Sergio si immobilizzò: da dietro un cipresso, lo fissava malinconicamente un cane che avrebbe riconosciuto ovunque.
La polvere sulla stradina di campagna si alzava lenta, come se non avesse nessuna fretta di andare oltre. Sergio spense il motore accanto alla vecchia cancellata storta, ma non si affrettò a scendere restò a sedere, percependo ancora la vibrazione del motore sotto di sé.
Da quindici anni evitava quel luogo. Eppure era tornato. Perché? Nemmeno lui sapeva rispondere davvero. Forse per chiudere una conversazione mai iniziata, forse per chiedere un perdono a cui ormai non osava sperare.
Eccoci qui, vecchio scemo, mormorò sottovoce, alla fine sei arrivato.
Girò la chiave, il motore si spense. Cadde su di lui un silenzio fitto, di quelli che trovi solo in campagna, pieno di odore derba secca e di ricordi lontani. Da distante abbaiava un cane. Una porta cigolava da qualche parte. Sergio restò seduto, come se avesse paura di uscire e dover affrontare il passato.
La memoria gli restituì unimmagine: lei, in piedi accanto a quella cancellata, che gli faceva ciao con la mano. E lui si voltava una sola volta. Solo per vederla smettere di salutare e fissarlo, con la testa leggermente inclinata.
Tornerò, le aveva gridato allora.
Non era tornato.
Scese dallauto, si ravviò il colletto, ma le gambe vacillarono. Strano, pensò, ho vissuto sessantanni e ancora mi spaventa guardare il mio passato in faccia.
La cancellata non cigolava più qualcuno aveva oliato i cardini. Mirella si lamentava sempre: Le porte che cigolano mi fanno venire i nervi. Comprala sta vaschetta dolio, Sergio. Non laveva mai comprata.
Il cortile era quasi lo stesso. Solo il melo era più vecchio e curvo, e la casa sembrava ancora più silenziosa, come se avesse il doppio degli anni. Alle finestre tende nuove, non quelle di Mirella. Altre. Estranee.
Si incamminò lungo il sentiero familiare verso il cimitero. Era lì che si era proposto di dire finalmente tutto ciò che non era riuscito a pronunciare a voce quindici anni prima.
Si fermò di colpo.
Da dietro un cipresso lo guardava un cane. Fulvo, con il petto bianco e quegli occhi attenti che una volta aveva chiamato dorati. Non solo somigliante: proprio lui.
Birba? sussurrò.
Il cane non gli saltò incontro, non abbaiò. Si limitava a fissarlo, tranquillo, in attesa. Con uno sguardo che sembrava dire: Dove sei stato tutto questo tempo? Ti abbiamo aspettato.
A Sergio mancò laria.
Birba non si mosse, rimase immobile nellombra, ma i suoi occhi Quelli, sì, erano proprio i suoi. Mirella rideva sempre: Birba ha lanima dello psicologo. Capisce gli uomini. Ti guarda dentro.
Dio mio mormorò lui. Come fai a essere ancora viva?
I cani non vivono così a lungo.
Eppure Birba si alzò lentamente, con la delicatezza di una vecchietta dolorante. Si avvicinò, annusò la sua mano, poi si scostò. Non cera rancore. Solo un messaggio muto: Ti ho riconosciuto. Ma sei arrivato troppo tardi.
Ti ricordi di me, disse Sergio, senza neanche domandarlo. Lo so che ti ricordi.
Birba guaì piano.
Perdona, Mirella, bisbigliò, accovacciandosi accanto alla tomba. Perdonami la codardia. Per averti lasciata. Per aver scelto il lavoro e trovato solo una stanza vuota e viaggi senza senso. Per aver avuto paura di restare vicino a te.
Parlò a lungo, seduto accanto alla lapide fredda: le raccontò della sua vita, del lavoro inutile, delle donne che non erano riuscite a scaldargli il cuore, di quante volte aveva pensato di chiamarla e ogni volta aveva rimandato. Gli era mancato il tempo, o il coraggio, o la speranza che, lì, ancora lo aspettassero.
Tornò indietro che non era più solo Birba trotterellava dietro di lui, come se lo avesse accolto di nuovo nel suo cerchio, magari senza gioia ma senza ostilità.
La porta di casa sbatté.
Chi siete? chiese una voce femminile, severa.
Sulla soglia stava una donna sui quarantanni. Capelli scuri raccolti, volto serio, ma negli occhi gli occhi di Mirella.
Io sono Sergio, balbettò. Una volta qui…
So bene chi siete, lo interruppe con fermezza. Anna. La figlia. Non vi ricordate?
Anna, la figlia che Mirella aveva avuto dal primo matrimonio. Lo fissava come se ogni parola le bruciasse dentro.
Discese dalla scala, e Birba si accostò subito a lei.
La mamma non cè più da sei mesi, disse Anna piatta. E voi dove stavate prima? Quando lei era malata? Quando sperava? Quando aveva fede?
Fu come un pugno. Non riusciva a trovare parole.
Io non lo sapevo.
Non lo sapevate? rise amaramente lei. La mamma non ha mai buttato via le vostre lettere. Le ha conservate tutte. Gli indirizzi li sapeva tutti. Trovarvi non era impossibile. Ma voi non lavete mai cercata.
Taceva. Che poteva dire? Negli anni aveva scritto, poi le lettere erano diventate rare, poi erano svanite in mezzo a viaggi di lavoro, a faccende di altri. Mirella evaporata come un bel sogno a cui non si ritorna.
Era malata? forzò lui.
No. Solo il cuore. Si è stancato di aspettare.
Lo disse senza tremore. Peggio ancora.
Birba ululò sommessamente. Sergio chiuse gli occhi.
Lultima cosa che mi ha detto la mamma, aggiunse Anna, Se Sergio un giorno torna, digli che non me la prendevo. Che ho capito.
Mirella aveva sempre capito. Ma lui non aveva mai davvero capito sé stesso.
E Birba? Cosa faceva al cimitero?
Anna sospirò:
Ci va ogni giorno. Si sdraia lì accanto. Aspetta.
Cenarono in silenzio. Anna gli raccontò che lavorava come infermiera, che era sposata ma viveva da sola la vita non ha voluto. Niente figli. Solo Birba la sua compagnia, il suo legame con la mamma.
Posso restare qualche giorno? domandò Sergio, titubante.
Anna lo guardò negli occhi.
E poi sparirete di nuovo?
Non lo so, disse con sincerità. Davvero non lo so.
Rimase. Non per un giorno solo, ma per una settimana. Poi per due. Anna smise di chiedere quando sarebbe partito. Forse aveva capito che nemmeno lui lo sapeva.
Riparava la cancellata, cambiava le assi, portava lacqua dal pozzo. Il corpo doleva, ma lanima taceva tranquilla, come se avesse smesso di opporsi.
Birba lo accettò sul serio solo dopo una settimana. Si avvicinò di sua iniziativa, si sdraiò accanto a lui poggiando il muso sulla sua scarpa. Anna, vedendo la scena, disse:
Vi ha perdonato.
Sergio guardava fuori: il cane, lalbero, la casa che ancora custodiva il tepore di Mirella.
E tu, mi perdonerai mai? chiese piano ad Anna.
Lei restò in silenzio a lungo, come se avesse dentro sé il peso di ogni parola.
Io non sono la mamma, disse infine. A me è più difficile. Ma ci proverò.
Birba continuava a svegliarsi prima di tutti. Appena il cielo rischiarava, usciva silenziosa come se avesse un compito importante. Sergio allinizio non ci fece caso: i cani seguono le loro abitudini. Ma si accorse presto che andava sempre verso il cimitero.
Ci va ogni giorno, spiegò Anna. Da quando la mamma non cè più. Si sdraia e resta lì fino a sera. Come a sorvegliare la memoria.
I cani hanno memoria più tenace degli uomini. Gli uomini rimuovono il dolore, trovano scuse e abitudini. I cani no. Loro custodiscono, amano e attendono.
Quella mattina le nuvole erano così basse da sfiorare i tetti. Verso mezzogiorno iniziò a cadere una pioggerellina, poi, la sera, il cielo si squarciò: vento, diluvio e tuoni. Lacqua sbatteva contro i vetri, gli alberi si piegavano come per cercare riparo.
Birba non è ancora tornata, disse Anna inquieta, guardando fuori. Torna sempre per cena. Ma ora sono quasi le nove.
Anche Sergio guardò fuori. Pioveva a dirotto, la strada era un fiume di fango, laria satura dacqua. Solo le lampi rivelavano i profili degli alberi.
Magari si è nascosta sotto qualcosa, provò a dire, ma nemmeno lui ci credeva.
È vecchia, Anna si stringeva al davanzale. Con questo tempo ho paura che le sia successo qualcosa.
Hai un ombrello?
Certo. Lo guardò sorpresa. Vuoi andare ora?
Ma Sergio stava già indossando la giacca.
Se è lì, non si muoverà. Aspetterà che la pioggia passi. Ma alla sua età rischia grosso a star fuori tutta notte
Non concluse la frase, ma Anna capì. Le parole non servivano. Gli porse la torcia e un ombrello leggero, celeste, con le margherite disegnate sopra. Buffo, ma il più resistente.
Il sentiero verso il cimitero era ormai un torrente di fango. La torcia illuminava appena la parete di pioggia. Lombrello si rovesciava sotto le raffiche di vento. Sergio andava avanti, inciampava, brontolava tra sé, ma non si fermava.
Maladetto corpo, pensava, sessantanni e le ossa che scricchiolano come una porta marcia. Stanotte mi viene la bronchite. Ma sto andando, perché devo.
La cancellata del cimitero sbatteva: il chiavistello era saltato. Sergio la spinse, illuminò con la torcia il terreno e la vide.
Birba giaceva vicino alla tomba, con il fianco appoggiato alla croce di legno. Fradicia, respirava a fatica, ma non se ne era andata. Non si alzò nemmeno quando lui le fu accanto.
Eh, piccola si inginocchiò nel fango. Così non va
Finalmente incrociò il suo sguardo. Calmo, stanco, come se le dicesse: Non posso lasciarla da sola. Io ricordo.
La mamma non cè, disse lui a fatica. Ma tu sei rimasta. E anchio. Ora ci siamo, insieme.
Tolse la giacca, la avvolse in Birba, la prese piano in braccio. Lei non si oppose in quel corpo non rimanevano forze. Neanche in lui, forse. Ma non contava.
Perdonaci, Mirella, sussurrò nella notte fredda. Perdonami che sono tornato tardi. E lei, perché non ha saputo smettere di amarti.
La pioggia finì solo allalba. Sergio restò tutta la notte vicino alla stufa, Birba rannicchiata nella sua giacca. Le accarezzava la testa, le parlava piano, come fa chi consola un bambino malato. Anna portò un po di latte. La cagnolina ne bevve un sorso.
È malata? chiese Anna.
No Sergio scosse il capo. È solo stanca.
Birba visse altre due settimane. In silenzio, tranquilla, senza mai allontanarsi da Sergio più di un passo. Come se proteggesse ogni secondo rimasto.
Lo vedeva: ogni giorno si muoveva più lenta, gli occhi si chiudevano più spesso. Ma in quello non cera paura. Solo rassegnazione. E uno strano senso di gratitudine. Come se sapesse di poter andare via serena.
Birba se ne andò allalba. Si accucciò vicino alla porta, posò il muso sulle zampe e si addormentò. Sergio la trovò con le prime luci.
La seppellirono accanto a Mirella. Anna acconsentì subito, disse che la mamma avrebbe sorriso vedendo quellincontro.
La sera, Anna gli consegnò un mazzo di chiavi.
Credo che la mamma avrebbe voluto che restaste qui. Che non andaste via.
Sergio fissò a lungo le chiavi ingrigite dal tempo. Quella che un tempo teneva in tasca prima di decidere di andarsene e lasciare tutto.
E tu? chiese timido. Vuoi che resti?
Anna espirò. In quel sospiro cerano tutti gli anni che non erano riusciti a volersi bene.
Sì annuì. Lo voglio. Una casa non deve restare vuota. E ho bisogno di un padre.
Padre. Una parola che aveva sempre temuto. Non perché non lo volesse, ma perché non credeva di saperlo essere. Ma forse, finché si vive, non è mai troppo tardi per imparare.
Va bene, disse. Resto.
Dopo un mese, aveva venduto il piccolo appartamento in città, e si era trasferito definitivamente. Sistemava lorto, aggiustava il tetto, pitturava la casa. Il silenzio intorno a lui non faceva più paura. Era come il respiro della terra.
Andava spesso al cimitero. Parlava con Mirella. E con Birba. Raccontava loro della giornata, del tempo, di quello che aveva piantato, delle persone del paese.
E, a volte, gli sembrava che ascoltassero davvero. E allora, si sentiva in pace come non succedeva da tanto.
Da tanto, tanto tempo.






