Mio figlio ha saltato il mio settantesimo compleanno dicendo di dover lavorare. La sera, sui social, l’ho visto festeggiare il compleanno della suocera in un ristorante

La telefonata arrivò esattamente a mezzogiorno, tagliando il silenzio come il campanile in una domenica afosa d’agosto. Antonella Rossi, con le mani nervose, sollevò la cornetta, lisciando istintivamente una piega immaginaria sulla tovaglia bianca di lino stesa in sala da pranzo.

Matteo? Tesoro?

Ciao mamma. Auguri.

La voce di Matteo era stanca, smorzata, disturbata, come se chiamasse da un vecchio seminterrato in periferia di Milano.

Mamma, ascolta non arrabbiarti. Oggi proprio non posso. Sul serio.

Antonella rimase muta, fissando la coppa colma dellinsalata di mare su cui aveva impiegato metà mattina.

Come non puoi? Matteo, sono settantanni. Il mio compleanno importante.

Lo so. Ma è successo un disastro. Scadenze impellenti, la consegna dei conti, tu lo sai come sono le aziende. I soci mi hanno scaricato tutto addosso.

Eppure avevi promesso

Mamma, è il lavoro. Non posso chiudere tutto e lasciare tutti nei guai. Fisicamente non posso venire.

Rimasero sospesi, solo fruscii elettrici nel cavo del telefono.

Passerò da te in settimana, così stiamo un po insieme. Te lo prometto. Un bacio.

Bip. Fine chiamata.

Antonella abbassò lentamente la cornetta.

Settanta anni.

Scadenze impellenti.

La sera passò come in una nebbia leggera. La vicina, Elena, bussò con una tavoletta di cioccolato fondente Novi. Si sedettero, brindando con un goccio di Vecchia Romagna per tirarsi su il morale.

Antonella cercava di sorridere, annuiva, raccontava del suo sceneggiato preferito, ma la festa si era rimpicciolita fino alla misura modesta della sua cucina, e si era spenta prima di cominciare.

A notte inoltrata, con addosso la vestaglia di flanella, prese il tablet. Sfiorò lo schermo, aprendo distrattamente Facebook.

Scorrevano foto di orti, gatti, ricette.

Allimprovviso una macchia brillante, quasi urlante.

Il profilo di Federica, la nuora.

Nuovo post. Pubblicato venti minuti prima.

Un ristorante. La Pergola o qualcosa di simile. Ricami doro, camerieri impettiti coi guanti, musica dal vivo e calici di cristallo.

Federica. Sua madre, Doriana, luminosa nei suoi fili di perle, tra le mani un enorme mazzo di rose rosse.

E Matteo.

Il suo Matteo. In camicia chiara, abbracciato alla suocera.

Sorride.

Il Matteo del disastro lavorativo e dei soci leoni.

Antonella ingrandì la foto. Messa a fuoco sui volti accesi, felici.

Didascalia: Festeggiamo il compleanno della nostra mamma! 65! Spostato al sabato, così è comodo per tutti!

Comodo.

Antonella ricordava bene il vero compleanno di Doriana. Era stato la scorsa settimana. Di martedì.

Lavevano spostato. Proprio sul suo giorno.

Sul suo settantesimo.

Scorse le foto.

Ecco Matteo che solleva il bicchiere per il brindisi.

Eccoli tutti insieme, con Federica, a ridere. Sulla tavola ostriche, montagne di antipasti.

Antonella rimaneva a guardare quel viso rilassato, soddisfatto del figlio.

Non era questione di ristorante, o di un bouquet di rose più grande di tutto quello ricevuto in vita sua.

Era la menzogna.

Una menzogna quotidiana, serena. Sfrontata.

Antonella spense il tablet.

La stanza, odorosa di antipasti non toccati, sembrava la camera di una casa mai abitata.

Il suo settantesimo, il suo compleanno tondo, era diventato solo un giorno scomodo.

Una data da spostare per far posto a unaltra festa.

Il lunedì mattina la accolse un aroma acido.

Il profumo sottile di una festa non avvenuta.

La gelatina di manzo che aveva preparato con cura ormai non era più fresca. Linsalata di mare, smontata, piangeva maionese. Larrosto coperto da una patina lucida e scivolosa.

Antonella prese il secchio più grande.

Con metodo, piatto dopo piatto, raschiò nel bidone il suo compleanno.

I suoi sforzi. Le sue attese.

Via i rotolini di melanzana che Matteo adorava. Via il suo Millefoglie fatto in casa.

Ogni forchettata, nel sacco nero, era un dolorino cieco sotto le costole.

Non era rabbia. Era annullamento.

Era stata cancellata. Educatamente, col pretesto di una urgenza.

Lavò i piatti. Portò fuori limmondizia pesante, saporita di tradimento.

Poi iniziò ad aspettare.

Aveva promesso: Passo in settimana.

Il telefono squillò solo il mercoledì.

Ciao mamma! Come va? Scusa il caos

Solita voce, normale, un po di fretta.

Sto bene, Matteo.

Senti, ti porto il regalo. Passo quindici minuti, poi Federica mi viene a prendere. Abbiamo i biglietti.

Biglietti per?

Teatro, quello nuovo. Federica li ha presi al volo. Sai come lei ci tiene.

Arrivò dopo unora.

La infilò tra le mani una pesante scatola lucida.

Ancora auguri, mamma.

Antonella osservò limmagine: un purificatore-umidificatore per laria. Con luci led e ionizzazione.

Grazie, posò la scatola sulluscio.

Lo ha scelto Federica. Davvero una gran cosa, fa bene alla salute.

Andò in cucina, si versò un bicchiere d’acqua dal rubinetto.

Mamma non cè più niente da mangiare?

Ho buttato tutto. Lunedì.

Matteo fece una smorfia.

Eh, potevi dirmelo. Lavrei preso io quel che avanzava

Antonella fissava la schiena del figlio.

Lei (Idealista, secondo le classificazioni moderne) cercava ancora una giustificazione. Federica lo ha obbligato. Non voleva. Non sapeva.

Ma era lì. E continuava a mentire.

Matteo.

Sì?

Ho visto le foto.

Si immobilizzò, bicchiere in mano. Si voltò lentamente.

Quali foto?

Del ristorante. Sabato. Sul profilo di Federica.

Per un attimo la faccia di Matteo tremò, poi si indurì con fastidio.

Ah ecco.

Mi hai detto che dovevi lavorare.

Mamma, ma che importa?

Importa che mi hai mentito.

Matteo poggiò il bicchiere con forza, un po dacqua si riversò.

Non ti ho mentito! Lavoravo! Fino a venerdì notte!

E sabato?

Sabato Federica ha organizzato il pranzo per sua madre! Sai comè, per lei tutto devessere perfetto! Che centro io?

Alzò la voce.

Devo spaccarmi in due? Neanche ci volevo andare! Ero esausto!

Antonella lo fissava.

Ecco suo figlio, quarantenne. Lui urlava perché era stato scoperto a mentire.

Potevi dirmi la verità, Matteo. Dire: Mamma, vado da Doriana.

E cosa sarebbe cambiato? urlò. Così poi mi torturi tutta settimana?

Per non farti ciarlare.

Ecco tutto.

Mamma, questa è la MIA famiglia. Dovevo stare lì. Vuoi che litighi con Federica per questo?

La fissava quasi con odio.

Si difendeva. Facendola sentire colpevole.

Il citofono trillò.

Ecco, Federica è qui. Scusami, devo scappare.

Afferrò la giacca.

Guarda le istruzioni del regalo. Ti fa bene.

Scappò, lasciandola sola in cucina.

Antonella osservò il cerchio dacqua lasciato dal suo bicchiere.

Il nodo le tirava in gola.

La sua prova di comunicazione, il tentativo civile, era fallito.

Non era solo una bugia. Era la scelta della menzogna come via più semplice, più comoda.

Il suo compleanno solo un ostacolo.

Passò una settimana in una spossatezza ovattata, come il tempo fermo nelle ore più pigre del pomeriggio.

Antonella alla fine aprì il regalo. Una cosa utile.

Lottò con le istruzioni, versò lacqua nel serbatoio, attaccò la spina.

Il motore partì, la luce blu si accese, un sussurro monotono sbocciò nellaria.

Non era odore. Era lassenza di odore.

Laria, sempre ricca dei profumi di casa libri vecchi, erbe secche, qualche goccia di Acqua di Parma sulla lampadina divenne sterile.

Unaria da sala operatoria.

Estranea.

Come se qualcuno fosse passato a lavare tutto con la candeggina, cancellando ogni traccia della sua esistenza.

Provò ad abituarsi. Federica lo ha scelto.

La macchina brillava, vibrava, ionizzava. E Antonella sentiva un peso nel respiro. Quella purezza la soffocava.

Aprì la finestra, ma laria sterile non se ne andava, si mescolava al gelo di Milano, rendendolo più freddo, più distante.

La domenica decise di spolverare la vecchia credenza.

Le mani si muovevano meccaniche finché non toccarono una cornice.

Una foto. Aveva cinquantanni. Matteo giovane, abbracciato a lei, sorridente, disordinato, pieno di speranze.

Sul retro, in una calligrafia storta: Alla mamma migliore e più amata del mondo! Il tuo Matteo.

Antonella si sedette sul divano.

Fissava quel ragazzo che le sorrideva dalla foto.

E ascoltava il brusio privo di emozioni del purificatore.

Ecco suo figlio. Quello vero. Che le lasciava bigliettini e una mimosa comprata con la paghetta da studente.

Ecco la cosa utile portata da un uomo estraneo e scostante, per zittirla.

Un regalo non per lei, ma per togliersela di torno.

I suoi ideali, così protetti e lucidi, il pensiero che è bravo, lo costringono, svanirono.

Restava solo la delusione.

Guardò tutto dallalto, tagliente nella sua lucidità.

Prese il telefono.

Compose.

Matteo, ciao.

Mamma? Tutto bene?

Sì. Passa da me, per favore.

Ho degli impegni, mamma. Federica

Vieni e porta via il regalo di Federica.

Pausa.

Cosa vuol dire?

Esattamente quel che ho detto. Non mi serve. Vieni.

Attaccò.

Arrivò dopo quaranta minuti. Rosso, furibondo.

Cosè sta storia? Che vuol dire che non vuoi il regalo?

Antonella era in piedi in mezzo alla stanza, tranquilla.

Non mi serve, Matteo. Portalo via.

Gli indicò il marchingegno ronzante in un angolo.

Ma sei matta? È una cosa costosa! Ti fa bene!

Il mio benessere, Matteo, è che mio figlio non menta il giorno dei miei settantanni.

Si ritrasse, come colpito.

Ancora questa storia! Ti ho spiegato!

No. Hai urlato e sei scappato.

Ma insomma! Che sarà mai? Abbiamo festeggiato dalla suocera! Che cè di male?

Di male cè la menzogna, Matteo.

Ho mentito per non farti stare male!

Hai mentito per comodità, rispose senza alzare la voce. Per non dover spiegare perché la madre di Federica conta più della tua.

Colpito in pieno.

Aprì la bocca, il cellulare squillò.

Sul display: Gattina.

Matteo la guardò, guardò il telefono e rispose.

Sì, Fede.

Sono da mia madre. No, sta di nuovo facendo storie per il regalo.

Non lo so cosa vuole! Arrivo, arrivo, sì!

Troncò la chiamata.

Guardò la madre.

Per la prima volta in tutto il discorso, passarono nei suoi occhi tracce di vergogna.

Era fermo fra due mondi la madre che lo vedeva chiaro, e la moglie che lo aspettava con i biglietti del teatro.

Mamma, io non è come pensi

Vai, Matteo, disse piano. Federica ti aspetta.

Si spostò verso la finestra, segno che la conversazione era finita.

Lui rimase solo un attimo, poi prese la giacca, scivolò fuori.

Rimasta sola, Antonella staccò la spina del purificatore.

Il ronzio cessò.

Laria tornò la sua.

Passarono due giorni.

La scatola utile restava sulluscio, a rimproverarla.

Matteo non chiamò. Non venne. Aspettava che si calmasse, che cedesse.

Antonella capì che non sarebbe tornato.

Prese il telefono, chiamò un corriere espresso.

Diede lindirizzo: un business center in zona Garibaldi, dove Matteo era capo divisione.

Pagò quaranta euro. Due ragazzi portarono via la grossa scatola brillante.

Chiuse la porta dietro di loro.

Un gesto silenzioso, ma definitivo.

Non restituiva la cosa. Restituiva la loro sterilità, la bugia, il tentativo di liquidarla.

La sera arrivò la chiamata.

Numero di Federica.

Signora Rossi?! la voce rabbiosa della nuora.

Sì, Federica.

Che significa? Ha restituito il regalo? Hanno portato tutto in ufficio di Matteo! Tutti hanno visto!

Non va bene per me.

Non va bene? Abbiamo speso quattrocento euro! Era da parte nostra!

Un regalo è tale solo se viene dal cuore. Non per lavarsi la coscienza dopo una bugia.

Un attimo di silenzio furibondo.

Ma come osa! quasi urlò Federica. Matteo si è spaccato la schiena per finire tutto, non dormiva per giorni! Lei lei è sempre stata egoista! Mai contenta!

Egoista.

Tanti saluti, Federica.

Antonella riattaccò.

Sapeva bene cosa stava succedendo ora in casa loro.

Il litigio di Federica contro suo figlio.

Ma per la prima volta non gliene importava. Aveva reciso quel filo malato.

Matteo arrivò tardi. Quasi mezzanotte.

Solo lui.

Un colpo, discreto, alla porta.

Lei aprì.

Sul limitare, non quel Matteo rosso e arrabbiato, ma il suo ragazzo, spento, svuotato.

Si sedette in cucina, senza una parola.

Antonella restava lì, senza accendere la luce soffitto.

Lei mi ha detto che se venivo ora qui, potevo anche non tornare.

Abbassava gli occhi.

Mamma, scusa.

Alzò gli occhi.

Non volevo mentire.

Ma hai mentito.

Federica diceva che comunque ti saresti arrabbiata. Se avessi detto la verità, ti saresti offesa e basta. Così era più semplice.

Antonella non parlava.

Ecco la ragnatela di manipolazioni. Più semplice.

Diceva che il tuo settantesimo non è una vera data. Non come quello di sua madre. Che da Doriana cerano ospiti, importanza, e tu avevi solo la vicina Elena.

E tu? chiese piano. Lo pensavi anche tu?

Matteo tacque a lungo.

Sono stanco, mamma. Stanchissimo.

Si coprì la faccia con le mani.

Volevo solo che che stessero tutti bene. E invece

Un singhiozzo, sordo, da uomo.

Mi dispiace non essere venuto. Dovevo farlo. È colpa mia.

Antonella guardò le sue spalle grosse, cadenti.

Non erano crollati i suoi ideali. Quello era il suo ragazzo. Solo più fragile. Perso.

Le posò una mano sulla spalla.

Non per perdonare subito. Ma per sorreggere.

Tocca a te decidere, Matteo. Come vivere.

Non lo so.

Ma con me: solo la verità.

Lui annuì, senza alzare la testa.

Posso restare un po?

Resta.

Tirò fuori la vecchia teiera, la tazza preferita.

Ti preparo una tisana.

Sei mesi dopo.

La casa di Antonella Rossi non sapeva più mettere lodore di farmacia del regalo utile.

Cerano i vecchi profumi libri, un po di valeriana, fieno secco.

Dopo quella notte, cambiò tutto.

No, Matteo non lasciò Federica. Antonella non se laspettava. Cera il mutuo, lintrico di abitudini.

Certe tele non si spezzano in un giorno.

Ma Matteo era cambiato.

Veniva.

Non più quindici minuti. Ore intere.

Ogni sabato pomeriggio. Portava ricotta fresca o la sua torta visciole preferita.

Seduti in cucina.

Parlava del lavoro, della voglia di cambiare auto, di un collega nuovo.

Mai più una lamentela su Federica.

Mai più una bugia.

Anche Antonella era cambiata.

Lutopia che il figlio fosse perfetto era svanita.

Non aspettava più le chiamate come un verdetto. Viveva.

Non vedeva solo Matteo lo studente, ma luomo adulto, stanco, in cerca di equilibrio.

Il loro rapporto, ripulito dalle bugie, era più difficile, ma vero.

Non aveva riavuto il figlio. Aveva riconquistato la dignità.

E in uno di quei sabati, mentre bevevano il tè con la torta di visciole, il telefono di Matteo squillò.

Antonella vide sullo schermo: Gattina.

Si irrigidì, ma continuò a mescolare lo zucchero.

Matteo sospirò. Rispose.

Sì, Fede.

Ascoltava. Il viso si copriva dombra.

No. Sono da mamma.

Federica, ti ho detto che il sabato sono da mamma. È stabilito.

Matteo chiuse gli occhi.

Non vuol dire che non mi importi. Sono qui. Torno a casa stasera, come promesso.

Riattaccò, poggiando il telefono capovolto.

Calò un silenzio soffice.

Scusa, mamma.

Niente, caro, sorrise Antonella. Serviti ancora di torta.

Matteo la fissò.

E nei suoi occhi brillava la gratitudine.

Non aveva chiesto nulla. Non si era lamentato.

Aveva scelto. Di stare lì, quella sera, nella piccola cucina di Antonella, a bere il tè.

Lei guardava la sua mano che tagliava un altro pezzo di torta.

E comprendeva che quella notte non era stata una fine.

Era stata un inizio.

Quel settantesimo, disertato dal figlio, fu la sua maturità.

Il figlio che tanto aveva amato era finalmente diventato un uomo.

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