Quando sono tornata a casa e ho trovato la porta aperta, ho subito pensato a un furto: “Magari speravano che qui nascondessi soldi o gioielli”, mi sono detta. Sono Larisa Dimitrovna, ho sessantadue anni, da cinque ormai vivo da sola. In estate sto nella casetta di campagna, in inverno torno nel mio appartamento a Milano. Amo la vita semplice, l’orto, il boschetto vicino per funghi e frutti. Ma questa volta, dopo una settimana di assenza, non c’erano segni di scasso: solo una strana piattella sul tavolo che non avevo lasciato io. Frugando tra le stanze, ho trovato un ragazzino addormentato sul mio divano. Si chiamava Ivan, gentile e sveglio, scappato da una madre che non lo voleva. Non potevo mandarlo via: così, con una mano d’aiuto dall’amica dei servizi sociali, ho potuto adottarlo. Ora dice a tutti che sono sua nonna, frequenta la prima elementare, e io sono felice che la vita mi abbia regalato un nipotino.

Quando sono rientrata a casa, ho trovato la porta socchiusa. Il primo pensiero è stato che qualcuno fosse entrato. “Forse speravano che tenessi qualche euro o gioielli nascosti”, mi sono detta.

Mi chiamo Lucia Bianchi e ho sessantadue anni. Da cinque anni vivo da sola. Mio marito non cè più, e i miei figli ormai adulti hanno le loro famiglie, vivono lontano. Finché non arrivano i primi freddi, abito nella mia casetta di campagna, poi per linverno torno in città, nel mio appartamento con due stanze. Appena però laria si fa tiepida, non vedo lora di tornare nella mia casa tra il verde.

Amo la vita di paese. Mi sento rinascere respirando laria pulita, dedicandomi al mio orto e curando gli alberi da frutto. Poco distante cè anche un piccolo bosco che destate offre funghi e more.

Successe che dovetti andare via per una settimana intera per sbrigare alcune faccende personali. Al mio ritorno ho trovato la porta aperta. La paura che qualcuno avesse forzato lingresso mi ha colta subito, pensando che cercassero denaro o oggetti di valore. Eppure, non c’erano segni di scasso e tutto era al proprio posto. Lunica stranezza era un piatto lasciato sul tavolo: io non lascio mai in giro stoviglie quando parto, tanto più sapendo che sarei mancata a lungo.

Realizzai che qualcuno aveva vissuto lì durante la mia assenza. Mi sono sentita invadere da unira che non credevo di provare. Entrando nella sala, ho trovato un bambino profondamente addormentato sul mio divano. A quel punto tutto fu chiaro.

Il bimbo si è svegliato guardandomi con occhi ancora assonnati. Non accennava a scappare, si è semplicemente seduto e mi ha detto:
Mi scusi, davvero. Non volevo disturbare così.

Ho subito notato che era un ragazzino educato, garbato. Mi ha intenerito.
Da quanto tempo sei qui dentro, nella mia casa? gli ho chiesto.
Da due giorni, ha risposto.
Hai fame? Che cosa hai mangiato?
Avevo delle focaccine Me ne sono rimaste alcune, ne vuole anche lei?

Mi ha allungato un sacchetto con dentro delle focaccine avanzate e ormai dure.
Come ti chiami?
Matteo.
Io sono Lucia Bianchi. Sei solo? Ti sei perso? Dove sono i tuoi genitori?

I suoi occhi si sono abbassati. La mia mamma spesso mi lasciava solo. Quando tornava era sempre nervosa e se la prendeva con me. Mi diceva che sono un problema per lei, che senza di me sarebbe stata felice. Due giorni fa ha ricominciato a urlare. Non ce lho fatta più e sono scappato.

E ora credi che ti stia cercando?
Ne dubito. Non è la prima volta che scappo di casa. A volte non tornavo per giorni, e lei nemmeno se ne accorgeva. Sta meglio senza di me. E quando rientravo, non mi sembrava le facesse piacere vedermi.

Ho capito che Matteo viveva con una madre troppo occupata a cercare nuovi compagni, che spesso restava da amici e lasciava il figlio a badare a sé stesso.

Mi faceva una pena infinita, ma sentivo di avere le mani legate. Sono solo una pensionata e nessun servizio sociale mi avrebbe permesso di diventare tutrice. E Matteo non ne voleva sapere di andare in istituto. Così lho sfamato e gli ho concesso di restare ancora una notte, almeno qui era al sicuro.

Quella notte non ho chiuso occhio, tormentata dal suo destino. Poi mi sono ricordata della mia amica Teresa Ferretti che lavora nei servizi sociali. Allalba le ho telefonato per chiedere consiglio.

Teresa si è mostrata subito disponibile, ma ci voleva un po di tempo. Dopo tre settimane finalmente sono riuscita ad adottare Matteo. Era al settimo cielo e non smetteva di ringraziarmi. Sua madre ha acconsentito senza difficoltà a rinunciare alla patria potestà, appena ha saputo che qualcuno voleva occuparsi di lui.

Ora viviamo insieme. Matteo racconta a tutti che sono la sua nonna, e io mi sento rinata: il destino mi ha regalato un nipote.

Matteo è intelligentissimo e vivace. Questautunno ha iniziato la prima elementare, e mi fa piacere sentire i complimenti che riceve dalla sua maestra. Ha imparato a leggere in fretta e se la cava benissimo con i numeri.

Mi sento finalmente meno sola, e ogni giorno ringrazio la vita per questo piccolo grande dono.

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Quando sono tornata a casa e ho trovato la porta aperta, ho subito pensato a un furto: “Magari speravano che qui nascondessi soldi o gioielli”, mi sono detta. Sono Larisa Dimitrovna, ho sessantadue anni, da cinque ormai vivo da sola. In estate sto nella casetta di campagna, in inverno torno nel mio appartamento a Milano. Amo la vita semplice, l’orto, il boschetto vicino per funghi e frutti. Ma questa volta, dopo una settimana di assenza, non c’erano segni di scasso: solo una strana piattella sul tavolo che non avevo lasciato io. Frugando tra le stanze, ho trovato un ragazzino addormentato sul mio divano. Si chiamava Ivan, gentile e sveglio, scappato da una madre che non lo voleva. Non potevo mandarlo via: così, con una mano d’aiuto dall’amica dei servizi sociali, ho potuto adottarlo. Ora dice a tutti che sono sua nonna, frequenta la prima elementare, e io sono felice che la vita mi abbia regalato un nipotino.