A cosa? — Che stiamo invecchiando, — rispose senza staccare gli occhi dal finestrino. — E che se non impariamo a parlare ora, dopo non ne avremo più le forze. Lui avrebbe voluto dire che sta ancora bene, ma si ricordò di come il giorno prima aveva ansimato fino al quinto piano senza ascensore. — Ho paura, — disse inaspettatamente. — Che mi ricoverino e tu venga con le borse della spesa, arrabbiata e silenziosa. Lei si voltò verso di lui. — Non sarò arrabbiata, — disse. — Avrò paura. Lui annuì. La sera, seduti sul divano, il timer già sul tavolino. Lei posò due tazze di tè, si sedette di fronte. — Iniziamo da te, — propose. — Io ho già parlato sull’autobus. Lui sospirò, ruotò il disco su “10”. — Sento che quando racconti la tua stanchezza, penso di essere sotto accusa. Anche se tu non dici così. E comincio a difendermi, prima ancora che tu abbia finito. Lei annuì. — Per me è importante, — proseguì, — imparare ad ascoltarti invece che difendermi. Non ne sono capace. Da piccolo mi hanno insegnato che se sei colpevole ti puniscono. E quando dici che stai male, io sento: “sei tu il male”. Per la prima volta lo disse ad alta voce. — Vorrei che d’ora in poi, quando parli dei tuoi sentimenti, non significhi che io sono subito colpevole. E se faccio male qualcosa, dimmelo specifico: “ieri”, “oggi”. Il timer ticchettava. Lei ascoltava. — Finito, — sospirò lui al suono. — Tocca a te. Lei girò il disco. — Sento che vivo da troppo in “modalità resistere”. Per tutti: figli, te, i genitori. E quando tu ti chiudi nel silenzio, mi sembra di trascinare tutto da sola. Lui ricordò il funerale di sua madre, l’anno prima. In effetti aveva parlato molto poco. — Per me è importante che ogni tanto sia tu a iniziare il discorso. Non aspettare che io esploda, ma avvicinarti tu: “Come stai?”, “Parliamo?”. Quando sono sempre io, mi sento invadente. Lui annuì. — Vorrei che concordassimo due cose. Primo: niente discorsi seri se uno è troppo stanco o arrabbiato, non di corsa, non tra la porta e l’ascensore. Se serve si rimanda. Lui ascoltava attento. — Secondo: mai urlare davanti ai figli. So che a volte esplodo, ma non voglio che ci vedano urlare. Il timer suonò ma lei finì la frase. — Ecco, — concluse veloce. — Ho finito. Lui sorrise piano. — Questo non è da regolamento, — osservò. — Ma lo è nella vita, — rispose. Lui prese il timer e lo spense. — Va bene per me, — disse. — Entrambi i punti. Lei rilassò un po’ le spalle. — E io, — aggiunse dopo una pausa, — voglio una cosa. Una soltanto. — Quale? — lei si irrigidì. — Se non finiamo in quei dieci minuti, — spiegò, — non continuiamo a discutere fino a notte. Rimandiamo al prossimo giovedì. Basta scontri prolungati. Lei ci pensò un attimo. — Proviamoci, — disse. — E se non si può aspettare? — Se va spento un incendio, lo spegniamo, — annuì lui. — Ma non con la benzina. Lei rise. — Affare fatto, — disse. Tra un confronto e l’altro la vita scorreva normalmente. Di mattina lui preparava il caffè, lei le uova. Lui a volte lavava i piatti, senza che lei glielo chiedesse. Lei ci faceva caso, ma non sempre lo diceva. Di sera guardavano le serie, discutevano sul personaggio preferito. Lei a volte apriva la bocca per dire “anche noi facciamo così”, ma pensava alla loro regola e rimandava al giovedì. Un giorno, mentre mescolava la minestra, sentì lui che si avvicinava da dietro e la abbracciava per la vita. Così, senza motivo. — Cosa c’è? — chiese, senza girarsi. — Niente, — rispose lui. — Sto facendo pratica. — Di cosa? — sorpresa. — Di carezze, — disse lui. — Non solo a orario. Lei sorrise, senza allontanarsi. — Metto a verbale, — disse lei. Un mese dopo erano di nuovo sul divano, il timer sul tavolo. — Andiamo avanti? — chiese lui. — Tu che dici? — gli rispose lei. Lui guardò quel corpo bianco, le sue mani, le proprie ginocchia. — Dico di sì, — disse. — Non abbiamo ancora imparato. — E non impareremo mai, — scrollò le spalle. — Non è un esame. É come lavarsi i denti. Lui ridacchiò. — Che romanticismo. — Ma rende bene l’idea, — rispose lei. Lei girò il disco sul “10” e rimise il timer fra loro. — Stavolta andiamo tranquilli, — propose lei. — Se deviamo, torniamo. — Niente fanatismi, — replicò lui. Lei inspirò. — Sento che sto meglio. Non in tutto, ma… come se non fossi più invisibile. Tu hai iniziato a parlare, a chiedere da solo. Lo noto. Lui si imbarazzò un po’. — Per me è importante che non abbandoniamo questo metodo quando andrà “meglio”. Che non torniamo alle vecchie abitudini: tacere finché si esplode. Lui annuì. — Vorrei, — disse lei, — che fra un anno potessimo dire: “Siamo stati più sinceri”. Non perfetti, non senza litigi — solo più sinceri. Il timer ticchettava. Lui ascoltava, senza più voglia di scherzare. — Finito, — disse lei al suono. — Ora tu. Lui prese il timer, lo impostò. — Sento che ho più paura di prima. Prima potevo nascondermi nel silenzio, ora invece… tocca parlare. Ho paura di dire la cosa sbagliata, ferire, urtare. Lei ascoltava attenta. — Per me è importante che tu ricordi: non sono un avversario. Se parlo delle mie paure, non è contro di te. È solo… su di me. Fece una pausa. — Vorrei che mantenessimo questa regola. Una volta alla settimana — sincerità, senza accuse. Anche se qualche volta cadiamo. Che diventi il nostro patto. Il timer suonò; lui lo spense senza attendere altro. Restarono un po’ in silenzio. In cucina qualcosa scattò — il bollitore spento. Dietro il muro i vicini ridevano, la porta dell’androne sbatté. — Lo sai, — disse lei, — credevo ci volesse una grande rivelazione, come nei film. E invece… — Invece andiamo avanti ogni settimana, piano piano, — concluse lui. — Eh già, — annuì lei. — Piano piano. Lui la guardò negli occhi. Le rughe c’erano ancora, la stanchezza pure. Ma nello sguardo c’era altro, qualcosa che non seppe subito nominare. Forse attenzione. — Andiamo a bere il tè, — propose. — Andiamo, — assentì lei. Lei prese il timer e lo portò in cucina. Lo posò vicino alla zuccheriera, senza nasconderlo. Lui mise l’acqua a bollire, accese il gas. — Giovedì prossimo ho una visita dopo il lavoro, — disse lei appoggiando le mani al tavolo. — Potrei essere in ritardo. — Allora rimandiamo a venerdì, — rispose lui. — Non parliamo di cose importanti quando sei stanca. Lei lo guardò e sorrise. — D’accordo, — disse. Lui aprì la credenza, prese due tazze, le mise sul tavolo. L’acqua cominciava a borbottare. — Dove metto il sale? — chiese improvvisamente, ricordando il primo scambio. Lei si voltò, vide il barattolo nella sua mano. — Dove lo cerco io, — rispose meccanicamente, poi si fermò e aggiunse: — Secondo ripiano, a sinistra. Lui lo mise dove lei chiedeva. — Ricevuto, — disse. Lei gli si avvicinò, gli posò una mano sulla spalla. — Grazie che me l’hai chiesto, — sussurrò. Lui annuì. L’acqua bolliva più forte. Il timer taceva, aspettando il prossimo giovedì.