Ehi, cara, ti racconto un po di quello che sta succedendo a casa mia, così come me lo dice Alessia, la mia amica…
Marco, mi senti? Dico sul serio, devo aspettare i quarantanni per rimediare agli errori della tua giovinezza? E perché proprio io devo pagare il conto per il fatto che, da qualche parte nel tuo garage, ti divertivi più di con tuo figlio? chiese Alessia con una sincerità che ti fa venire il dubbio nella gola.
Aless, calmati! insistè Marco. Sì, sono stato un cretino. Non ti ho apprezzata, non ho capito cosa stavo perdendo. Ora è tutto finito, Stefano non mi vede neanche più come papà.
E perché dovrebbe? rise amareggiata Aless. Per ben 17 anni ha vissuto non con il padre, ma con il vicino di casa. Pensavi davvero che un bambino si potesse accendere e spegnere come la TV quando ti va di fare il papà?
Marco si fece più cupo, aggrottò le sopracciglia e quel fastidio familiare che Aless conosceva bene balenò nei suoi occhi. Quella stessa irritazione che spunta ogni volta che si parla dei suoi doveri paterni.
Basta, Aless! Sono cose del passato. Dammi unaltra possibilità implorò con la testardaggine di chi non vuole arrendersi.
Così ti diverti e lasci tutto sulle mie spalle, con un altro bambino che cresce senza padre? incrociò le braccia Alessi. Grazie, ma ho già avuto abbastanza. No, Marco, non se ne parlerà più.
Il suo volto si contorse in una smorfia di rabbia e di offesa. Non trovò una risposta, così sbuffò e se ne tornò al cellulare.
Il conflitto sembrava finito. Per ora. Ma il problema non era sparito. La discussione aveva lasciato un peso sul cuore di Aless. E non era solo la pazienza del marito; era il dolore per suo figlio, Stefano.
Aless aveva ventitré anni quando Stefano venne al mondo. Ricorda ancora il giorno in cui, esausta ma felice, si trovava fuori dall’ospedale con il neonato avvolto in una copertina bianca. Marco stava lì sopra di loro come un avvoltoio, senza muoversi di un passo. Sorridendo, aggiustava la copertina, baciava Aless sulla fronte e, a tratti, sollevava il bambino con reverenza.
È un minite! esclamava, felice, gli occhi che brillavano. Ho finalmente capito cosa è essere papà. Farò tutto con lui: passeggiate, pannolini, calcio… sarò il miglior papà del mondo, vedrai!
Aless lo guardava con lo stesso entusiasmo, credendo a ogni sua parola. Pensava davvero che avrebbero avuto una famiglia perfetta, piena damore, di cure e di gioie condivise.
Ma la realtà, come accade spesso, si rivelò più cruda.
Una notte profonda. Aless, con gli occhi gonfi di occhiaie, camminava avanti e indietro nella stanza, cullando il piccolo Stefano che piangeva per i colli. Era la terza volta in una notte. Marco, invece, si rigirava scontento nel letto, tirando la coperta sopra la testa.
Smettila, per favore! sussurrò. Domani devo andare al lavoro, devo alzarmi presto!
In quei momenti Aless doveva rifugiarsi in unaltra stanza, le lacrime di impotenza a rigarle le guance. Il bambino continuava a piangere più forte, perché voleva stare in camera, ma la donna non aveva scelta. Chiudeva la porta e dondolava Stefano per ore, solo per dare al marito la possibilità di dormire.
Nel weekend, esausta dopo una settimana senza sonno, Aless chiese timidamente:
Marco, potresti portarlo fuori per due ore? Sono a pezzi, ho bisogno di dormire
Dopo, Aless, adesso non posso, ho dei piani. I ragazzi mi hanno promesso la macchina, dobbiamo aggiustarla.
Ma non ce la faccio più
Sei forte, tesoro. Ce la farai. Io tornerò e ti aiuterò.
La porta sbatteva, lasciando Aless sola con la sua forza e il compito estenuante di essere madre. Il tanto promesso dopo non arrivò mai.
Il tempo passò, Stefano crebbe. Aless cercava di creare almeno un legame tra papà e figlio. Un giorno gli porse la mano a Marco, seduto sul divano a guardare la partita, e gli porse il piccolo Stefano, che tirava le mani.
Prendilo, stai con lui un po, le chiese, non più per riposare, ma per cercare di legare la famiglia.
Marco prese il bambino a malincuore, come se gli avessero dato un pacco sospetto. Lo tenne con le braccia tese, senza avvicinarlo, e continuò a fissare la TV. Dopo un minuto e mezzo lo pose di nuovo sul pavimento, tornando alla partita.
Stefano ormai aveva cinque anni. Giocava sul tappeto a costruire castelli di mattoncini. Marco passava accanto, senza nemmeno guardarlo. Anche il bambino non alzava più lo sguardo verso di lui; era abituato allassenza del padre.
Marco non era un marito completamente incapace. Portava soldi a casa, aiutava Aless in cucina e nelle pulizie. Ma aveva saltato tutta linfanzia di Stefano. È strano che ora, da adulto, Stefano non lo consideri più un padre?
Stefano, comè a scuola? chiese Marco una volta.
Eh tutto ok, rispose il ragazzo, imbarazzato.
I voti? Se ti serve una mano, fammi sapere. Non voglio che diventi un bidone, sai?
No, papà, grazie. Va bene così, disse Stefano, correndo verso la sua camera.
Marco provò a organizzare una battuta di pesca per il weekend, ma Stefano non rispose più. Aless sapeva che quel giorno cera una festa in classe, che il ragazzo aveva invitato una ragazza di cui era fiero, ma che era stata rifiutata. E che la pesca non gli interessava più di nulla.
Era evidente che il treno era già partito. Stefano non era più quel bambino che bramava lattenzione del padre. Linfanzia che Marco voleva recuperare era finita per sempre. Quando ne fu consapevole, cominciò a parlare di un nuovo inizio, di un secondo bambino. Aless, che ricordava ogni notte insonne, si opponeva fermamente.
Le discussioni di casa cominciarono a girare anche tra i parenti.
Figlia mia, ti dico, fai un altro bambino. Marco è cambiato, è più maturo! Non negargli unaltra chance, è una gioia nuovo! consigliò la suocera, Maria.
Anche la madre di Marco intervenne.
Aless, se non lo fai, lo perderai. Lui ha il sogno di essere papà. Se non lo fai, qualcun altro lo farà. Pensa al futuro, il primo figlio quasi volgerà il becco, il secondo stringerà il legame e vi farà compagnia nella vecchiaia.
Aless si sentì doppiamente ferita ad ascoltare queste parole. Era come se il suo corpo fosse diventato merce di un mercato pazzo. Tutti la vedevano solo come madre e moglie, non come donna stanca che aveva già attraversato quel sentiero e ne conosceva la fine.
Allora, in preda alla disperazione, le venne in mente un piano, un po assurdo ma efficace. Nella soffitta trovò una vecchia scatola di roba per Stefano e scoprì un Tamagotchi polveroso ma ancora funzionante. Un piccolo animale elettronico che doveva essere nutriti, divertiti, curati e puliti.
Quando Marco tornò dal lavoro, Aless gli porse un uovo di plastica con un minuscolo schermo grigio.
Cosè? domandò lui, curioso.
È il tuo periodo di prova. Prova a prenderti cura di questo, almeno un decimo di quello che ti serve per essere papà. Devi nutrirlo a orari fissi, premiarlo, e se sbagli, emetterà un suono fastidioso. Se dopo un anno il Tamagotchi è ancora in vita, credrò che sei pronto per un vero bambino.
Marco lo guardò perplesso, poi scoppiò a ridere, pensando fosse uno scherzo. Ma vedendo il volto serio di Aless, il sorriso svanì.
Stai scherzando? Metti a confronto un bambino vero con quel giocattolo?
Inizia con questo. Se non riesci a gestire questa cosa, come puoi pensare a un figlio?
Marco, convinto fosse una sciocchezza, lo infilò in tasca. Per tre giorni si svegliava di notte a nutrire il cucciolo digitale. Il quinto giorno cominciò a impazzire, ma non abbandonò la missione. Dopo una settimana si lamentò di non riuscire più a concentrarsi sul lavoro per via della mancanza di sonno.
Lottavo giorno, tornato a casa, lanciò il Tamagotchi sul tavolo. Sullo schermo apparve una croce rossa: Fallito.
Ho dimenticato di dargli da mangiare. Al lavoro cera unemergenza sbuffò Marco, evitando lo sguardo di Aless.
Da allora le liti non cessarono, ma si attenuarono. Latmosfera di incomprensione e risentimento rimaneva, ma Marco non insisteva più con la stessa furia.
Tre anni dopo, la vita si sistemò. Stefano, ormai studente, portò a casa la sua ragazza, e poco dopo annunciarono che aspettavano un figlio.
Marco rinacque di nuovo. Lentusiasmo non aveva limiti. Parlava del secondo turno, stavolta come nonno. Comprò una carrozzina con i soldi messi da parte, vestitini troppo grandi e costruzioni con piccoli ingranaggi. Giurava di essere il nonno migliore del mondo, pronto a camminare, a fare passeggiate, a raccontare storie.
Aless osservava tutto con sano scetticismo.
Quando nacque il nipotino, la solita storia si ripeté. Le prime settimane Marco fu davvero presente: cullava il bambino, scattava foto, rideva. Ma presto lentusiasmo svanì. Insistendo, i giovani andarono a vivere in un appartamento in affitto, e laiuto di Marco si limitò a qualche visita pianificata nei weekend, quando il piccolo era già sveglio, vestito e di buon umore. Bastava che il bimbo piangesse un attimo che Marco trovava una scusa: una chiamata di lavoro, un incontro urgente, la madre e la sua casa di campagna.
Aless doveva intervenire, guardare tutta quella scenografia, il figlio e la sua ragazza esausta, e capì che aveva fatto la scelta giusta. Stefano era diventato un uomo sensibile e responsabile, non lasciava la moglie sola. Marco Marco era rimasto quello che è sempre stato: un tipo che ama solo lidea di essere padre, non la realtà stessa.






