Il mistero della vecchia cartolina

Diario di Giulia Ferraro Dicembre, Milano

Tre giorni prima che una vecchia cartolina cambiasse la mia vita, mi trovavo sul balcone del mio monolocale nel cuore di Milano. La notte era densa, nera come linchiostro, senza una sola stella. Sotto, le luci di Corso Buenos Aires disegnavano scie giallastre nellumidità. Dentro, oltre la vetrata, Lorenzo, il mio fidanzato, discuteva animatamente al telefono gli ultimi dettagli di un affare.

Appoggiai la mano sul vetro gelido del balcone.

Ero esausta. Non per il lavoro, quello lo gestivo alla perfezione. Ma da quellaria stagnante che respiravo da anni. Da quel ritmo sempre uguale, dove persino la proposta di matrimonio era sembrata una voce logica da spuntare sul piano quinquennale. Avevo un nodo in gola, di malinconia, di rabbia silenziosa forse. Sbloccai il telefono e aprii la chat con una vecchia amica, mai più vista dai tempi delluniversità, ora immersa in un mare di giochi e urla di bambini.

Il messaggio che scrissi fu breve, quasi senza senso: Sai, a volte penso di aver dimenticato il profumo della pioggia vera. Non quella nuvola grigia cittadina, ma quella che profuma di terra e speranza. Ho bisogno di un miracolo. Di carta, semplice, da tener tra le mani.

Non aspettavo risposta. Era uno sfogo lanciato nel vuoto digitale, un rito di auto-consolazione che conoscevo bene. Scrissi, e cancellai subito. Lei non avrebbe capito, avrebbe pensato stessi attraversando una crisi, o che avessi semplicemente bevuto troppo vino. Dopo un attimo rientrai in sala dove Lorenzo aveva appena riattaccato.

Tutto ok? chiese con uno sguardo rapido. Sei un po pallida.

Sì, tranquillo, sorrisi. Volevo solo prendere un po daria fresca.

A dicembre? Rise lui. Laria fresca la troverai al mare, magari a maggio se chiudiamo bene questo trimestre.

Si rimise sul tablet. Presi il cellulare dal tavolo. Una notifica: appuntamento confermato da un cliente. Nessun miracolo. Sospirai, già mentalmente a compilare la lista delle cose da fare per domani, e mi preparai per la notte.

***

Tre giorni dopo, mentre sistemavo la posta accumulata in ingresso, mi ritrovai tra le dita un angolo di busta sconosciuta. Scivolò sul parquet. Era spessa, ruvida, color pergamena antica. Niente francobolli, solo un timbro a inchiostro con il disegno di un ramo di abete e il mio indirizzo. Dentro, una cartolina di auguri di Capodanno. Non la solita stampa lucida, ma una di quelle di cartone caldo, col rilievo e brillantini dorati che sincollavano alle dita.

Spero che i tuoi sogni più audaci si avverino nel nuovo anno scritte eleganti che riconobbi subito, un tuffo al cuore.

Era la calligrafia di Stefano. Il ragazzino del paese dove passavo tutte le estati da mia nonna, a Lario Maggiore. La mia prima cotta: costruivamo capanne tra i salici sul lago, lanciavamo petardi ad agosto e scrivevamo lettere tra una vacanza e laltra. Poi la nonna aveva venduto la casa, io e Stefano ci siamo persi: nuove città, università diverse.

Lindirizzo sulla busta era il mio attuale, ma la cartolina era datata 1999. Comera possibile? Svista delle Poste? O era luniverso, finalmente, che rispondeva a una preghiera segreta? Forse aveva sentito la mia voglia di un miracolo semplice e reale.

Rimandai un meeting, cancellai una call, e dissi a Lorenzo che dovevo vedere di persona una location. Non fece domande, troppo impegnato a leggere la Borsa sul tablet. In macchina digitai Lario Maggiore tipografia su Google. Una, minuscola, cera.

***

La bottega Fiocco di Neve non era come lavevo immaginata. Nessuna vetrina sfavillante o profumo dolciastro di candele. Era regno del silenzio.

La porta, dopo un gemito, mi fece entrare in uno spazio ampio e caldo, saturo di odori: legno, metallo, un sottofondo di qualcosa damaro, forse lacca o inchiostro, e sulla pelle il tepore di una stufa. Mi avvolse come un frutto maturo.

Il proprietario era chinato su un bancone basso, armeggiava dentro una vecchia macchina da stampa, simile a un animale preistorico. Solo il tintinnio di attrezzi rompeva il silenzio. Non si girò al suono del campanello. Tossii piano.

Solo allora si raddrizzò, distendendo la schiena vertebra per vertebra. Basso, robusto, camicia a quadri rimboccata, mani segnate. Un volto comune, ma occhi quieti, che aspettavano senza fretta.

È sua, questa cartolina? Poggiai il biglietto sul banco.

Andrea camminò verso di me. Prima si pulì le mani su pantaloni, lasciando striature dinchiostro, poi la prese e la sollevò alla luce come se fosse una moneta doro.

Nostra, annuì. Il timbro dellabete è del 99. Come ci è arrivata da lei?

Recapitata a Milano. Un errore delle Poste, suppongo, la mia voce era ferma, ma dentro tutto tremava. Vorrei trovare chi lha spedita. Riconosco la scrittura.

Mi scrutò più a fondo: dalla piega del cappotto color cammello al taglio preciso dei capelli, fino agli occhi, stanchi sotto il trucco perfetto.

Cosa spera di trovare? Sono passati venticinque anni. Le cose si dimenticano e si nascondono tra la polvere commentò.

Ma io non ho dimenticato. E non sono morta in quegli anni, dissi con una durezza che mi sorprese.

Mi guardò a lungo, poi fece cenno verso un angolo dove stava un bollitore.

Ha freddo. Il tè scalda sempre, anche i milanesi.

Non aspettò risposta. Dopo un minuto eravamo seduti con due tazze sbeccate tra le mani.

Così tutto ebbe inizio.

***

Tre giorni a Lario Maggiore furono un ritorno allinfanzia. Dal frastuono della città passai ai suoni piccoli: il tonfo della neve dal tetto, il crepitio dei tronchi. Andrea non mi fece domande; semplicemente mi accolse. Viveva solo nella casa dei genitori, pavimenti che parlavano sotto ogni passo, profumo di stufa, conserve e libri antichi.

Mi mostrò le matrici del padre, lastre di rame incise a mano, mi spiegò come si mischiano i brillantini perché non si spargano. Era come la sua casa: solido, un po rovinato dal tempo, con tesori segreti. Raccontò di come, anni fa, suo padre mandò una cartolina damore che non arrivò mai.

Amore nel vuoto, disse guardando la fiamma. Bello e inutile.

Ma lei ci crede? Nelle cose inutili? chiesi.

Mio padre poi lha ritrovata e hanno vissuto insieme molti anni. Se cè amore, si trova il modo. Ma io credo solo a quello che posso toccare: la stampa, questa casa, il mio lavoro. Il resto è fumo.

Nel suo tono non cera amarezza, era lumiltà dellartigiano. Io invece avevo sempre lottato per forzare la realtà, piegarla a mio piacimento. Qui la mia lotta appariva ridicola. La neve scendeva quando decideva lei. E Lupo, il cane di Andrea, dormiva dove gli pareva.

Si creò una strana sintonia. Due solitudini che trovano conforto nellaltra metà: io, il suo vento di vita; lui, la mia pace. Mi vedeva come quella bambina piena di paure e sogni, non una business-woman di Milano. Io vedevo in lui un custode di tempo, saperi, silenzio. E il mio affanno si placava, come il lago dopo la tempesta.

Quando Lorenzo chiamò, guardavo Andrea spezzare legna in cortile, con gesti secchi, naturali.

Sei ancora via? chiese Lorenzo, freddo. Ricordati di prendere un abete di Natale, il nostro di metallo si è rotto. Simbolico, no?

Guardai lalbero vero, decorato da vecchie palline di vetro.

Sì, molto simbolico, risposi piano, e chiusi la chiamata.

***

Tutto si chiarì alla vigilia dellultimo dellanno. Andrea, senza parlare, mi porse un foglio ingiallito: il bozzetto di quella stessa cartolina.

Ho trovato questo, la sua voce era quasi roca. Non è di Stefano. Era mio padre. La scrisse a mia madre, ma non la spedì. La storia vuole spesso tornare uguale.

Il mistero svanì, come i brillantini. Nessun collegamento magico con il passato, solo un crudele scherzo del caso. Sentii il freddo avvolgermi. La ricerca del passato era stata solo unillusione.

Devo andare, sussurrai. Ho tutto lì. Matrimonio, lavoro.

Andrea annuì. Non cercò di fermarmi. Rimase nel suo regno fatto di carta e ricordi, capace di custodire il calore negli invii, ma non di trattenermi.

Capisco, disse. Non sono un mago. Sono un tipografo. Costruisco cose da tenere in mano, non castelli in aria. Ma a volte, sai, il passato non ci invia fantasmi ma specchi. Perché vediamo chi siamo davvero.

Si voltò verso la stampa, lasciandomi andare.

Presi la borsa, le chiavi. Nel cappotto tastai il telefono: unica àncora con la realtà, fatta di lavoro, call, KPI e un matrimonio silenzioso. Avevo già la mano sulla maniglia, quando gli occhi mi caddero su una cartolina ancora fresca sul banco, pronta ma mai consegnata. Timbro dabete, ma la frase era diversa: Per avere coraggio.

Compresi. Il miracolo non era tornare al passato. Il miracolo era la possibilità di scegliere, qui, ora. Lui non poteva entrare nel mio mondo, né io rimanere nel suo. Ma nemmeno tornare indietro, a Lorenzo e a quella vita di facciata.

Uscii nella notte fredda, piena di stelle, senza voltarmi.

***

Un anno dopo. Dicembre di nuovo.

Non sono rientrata nel mondo degli eventi. Con Lorenzo è finita, ho aperto una piccola agenzia che organizza solo eventi intimi e consapevoli, con attenzione per ogni dettaglio. Gli inviti sono di carta e li fa una tipografia sul lago. La mia vita non è più lenta, ma ha acquisito senso. Ho imparato ad amare il silenzio.

Fiocco di Neve ora fa anche laboratori creativi nei weekend. Andrea ha imparato da me a ricevere ordini online: seleziona lui stesso i clienti. Le sue cartoline sono più conosciute, portano abbastanza euro, ma il modo di crearle non è cambiato.

Non ci scriviamo spesso, solo per lavoro. Ma ieri ho ricevuto una cartolina. Un timbro con una rondine. Solo due parole: Grazie al coraggio.

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