Per anni, sono stata un’ombra silenziosa tra gli scaffali della grande biblioteca comunale.

Per anni, sono stata unombra silenziosa tra gli scaffali della grande biblioteca comunale.

Per anni, mi aggiro silenziosa fra gli scaffali della storica Biblioteca comunale di Firenze. Nessuno sembra vedermi veramente, e forse va bene così o almeno, così credevo. Mi chiamo Alessia, ho iniziato a lavorare qui come addetta alle pulizie quando avevo trentadue anni. Mio marito era venuto a mancare improvvisamente, lasciandomi sola con nostra figlia di otto anni, Fiorella. Il dolore ancora mi stringe la gola, ma non cera tempo per piangere: bisognava mangiare, e laffitto non si paga da sé.

Quella è mia mamma
Un segreto sepolto da dieci anni che ha sconvolto la vita di un uomo facoltoso
Giacomo Ricci aveva tutto: ricchezza, rispetto, una villa spettacolare sulle colline di Firenze. Fondatore di una delle più importanti aziende di sicurezza informatica in Italia, aveva passato ventanni a costruire un impero che lo aveva reso un nome temuto e rispettato da tutti.
Eppure, ogni sera, varcando la soglia della sua immensa villa, era leco di unassenza a riempirne ogni stanza. Nemmeno i migliori Chianti o i quadri preziosi alle pareti sapevano colmare il vuoto lasciato dalla moglie, Martina.
Sei mesi dopo il matrimonio, Martina era scomparsa nel nulla.
Nessun biglietto. Nessun testimone.
Solo un abito appoggiato sullo schienale di una sedia e anche una collana di perle mancava allappello.
Gli investigatori parlarono di fuga, di possibile delitto. Il caso finì per essere archiviato.
Giacomo non si risposò mai più.
Ogni mattina attraversava in macchina la stessa strada verso lufficio, passando sempre dal vecchio quartiere in cui una storica pasticceria tappezzava la vetrina di foto di nozze fiorentine. Una di quellela suastava incorniciata ormai da dieci anni su in alto a destra. La sorella del pasticcere, fotografa dilettante, laveva scattata il giorno più felice della sua vita. Un giorno che ora sembrava appartenere a unaltra realtà.
Poi, un giovedì di pioggia leggera, tutto cambia.
Il traffico si blocca proprio davanti alla pasticceria. Giacomo getta lo sguardo fuori dal finestrinosenza pensarequando lo vede:
Un ragazzino scalzo, non più di dieci anni, zuppo dalla testa ai piedi, i capelli arruffati, la camicia troppo grande per lui.
Il bambino fissa la foto di Giacomo e Martina. E poi, con voce lieve ma decisa, sussurra al commesso che spazza lentrata:
Quella è mia mamma.
Il cuore di Giacomo sembra fermarsi.
Abbassa il finestrino, osserva meglio il ragazzino.
Zigomi pronunciati. Sguardo dolce. Occhi nocciola con riflessi verdi proprio come Martina.
Ehi, piccolo!chiama, la voce tremante. Che hai detto?
Il bambino si volta, lo guarda senza paura.
Quella è mia mammaripete, indicando la foto. Mi cantava ogni sera per dormire. Poi, un giorno se nè andata. Non è più tornata.
Giacomo scende dalla macchina senza riflettere, ignorando la pioggia e il suo autista che lo richiama a gran voce.
Come ti chiami, tesoro?
Leonardorisponde il bambino, tremando.
Dove abiti?
Leonardo abbassa gli occhi.
Da nessuna parte. Ogni tanto sotto il Ponte Vecchio. Altre volte vicino ai binari della stazione.
A Giacomo manca quasi il fiato.
Ricordi altro di tua mamma?
Amava le rosedice piano. E aveva una collana con una pietra bianca. Come una perla
Giacomo quasi barcolla. Martina non si toglieva mai quella collana, regalo della sua mamma, un pezzo unico.
Leonardo hai mai conosciuto tuo papà?
Il bambino scuote la testa piano.
No. Ceravamo solo io e lei. Finché non cè più stata.
Il pasticcere, sentendo le voci, esce. Giacomo lo interroga urgente:
Questo bambino viene spesso?
Sìrisponde, stringendosi nelle spalle. Sempre a guardare quella foto, in silenzio. Non chiede nulla. Solo guarda.
Giacomo annulla il suo appuntamento con una sola telefonata. Porta Leonardo in una trattoria lì vicino e gli ordina la colazione più ricca del menù. Mentre il piccolo divora il pane e la cioccolata con le mani, Giacomo lo osserva scrutando ogni gesto, ogni parola.
Un orsacchiotto di peluche che si chiama Peppe.
Un appartamento con le pareti verdi.
Ninne nanne in una voce che lui non ascolta da dieci anni.
Giacomo fa fatica anche solo a respirare. Quel bambino è reale. Quel ricordo è reale.
Solo il test del DNA potrà confermarlo. Ma nel suo intimo, Giacomo è già certo della verità.
Leonardo è suo figlio.
Ma quella notte stessa, osservando la pioggia dalle vetrate della villa ormai vuota, una domanda lo tiene sveglio:
Se questo bambino è davvero mio
Dove ha vissuto Martina per dieci anni?
Perché non è mai tornata?
E chio cosalha costretta a sparire portando via nostro figlio?
Continua
Nel prossimo capitolo:
Una lettera trovata nella tasca dellorsetto Peppe rivela un indirizzo in Sicilia e un nome che Giacomo non avrebbe mai pensato di risentire.

Il direttore della biblioteca, il signor Bellini, era un uomo dal volto severo e dalla voce misurata. Mi guardò da capo a piedi e con tono distante disse:
Potete cominciare già domani ma niente bambini che fanno rumore. Meglio che nessuno li veda.
Non avevo scelta. Ho accettato senza discutere.

Cera un angolo dimenticato della biblioteca, accanto ai vecchi archivi, dove una stanzetta con un letto polveroso e una lampadina fulminata ci offriva rifugio. Lì dormivamo io e Fiorella.
Ogni notte, mentre il mondo riposava, io spolveravo scaffali infiniti, lucidavo lunghi tavoli e svuotavo cestini colmi di cartacce e carte colorate. Nessuno incrociava mai il mio sguardo; ero solo la signora delle pulizie.

Ma Fiorella lei sì che mi guardava. Aveva la curiosità di chi scorge mondi nuovi. Ogni giorno mi sussurrava:
Mamma, un giorno scriverò storie che tutti vorranno leggere.
Io sorridevo, anche se mi faceva male sapere che il suo universo finiva in quei corridoi spenti. Le insegnavo a leggere con vecchi libri per bambini recuperati tra i volumi messi da parte. Si sedeva sul pavimento, abbracciata a una copia vissuta, lasciandosi trasportare lontano dalla flebile luce che le cadeva sulle spalle.

Quando compì dodici anni, ho trovato il coraggio di chiedere al signor Bellini qualcosa che per me era immenso:
La prego, direttore, lasci che mia figlia usi la sala di lettura principale. Ama i libri. Farò più ore, userò ogni mio risparmio.
La sua risposta fu una risatina gelida.
La sala di lettura principale è per gli utenti, non per i figli del personale.

E così continuammo. Lei, silenziosa a leggere tra gli archivi, senza mai lamentarsi.

A sedici anni Fiorella già scriveva racconti e poesie che vincevano i concorsi locali. Un docente universitario notò il suo talento e mi disse:
Questa ragazza ha un dono. Può essere la voce di tanti.
Ci aiutò a ottenere delle borse di studio e così Fiorella fu ammessa a un programma di scrittura creativa a Bologna.

Quando diedi la notizia al signor Bellini, vidi il suo volto cambiare.
Aspetta la ragazza che vedevo sempre tra gli archivi è tua figlia?
Annuii.
Sì. Quella che è cresciuta mentre io pulivo la tua biblioteca.

Fiorella è partita, e io sono rimasta ancora invisibile. Fino a quando, un giorno, la sorte ha cambiato il nostro destino.

La biblioteca era vicina alla chiusura. Il Comune tagliava i fondi, sempre meno persone varcavano il portone e i giornali parlavano di chiusura definitiva. Sembra che non interessi più a nessuno, dicevano.

Poi è arrivato un messaggio:
Mi chiamo Dott.ssa Fiorella Romano. Sono autrice e docente. Voglio dare una mano. E so bene cosè la biblioteca comunale.

Quando è apparsa, alta e sicura di sé, nessuno lha riconosciuta. Ha raggiunto il direttore Bellini e gli ha detto:
Una volta mi avete detto che la sala principale non era per i figli del personale. Oggi, il futuro della biblioteca è nelle mani di una di loro.

Lui si è sciolto in lacrime.
Mi dispiace non lo sapevo.
Io sìha sorriso dolcemente. E ti perdono, perché mia mamma mi ha insegnato che le parole possono cambiare il mondo, anche quando nessuno le ascolta.

In pochi mesi, Fiorella ha rivoluzionato la biblioteca: ha portato nuovi libri, organizzato laboratori di scrittura per i ragazzi, creato iniziative culturali e non ha accettato un euro in cambio. Ha lasciato solo un biglietto sulla mia scrivania:
Questa biblioteca mi ha vista come unombra. Ora cammino a testa alta, non per orgoglio, ma per tutte le mamme che puliscono affinché i figli possano scrivere la propria storia.

Col tempo, mi ha regalato una casa soleggiata con una piccola biblioteca personale. Mi ha portato a viaggiare, vedere il mare, sentire il vento in posti che da bambina avevo solo sognato leggendo.

Oggi sono seduta nella nuova sala principale, guardando bambini che leggono a voce alta sotto le finestre restaurate che lei ha voluto rifare. E ogni volta che sento il nome Dott.ssa Fiorella Romano al telegiornale, o lo vedo su una copertina, sorrido. Perché un tempo ero solo la donna delle pulizie.

Ora sono la madre della donna che ha restituito le storie alla nostra città.

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