Il marito tornò a casa tardi la sera e senza dire una parola posò qualcosa sul tavolo: fu in quel momento che realizzai quanto fossimo realmente distanti.

Marco torna a casa tardi la sera e, senza una parola, posa una busta sul tavolo. È il momento in cui realizzo davvero quanto ci siamo allontanati.

Lorologio segna le 22:37, sento la sua chiave girare nella serratura. In cucina brilla solo una piccola lampada sopra il lavandino e io sono seduta al tavolo con una tazza di tè freddo che non ho nemmeno toccato.

Aspetto. Anche se non voglio ammetterlo, continuo ad aspettarlo, come una volta, quando rientrava dalle notti di turno col profumo di fumo e pioggia e diceva: Sto arrivando, amore.

Stavolta non dice nulla. Entra, si toglie le scarpe, lancia la giacca sul tavolo con noncuranza. Non mi guarda. Si avvicina al tavolo e posa davanti a me una grossa busta imbottita. Poi, senza parlare, esce dalla cucina, come se quel gesto bastasse a spiegare tutto. Ma non è così.

La busta resta tra noi come una bomba a mano. Allinizio non ho il coraggio di toccarla. Rimango lì a fissarla, come se potesse esplodere da un momento allaltro.

Forse, in un certo senso, è pronta a farlo. Sento che qualcosa sta cambiando. Da mesi evita le conversazioni, torna sempre più tardi, silenzioso, distante. È presente, ma non più davvero.

Alla fine la prendo e la apro. Dentro ci sono dei documenti, ordinati, fermati da una graffetta. Alla prima pagina cè una domanda di divorzio. Nessuna lettera, nessuna spiegazione. Solo caratteri neri, frasi burocratiche, date, articoli. Leggo in silenzio. Non so nemmeno quando le lacrime hanno iniziato a scorrere.

Diciassette anni di matrimonio. Vacanze insieme, feste, risate intorno al barbecue. E, ovviamente, litigi, stanchezza, routine. Ma sembrava che tornassimo sempre luno allaltro. Almeno io tornavo. Marco, come è emerso ora, se nè già andato da tempo. Solo il suo corpo abita ancora lo stesso indirizzo.

Sento la porta del bagno chiudersi. Rimango nella stessa posizione, con i documenti in mano, con una sola domanda nella testa: Perché non lha detto?. Perché non è riuscito a guardarmi negli occhi e a spiegare?

Entro nella camera da letto solo dopo mezzanotte. Lui è già a letto, girato con le spalle verso di me.
È davvero così che doveva finire? chiedo a bassa voce.

Non risponde. Il silenzio tra noi è più spesso della coperta che divide i nostri corpi.

Ho provato a trattenerlo dico dopo un attimo. Ero pronta a fare terapia, a ricostruire, a parlare. Ma tu hai scelto il silenzio e la fuga.

Si gira lentamente. Nella penombra vedo il suo volto, stanco, forse un po triste. Non cè rancore né amore, solo indifferenza.

Non sapevo fare altro dice. Pensavo che fosse più semplice. Che se ti davo la carta, tutto sarebbe diventato chiaro.

Chiaro? ribatto. Sai cosa è chiaro per me? Che non ho più un marito. Ma ho un letto vuoto, serate vuote e domande a cui non otterrò mai risposta.

Si volta di nuovo verso il muro. E allora capisco che è davvero la fine. Non ci sono urla, nessun segreto tradito, nessuna scena drammatica, né valigie nel corridoio. Solo silenzio. E quel gesto silenzioso la busta sul tavolo che mi ha trafitto più di qualsiasi parola.

Il giorno dopo metto via le sue cose. Non perché voglia liberarmene, ma perché non voglio più vivere in sospeso. Merito qualcosa di più di essere colei a cui non ha parlato. Merito la verità, per quanto dolorosa.

Marco se ne va qualche giorno più tardi. Nessun addio, solo una chiave lanciata nella cassetta postale e un breve messaggio: Scusa se non ho saputo fare diversamente.

Ancora oggi ricordo la sensazione quando le porte si chiusero dietro di lui. Era un pomeriggio tardo, il sole si stava abbassando, dipingendo il muro di arancione. Ha preso la sua borsa, qualche capo, il caricabatterie, lo spazzolino. È uscito come se dovesse partire per una missione. Nessun dramma, neanche uno sguardo indietro.

Io mi siedo sul pavimento dellingresso e inizio a piangere. Non a gran voce, non a pezzi di piatti. Semplicemente piangere silenziosa, profonda, lunga. Non è più il dolore di una donna tradita; è il dolore di una persona che per anni ha vissuto accanto a qualcuno credendo di essere davvero insieme. È il lutto di unillusione.

Quella sera apro una bottiglia di vino rosso, intatta da anni. Accendo la musica che ascoltavamo insieme. E invece di annegare nellamarezza, comincio a scrivere. Prima qualche riga su un taccuino, poi altre. Scrivo del dolore, della solitudine in una coppia, di come si possa essere invisibili nella propria cucina.

Non mi tormento più con i perché. Non servono più. Invece mi guardo allo specchio davvero mi guardo. Vedo una donna stanca, occhiaie, una ruga sulla fronte che prima non notavo. Ma vedo anche una donna forte, quella che ha superato una rottura silenziosa e ancora sa rialzarsi.

Alcune settimane dopo smonto parte dei mobili e ridistribuisco il salotto. Tolgo le foto comuni dalle pareti e le metto in una scatola. Ricomincio a pedalare in bicicletta. Mi iscrivo a un corso di ceramica. Piano, molto piano, ricostruisco la mia vita.

Il momento più strano è stato svegliarmi un giorno e non sentire più il peso sul petto. Per la prima volta da mesi mi preparo un caffè e lo finisco guardando fuori dalla finestra, non con un senso di vuoto ma con curiosità su ciò che verrà.

Qualcosa è cambiato dentro di me. Quella notte della busta sul tavolo non ha solo concluso il matrimonio; mi ha risvegliata. Mi ha mostrato che a volte bisogna lasciare andare qualcuno per poter tornare a sé stessi.

E sebbene porti ancora la cicatrice di quella storia, ora so: è meglio essere sole che invisibile. È meglio ricominciare da capo che restare in qualcosa che è morto da tempo, ma a cui nessuno ha avuto il coraggio di seppellire.

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Il marito tornò a casa tardi la sera e senza dire una parola posò qualcosa sul tavolo: fu in quel momento che realizzai quanto fossimo realmente distanti.