– Papà, ti ricordi di Nadia Alessandrovna Martynenko? Ormai è tardi, ma domani vieni da me: ti farò conoscere mio fratello minore e… anche tuo figlio. Basta, a domani! Il ragazzo dormiva proprio accanto alla porta di casa di Irina. Lei, insegnante da dieci anni, non poteva ignorare la scena: come poteva un bambino, a quell’ora, dormire sulle scale di un condominio sconosciuto? Irina abitava lì solo da sei mesi, dopo il divorzio, e conosceva pochi vicini; era evidente che quel ragazzino non fosse del palazzo. Il piccolo aveva dieci o undici anni, vestito con abiti sì vecchi ma puliti, e sembrava trovarsi a disagio, come se dovesse correre in bagno. Dopo averlo accolto, notò i suoi incredibili occhi azzurro chiaro – un colore che ricordava quelli di suo padre, unico nell’aspetto. Il nome del bambino era Fëdor, non aveva né genitori né un vero posto in cui stare, soltanto una zia che, insieme al marito spesso ubriaco e ai loro quattro figli (quasi cinque), gli aveva promesso l’orfanotrofio. Fëdor non voleva andarci. Raccontò di sua madre, Nadia Alessandrovna Martynenko, assistente del direttore di una fabbrica chimica – morta due anni prima – e di non aver mai conosciuto il padre. Irina cominciò a sospettare: quell’incredibile occhi azzurro, la connessione con la madre, il nome del ragazzino scelto da Nadia. Chiamò suo padre, direttore dello stesso stabilimento, chiedendogli di venire l’indomani – era certa di aver trovato suo fratello minore, il figlio segreto di suo padre. Tra emozioni, dubbi, riconoscimenti e la conferma con il DNA, la famiglia viene ricomposta: Fëdor trova una sorella e un padre, Irina finalmente ha il fratello che ha sempre sognato, e insieme accolgono anche un piccolo gatto nella loro nuova famiglia. Al cimitero, portando fiori sulla tomba di Nadia, Fëdor è certo: è stata la mamma, da lassù, ad aiutarli a incontrarsi e diventare una vera famiglia. PS: Fëdor Nikolaevič ha fatto erigere una tomba di marmo bianco per Nadia. Ora spesso vengono a portarle i fiori. Adattamento Italiano del titolo: Papà, ti ricordi di Nadia Alessandrovna Martynenko? Domani vieni da me: ti presenterò mio fratello minore… e tuo figlio. Tutto il resto te lo spiego domani. A presto! Un bambino addormentato davanti alla porta, una maestra dal cuore grande e un segreto di famiglia che cambierà per sempre le vite di Irina, del piccolo Fëdor e di suo padre, l’ex direttore di una storica fabbrica chimica italiana: tra sorprendenti rivelazioni, solidarietà, amore fraterno e il sogno di una nuova famiglia, in una Milano di oggi.

Papà, ti ricordi di Nadia Alessandra Martinelli? Oggi è tardi ormai, ma domani vieni da me. Ti faccio conoscere mio fratello minore e tuo figlio. Basta, ci sentiamo domani. Ciao!

Il ragazzino dormiva proprio vicino alla sua porta. Irene rimase stupita: che ci fa un bambino a dormire nellandrone, così presto la mattina? Da dieci anni insegnava, non poteva semplicemente tirare dritto. Si avvicinò, si chinò su di lui e lo scosse piano per la spalla magra:

Ehi, giovanotto, svegliati!

Eh? Si alzò impacciato.

Chi sei? Perché dormi qui davanti casa mia?

Non sto dormendo. È che il vostro zerbino è morbido. Mi sono seduto e sono crollato senza volerlo, rispose con voce flebile.

Irene viveva in quel palazzo solo da sei mesi. Aveva comprato casa dopo la separazione col marito. Dei vicini conosceva a malapena i nomi, ma era chiaro che quel bambino non abitava lì.

Avrà avuto dieci, forse undici anni. Vestiti un po vecchiotti, ma puliti. Si muoveva da un piede allaltro quasi ballando.

Irene capì subito che doveva andare in bagno:
Vai pure. Però sbrigati, sono già in ritardo per scuola, e lo fece entrare in casa.

Lui la guardò con un certo sospetto con quegli occhi di un azzurro chiaro stranissimo.

Un colore davvero raro pensò Irene. Mentre il piccolo si lavava le mani, lei gli preparò al volo un panino con la mortadella.

Tieni, mangia qualcosa.

Grazie! aveva già una mano sulla maniglia, pronto ad andare. Mi ha salvato ora posso aspettare tranquillo.

Ma chi aspetti? gli chiese Irene.

La nonna Antonietta Petroni. Abita qua vicino, magari la conosce

Antonietta la conosco poco, ma lhanno portata via in ospedale due giorni fa. Tornavo dal lavoro proprio mentre lambulanza la prendeva.

In che ospedale? si agitò subito il bambino.

Ieri era di turno la clinica cittadina di via XX Settembre, penso labbiano portata lì.

Ok. Posso chiedere come si chiama lei? si fece coraggio il ragazzino.

Irene Federica, rispose al volo, già mettendosi il cappotto.

A scuola Irene si buttò nel tritacarne delle mille grane che ci sono tra collegi, circolari e bambini da calmare, ma davvero non riusciva a togliersi dalla testa quel ragazzino.

Forse è listinto materno represso pensò un po triste. Non aveva mai avuto figli, e proprio per quello con lex marito si erano lasciati. Aveva affrontato la cosa con distacco: lui ora conviveva con una donna che laveva reso padre di una bimba.

Durante la pausa lunga Irene chiamò la clinica. Dissero che la nonnina Antonietta aveva avuto un ictus e la situazione non era delle migliori: insomma, 78 anni sono tanti.

Finito il lavoro, rientrando a casa, vide di nuovo il ragazzino sulle scale. Stavolta era seduto sul pianerottolo.

Ehi, la stavo aspettando! le sorrise. La nonna non la lasciano ancora uscire, non mi fanno neanche entrare a trovarla

Irene gli chiese come si chiamasse. Lui rispose, molto serio: Federico. Non Fede, proprio Federico.

Ora che si era lavato ben bene ed aveva mangiato qualcosa, Irene si sentì di fargli qualche domandina in più:

Sei scappato di casa? I tuoi saranno fuori di testa!

Non ce li ho più i genitori. Sto da una zia.

E lei sarà in pensiero, poverina.

No. Le ho detto che andavo dalla nonna. Solo che lei mica lo sa che la nonna è in ospedale. Non voglio stare da lei, anche se è buona e quasi non beve. Però suo marito tutti i giorni si fa il quartino di vino e quando beve diventa cattivo. Hanno già quattro figli, tra poco pure il quinto e adesso anche io tra i piedi.

Han detto che mi mandano in casa famiglia, ma io non ci voglio andare. Le dò molto fastidio? Mamma diceva che ero iperattivo, tutto suo padre anche lui con gli occhi chiari così. Mamma ormai non cè più da due anni.

Come si chiamava tua mamma?

Nadia Alessandra Martinelli. Una donna bella e gentile. Faceva la segretaria del direttore di una fabbrica chimica, non ricordo come si chiamava.

E il papà? chiese in un soffio Irene.

Non ce lho mai avuto, il papà. Mai nemmeno conosciuto, Federico abbassò gli occhi.

Irene improvvisamente capì perché questo incontro con Federico lavesse sconvolta tanto. Gli occhi! Lo stesso identico azzurro laveva visto solo in una persona, suo padre.

Ed il padre era il direttore di una fabbrica!

Sentì il cuore in gola: Avventura tra il direttore e la segretaria cosa cè di più banale? Ma lui, lo sapeva che la sua segretaria aveva partorito suo figlio? Si era accorto che era sparita?

E lei? Aveva dato al figlio il nome del padre. Un grande amore, sicuramente.

Irene era figlia unica. Da piccola aveva sognato tanto di avere un fratello.

Vai a comprare un filone di pane, per favore. Il panificio è di fronte, e con questa scusa fece uscire Federico.

Appena sola, si precipitò a chiamare il padre:

Papà, ti ricordi di Nadia Alessandra Martinelli? È tardi ora, domani passa da me. Ti faccio conoscere tuo figlio minore. Basta, ci vediamo domani! e chiuse la chiamata.

Ti ho preparato il divano in salotto. Fai una bella doccia e mettiti a letto, disse poi al ragazzino quando tornò con il pane.

Ancora non aveva idea di come sarebbero andate le cose. Ma era certa che il fratello non lo avrebbe lasciato a quei parenti mezzi disastrati, meno che mai in casa famiglia!

Il padre arrivò la mattina presto. Di solito Irene la domenica si concedeva un po’ di riposo, ma quella notte aveva dormito pochissimo.

Lei gli voleva bene, al papà. Sempre presente, a differenza della mamma. Fin da piccola era stato il suo punto dappoggio, laveva sostenuta perfino contro la mamma quando aveva scelto di fare linsegnante. La madre, che si sentiva chissà chi pur venendo da un paesello, era andata su tutte le furie.

Ed era stato papà a sostenerla anche durante la separazione dal marito, lunico che non lavesse giudicata.

Papà era sempre lo stesso: elegante, indaffarato, pantaloni stiratissimi, scarpe lucide, un profumo costoso ma discreto proprio un signore daltri tempi.

Allora? Che storia ti sei messa in testa adesso con questo fratello?! Non ho chiuso occhio dal pensiero disse entrando.

Parla piano papà, sta ancora dormendo ospite mio, Irene lo fece accomodare. Vieni a colazione, avrai fame.

Durante la colazione Irene raccontò tutto.

Mah, è tutto molto strano, rispose il padre. Sì, Nadia Martinelli lho avuta come segretaria. Una donna in gamba, giovane, bella. Mi guardava sempre con quegli occhi sognanti Insomma, ero un uomo! Non sono santo, lo ammetto. Non volevo però lasciare mamma tua, manco per sogno!

Un giorno, Nadia mi fece una battuta: non vorresti un figlio maschio? Io risposi, una figlia ce lho già, ormai un figlio non lo faccio più.

Poi la madre di Nadia si ammalò, chiese un lungo permesso e tornò al paese per assisterla. Presero temporaneamente unaltra segretaria. Tornò dopo un anno, radiosa, rifiorita Le chiesi se si fosse sposata, lei mi disse di sì, aveva partorito un figlio maschio, stavano in affitto però il suo cognome era rimasto Martinelli.

Ma sai comè, ormai convivono tutti. Dopo, tra noi solo rapporti di lavoro. Lei la sua strada, io la mia con mamma tua.

Purtroppo tre anni fa Nadia si ammalò e se ne andò in pochi mesi Lho saputo quando ho dovuto firmare per laiuto economico.

Mi dispiace certo, era giovane Ma tu figlia mia, non puoi rifilarmi un figlio. Lei aveva un uomo, concluse papà.

Proprio allora, Federico si svegliò. Affacciandosi timido in cucina fece un cenno educato di saluto. Papà sbiancò. Vicini comerano, la somiglianza tra loro era impressionante.

Allora, presentiamoci! propose il padre, stringendogli la mano che tremava. Federico Nicolò.

Federico Federico Martinelli, rispose serio il ragazzino inserendo la sua mano nella stretta paterna.

Si guardarono e strabuzzarono gli occhi nello stesso identico modo. Irene si emozionò:

Oggi siamo pieni di Federici in questa casa! scherzò commossa.

Federico piccolo andò a lavarsi, mentre il padre fissava incredulo la figlia.

Non capisco. Sembra il mio sosia da bambino. E lei doveva essere sposata, ha fatto il bimbo col marito?

No papà, non si era nemmeno sposata, è tornata al paese per partorire senza farti sapere niente. Chiedi in amministrazione quando fu la sua maternità? Si era inventata il matrimonio per non farti sentire in colpa. Federico dice che il padre non ce lha mai avuto, mai!

Ma aspè, unaltra cosa non mi torna: Nadia era figlia unica, . Nemmeno la madre cè più. E allora questa zia, questa nonna?

Rispose Federico, che aveva sentito tutto dallingresso:
Quella non è davvero mia zia, è una parente lontana. Si trasferirono in città quando mamma ormai stava male a letto. Nonna Antonietta è mamma di zia Valentina. Quando non cè stata più mamma, zia Valentina mi ha preso su.

Ma dove potevo andare? Dovevo lasciare la casa in affitto. Parenti così mi hanno preso, peraltro anche per pochi soldi che passano a loro. Mio zio si lamenta sempre che sono troppo pochi.

Ma io ho riconosciuto Federico Nicolò! La mamma aveva la sua foto nella cornice sullo specchio. Poi lha messa nellalbum. Allinizio pensavo fosse un attore che le piaceva. Chiedevo: chi è quel signore? Mamma diceva che un giorno me lavrebbe spiegato.

Irene diede a Federico la colazione e lo mandò al primo spettacolo al cinema, a due passi.

Allora, papà, ti rimangono dubbi? gli chiese.

Penso di no, però dovremo fare il test del DNA, solo il tribunale può riconoscere la parentela, rispose serio il padre.

Poi venne una scenata, crisi ipertensiva finta e simulato pre-infarto di Ludovica Ivana, la moglie di Federico Nicolò. Ma poi si riprese e partì per una vacanza al mare. Solo più avanti decise di conoscere Federico. Le piacque ma non volle prenderlo con sé definitivamente. In visita sì, sempre! Ma a crescerlo proprio no, con la scusa della salute e dei nervi fragili.

Ho la colf in casa, ma mica può fare anche la balia! disse tra le righe.

Nessuno forzò la mano. Federico Nicolò passava sempre più tempo col figlio: ormai era una gioia. Notava ogni giorno quanto si assomigliassero: entrambi odiavano il semolino, entrambi adoravano i gatti.

Solo che la moglie era allergica ai gatti, e Federico piccolo non aveva mai avuto una casa dove tenere un micetto.

Parlavano persino con una lieve zeppola identica. E poi quello sguardo, quella somiglianza

Finalmente si conclusero tutte le pratiche; per il tribunale servivano quasi due mesi. Federico Nicolò chiamò il piccolo nella sua casa nuova:

Da oggi per legge sei mio figlio. Guarda, questi sono i tuoi nuovi documenti. In realtà sei sempre stato mio figlio, solo che non sapevo della tua esistenza. Perdonami, se ce la fai!

Non posso obbligarti a chiamarmi papà, chiamami come preferisci. Ma sappi che ora non sei più solo. Da oggi hai protezione: sono tuo papà. E hai anche Irene: la tua sorella.

Avevo già capito che eri il mio papà sorrise Federico dal primo momento che ti ho visto.

Ormai i bambini sono più svegli degli adulti, si sciolse in un sorriso emozionato il padre, abbracciandolo forte.

Irene colse una lacrima negli occhi di papà, ma fu bravo a riprendersi. Federico rimase a vivere con lei, ma ogni tanto andava a trovare Ludovica Ivana, e il padre veniva quasi ogni giorno. Poi insieme, lui e Irene, scelsero un gattino.

Cera un signore anziano che regalava cuccioli davanti al supermercato: Federico scelse quello più piccolo e fragile. Lo chiamarono Micio. Quello fu, per Federico, il giorno più felice della sua vita.

PS:
Federico Nicolò fece realizzare una lapide di marmo bianco per Nadia.

Con Federico spesso tornano al cimitero a portarle fiori.

Una volta, mentre stavano lasciando i fiori freschi, Federico disse:

Sai papà, la mamma il giorno prima di morire mi disse che non avrei dovuto piangere troppo, che non sarebbe sparita del tutto. Che sarebbe entrata in un altro mondo e da lì mi avrebbe protetto.

Mi ha pure promesso che, se poteva, avrebbe cercato di aiutarmi in tutto, anche da lassù. E ora so che è proprio lei che ha messo sulla mia strada Irene, e poi anche te! Questo io lo sento forte. Ci credi, papà?

Certo che ci credo, rispose serio il padre.

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– Papà, ti ricordi di Nadia Alessandrovna Martynenko? Ormai è tardi, ma domani vieni da me: ti farò conoscere mio fratello minore e… anche tuo figlio. Basta, a domani! Il ragazzo dormiva proprio accanto alla porta di casa di Irina. Lei, insegnante da dieci anni, non poteva ignorare la scena: come poteva un bambino, a quell’ora, dormire sulle scale di un condominio sconosciuto? Irina abitava lì solo da sei mesi, dopo il divorzio, e conosceva pochi vicini; era evidente che quel ragazzino non fosse del palazzo. Il piccolo aveva dieci o undici anni, vestito con abiti sì vecchi ma puliti, e sembrava trovarsi a disagio, come se dovesse correre in bagno. Dopo averlo accolto, notò i suoi incredibili occhi azzurro chiaro – un colore che ricordava quelli di suo padre, unico nell’aspetto. Il nome del bambino era Fëdor, non aveva né genitori né un vero posto in cui stare, soltanto una zia che, insieme al marito spesso ubriaco e ai loro quattro figli (quasi cinque), gli aveva promesso l’orfanotrofio. Fëdor non voleva andarci. Raccontò di sua madre, Nadia Alessandrovna Martynenko, assistente del direttore di una fabbrica chimica – morta due anni prima – e di non aver mai conosciuto il padre. Irina cominciò a sospettare: quell’incredibile occhi azzurro, la connessione con la madre, il nome del ragazzino scelto da Nadia. Chiamò suo padre, direttore dello stesso stabilimento, chiedendogli di venire l’indomani – era certa di aver trovato suo fratello minore, il figlio segreto di suo padre. Tra emozioni, dubbi, riconoscimenti e la conferma con il DNA, la famiglia viene ricomposta: Fëdor trova una sorella e un padre, Irina finalmente ha il fratello che ha sempre sognato, e insieme accolgono anche un piccolo gatto nella loro nuova famiglia. Al cimitero, portando fiori sulla tomba di Nadia, Fëdor è certo: è stata la mamma, da lassù, ad aiutarli a incontrarsi e diventare una vera famiglia. PS: Fëdor Nikolaevič ha fatto erigere una tomba di marmo bianco per Nadia. Ora spesso vengono a portarle i fiori. Adattamento Italiano del titolo: Papà, ti ricordi di Nadia Alessandrovna Martynenko? Domani vieni da me: ti presenterò mio fratello minore… e tuo figlio. Tutto il resto te lo spiego domani. A presto! Un bambino addormentato davanti alla porta, una maestra dal cuore grande e un segreto di famiglia che cambierà per sempre le vite di Irina, del piccolo Fëdor e di suo padre, l’ex direttore di una storica fabbrica chimica italiana: tra sorprendenti rivelazioni, solidarietà, amore fraterno e il sogno di una nuova famiglia, in una Milano di oggi.