Ho smesso di cucinare e pulire per i miei figli adulti: l’esperienza che ha cambiato la nostra famiglia (e mi ha sorpresa più di quanto immaginassi)

Ho smesso di cucinare e pulire per i miei figli adulti il risultato mi ha sorpresa

Mamma, come mai la mia camicia azzurra non è stirata? Te lavevo chiesto, domani ho un colloquio la voce di mio figlio maggiore, venticinquenne Edoardo, risuona dalla sua stanza con la solita pretesa. E poi, la lavatrice? Non cè più detersivo? In bagno i calzini stanno ammucchiati.

Paola Benedetti si ferma nellingresso con le borse pesanti tra le mani. Il manico della borsa le scava sulla spalla, le gambe le fanno male dopo dieci ore in piedi al supermercato, e nella testa martella un solo pensiero: Quando finirà tutto questo?. Si abbassa con fatica, appoggia le buste per terra, sospira e guarda il suo riflesso nello specchio. Davanti vede una donna stanca, con lo sguardo spento e un velo di rassegnazione negli occhi.

In cucina, il rumore dei piatti annuncia il figlio minore, ventiduenne Mattia.

Mà, hai preso il pane? Che con Dado ci siamo finiti la mortadella senza niente urla, senza affacciarsi. E quel minestrone è andato a male, lho buttato, ma non ho lavato la pentola, è un casino Mi fai la pasta e fagioli? Che sto minestrone tuo ci ha stufato.

Paola si sfila le scarpe e, con cura, le ripone sulla scarpiera. Dentro, qualcosa si spezza. Lesile filo della pazienza, che manteneva tutto in equilibrio, si è tirato troppo ed è scattato. Si incammina in cucina. Mattia sta seduto al tavolo, piantato nel telefono in mezzo a briciole, aloni di tè e carte di caramelle. Nel lavello, i piatti sporchi svettano in una torre precaria che ricorda la Torre di Pisa, pronta a crollare.

Ciao, figliolo, dice sottovoce Paola.

Ciao. Allora, cè il pane?

Il pane cè. Al panificio.

Mattia alza gli occhi dal cellulare, confuso.

Come, non lhai preso?

No. E nemmeno ho stirato la camicia di Edoardo. Niente detersivo nuovo. E niente pasta e fagioli.

Edoardo entra in cucina grattandosi la pancia, ancora in boxer nonostante sia quasi sera.

Mamma, ma che ti prende? Parlo sul serio: mi serve la camicia. Io col ferro proprio non so farci, sbaglio sempre le pieghe.

Paola si siede sullo sgabello, lascia le buste chiuse. Osserva i suoi due figli adulti, giovani e forti. Edoardo alto, robusto, laureato da due anni, fa il commerciale ma spende tutto in tecnologia e uscite. Mattia studente-lavoratore, fa il pony express, ma in casa non muove un dito.

Sedetevi, esclama con voce piatta. Dobbiamo parlare.

I ragazzi si guardano perplessi. Nella voce della madre cè qualcosa di nuovo: non la solita lamentela o il broncio, ma una freddezza che li mette a disagio. Lentamente si siedono.

Ho cinquantadue anni, comincia Paola. Lavoro a tempo pieno. Mi occupo delle bollette, della spesa e di tutta la casa. Voi siete due uomini adulti non bambini, non disabili. Uomini. E mi avete trasformata nella vostra domestica.

Dai, ricomincia sbuffa Edoardo. Mamma, anche noi lavoriamo, torniamo stanchi. Sei donna, la casa è cosa tua, ti viene naturale creare accoglienza.

Quello che mi viene naturale è il diritto di riposarmi e di essere rispettata, lo interrompe Paola. Da oggi il mio focolare si spegne. Sciopero.

Sciopero? Ma dai! ride Mattia. Fai lo sciopero della fame?

No, mangerò ma solo quello che mi preparo per conto mio. Laverò solo i miei vestiti. Pulirò solo la mia stanza. Da ora, siete uomini adulti e autonomi. Volete mangiare? Preparate da soli. Volete pulito? Lavate. Volete i vestiti stirati? Imparate a usare il ferro da stiro. Guardate un tutorial su YouTube.

In cucina cala il silenzio. I figli la fissano come fosse un alieno. Si aspettano che la mamma sorrida, dica che stava scherzando, si infili il grembiule e si metta a impastare le polpette.

Non fa ridere, mamma, si innervosisce Edoardo. Ho il colloquio domani. Mi serve la camicia.

Il ferro è nellarmadio in ingresso, sul ripiano in basso.

Lho trovato, ma non scalda! Si è rotto, lhai rotto tu!

Mettilo nella presa, ribatte lei, infilandosi il cappotto. E mettici lacqua.

Faccio tardi! Stiramela, ti prego! Solo questa volta!

No. È il tuo colloquio, la tua responsabilità.

Esce di casa lasciando Edoardo solo con la camicia stropicciata e il ferro freddo. Il cuore le si stringe, listinto materno urla: «Torna indietro! Aiuta!», ma la ragione ripete: «Se cedi adesso, sarà sempre così».

La prima sera scorre tranquilla. I ragazzi probabilmente pensano sia un capriccio passeggero. Ordinano pizza, lasciano le scatole sporche sul tavolo e giocano alla Play fino a tardi. Paola sente il loro vociare, ma non interviene. Si concede un bagno caldo, legge un libro e, per la prima volta dopo anni, si abbandona a una strana e spaventosa sensazione di sollievo.

La mattina parte con urla e caos.

Dovè questo cavolo di ferro da stiro?! grida Edoardo. Mamma! MAMMA! Non ho tempo!

Paola esce dalla sua stanza vestita e in ordine. Ben riposata, con la piega fatta.

Te lho detto, nellarmadio allingresso.

E lho trovato, ma non funziona! Non si scalda!

Collega la presa e aggiungi acqua, ribadisce, infilandosi il cappotto e uscendo. In bocca al lupo!

Mamma, ti prego, solo questa volta

No. È compito tuo.

Se ne va, lasciando Edoardo in mezzo al disastro. Gli duole dentro si sente una madre tremenda. Ma sa che è una cura: se cede ora, perde per sempre.

La sera, appena apre la porta, un cattivo odore la investe. In cucina il caos regna sovrano. Una padella carbonizzata campeggia sul tavolo, la plastica sciolta sulla tovaglia. Il doppio dei piatti sporchi, per terra appiccicoso. Mattia è affamato e arrabbiato.

Ma così è assurdo, mamma! Non cè niente da mangiare. In frigo ci sono solo i tuoi yogurt! Qui crepiamo di fame?

Al supermercato cè di tutto. Tortellini, pasta, würstel. Avete i soldi, comprate!

Non sappiamo cuocere i tortellini! Diventano una pappa!

Leggi le istruzioni. Litaliano lo sapete.

Paola sposta la padella, si pulisce uno spicchio di tavolo, si siede a mangiare il suo pranzo. I figli le girano intorno come squali, ma lei non cede.

Allora, fa Edoardo tornando in cucina, visibilmente avvilito dal colloquio andato male. Se non fai il tuo dovere di madre, allora noi boh, ti teniamo il broncio!

Tenetelo. È un vostro diritto. I miei doveri di madre sono finiti quando avete compiuto diciottanni. Quello che resta è solo bontà, e anche quella si sta esaurendo quando la date per scontata.

Sei egoista! scatta Mattia.

Forse. Ma almeno mi prendo cura di me stessa.

I giorni dopo sono una guerra fredda. Lappartamento si trasforma in un campo minato. La carta igienica finisce e nessuno la compra, fino a che Paola la porta solo per sé, portandosela ogni volta. Il sacco dellimmondizia puzza e nessuno lo getta. I ragazzi mangiano cibo pronto, lasciando i resti ovunque.

Paola soffre. Le fa male vedere la sua bella casa ridotta così. Vorrebbe pulire tutto, cucinare, cambiare aria. Ma sa che questa medicina deve fare il suo effetto.

Giovedì sera vede Edoardo rovistare tra il bucato sporco.

Che cerchi? domanda.

I calzini. Finiti tutti quelli puliti.

E lavarli?

La lavatrice ha troppi tasti. Ho paura di sbagliare programma.

Cè il ciclo rapido. Un solo tasto. E il vano del detersivo.

Non abbiamo detersivo!

Compralo.

Edoardo lancia il calzino nel cestone, frustrato.

Esco a comprare nuovi!

Ottima idea. Comprare nuovi calzini invece che lavarli? Vita da ricchi!

Venerdì arriva la sorpresa. Paola si sveglia con la febbre alta e la gola in fiamme. Telefona al lavoro, prende un giorno di riposo e resta a letto.

A mezzogiorno si alzano i figli e vengono a bussare.

Mamma, sei malata? chiede Mattia.

Sì.

E il pranzo?

Paola lo fissa con occhi arrossati. Si sente piangere dalla rabbia: davvero ha cresciuto figli così insensibili?

Mattia ho trentotto di febbre. Che pranzo e pranzo? Chiudi la porta, mi arriva lo spiffero.

Se ne vanno. Paola li sente confabulare in cucina.

Porca miseria, e mo? Edoardo Ho fame.

Ordiniamo qualcosa.

Ho finito i soldi, ieri ho comprato le scarpe.

Anchio sono al verde.

Allora cuciniamo? Fai la pasta tu?

Boh, proviamo. Dovè il sale?

Paola si assopisce. Si sveglia sentendo puzza di bruciato, di quelle pungenti. Si alza barcollando e corre in cucina.

Quadro apocalittico: la pasta è incollata alla pentola, nera come il carbone; lacqua evaporata da tempo. I ragazzi lì fermi, sbigottiti.

Era solo un attimo, una partita a FIFA prova a giustificarsi Mattia.

Aprite la finestra! tossisce Paola Ci fate affumicare!

Chiude il gas, afferra il tegame con una presina e lo butta nel lavandino. Il vapore invade la stanza.

Paola si accascia sulla sedia, si copre la faccia con le mani e scoppia a piangere. Un pianto di rabbia, impotenza, febbre e delusione verso di sé e verso quei figli smarriti.

I ragazzi si bloccano. Non lhanno mai vista crollare. Di solito è la roccia che tutto regge. Ora invece, solo una donna stanca e curvata che piange sulla pentola bruciata.

Mamma dai, non far così, Edoardo si avvicina impacciato, le tocca la spalla. La casseruola si ricompra, non fa niente.

Non è la pentola! urla tra le lacrime. Siete voi! Se sparisco domani, non sapete neanche sopravvivere in una casa! Mi vergogno di avervi cresciuti così!

Si sfoga e torna in camera. I ragazzi restano muti in cucina. Il tanfo di bruciato si disperde a fatica.

Quella sera Paola non si fa vedere. Sta stesa, di spalle. Non le interessa più nulla.

Verso le otto la porta si apre piano.

Mamma, dormi? chiede Mattia.

No.

Siamo andati in farmacia. Edoardo ha chiesto un prestito. Ti abbiamo preso il medicinale, le caramelle per la gola e il limone.

Paola si volta. Mattia porge la bustina. Edoardo ha un vassoio: una tazza di tè (troppo forte) e un piatto con panini. Sono tagliati maldestramente, formaggio e salame a strati spessi, ma sono panini fatti da loro.

Grazie, sussurra.

Abbiamo anche provato a sistemare la cucina, aggiunge Edoardo, imbarazzato. Due piatti sono scivolati e li abbiamo rotti, ma il pavimento labbiamo passato.

Paola si siede, sorseggia il tè. La gola brucia, ma nel cuore sente calore.

I piatti rotti portano fortuna.

I due giorni dopo segnano il punto di svolta. I ragazzi non si trasformano allistante in casalinghi, però ci provano: la chiamano dalla cucina ogni mezzora (Mà, il detersivo dove va?, Il riso va lavato?, Dovè il panno per la polvere?).

Fanno una zuppa. Somiglia più a un lesso indeciso, con patate giganti e carote crude, ma lhanno cucinato loro. Edoardo stira persino una maglietta; ha lasciato il ferro troppo caldo, ora brilla, ma lui la indossa fiero.

Quando Paola guarisce e torna in cucina, vede un foglio attaccato al frigo. Un calendario:

“Lunedì, Mercoledì, Venerdì Edoardo (piatti, spazzatura). Martedì, Giovedì, Sabato Mattia (pavimenti, spesa). Domenica pulizie insieme.”

Cosè? chiede a Edoardo mentre fa colazione.

Il turno delle pulizie, risponde lui, mordendo il pane. Avevi ragione tu. Fa schifo vivere così. Siamo grandi ormai.

Lo rispetterete?

Ci proviamo. Mattia ieri ha pure cercato su Google come si fa la patata croccante: dicono che non va girata troppo spesso chissà!

Paola sorride per davvero, dopo anni.

Un mese dopo, la vita non è perfetta, ma la confusione sta diminuendo. Ogni tanto saltano i turni, si dimentica limmondizia, si discute per chi deve passare lo straccio; ma linettitudine domestica sta svanendo.

Paola ritrova tempo per sé. Si iscrive in piscina, sogno rimandato da anni. Rivede le amiche ogni settimana, non più una volta ogni sei mesi. Rinasce anche il piacere per la cura di sé, nota di nuovo qualche sguardo maschile per la strada.

Una sera, rientrando dal nuoto, trova Edoardo e Mattia indaffarati in cucina.

Che fate?

Cena, spiega Mattia, asciugandosi le lacrime (sta tagliando la cipolla). Oggi Edo ha preso il primo stipendio nel nuovo lavoro, offriamo noi. Stiamo facendo la carne alla parmigiana.

Nel nuovo lavoro? Paola guarda Edoardo sorpresa.

Sì. Quando sono andato al colloquio con la camicia stropicciata mi hanno scartato: dicevano che ero sciattone. Che vergogna, mamma. Ho imparato a stirare, cercato un altro lavoro, mi sono preparato meglio. Mi hanno preso in unazienda di logistica.

Sono fiera di te, figlio mio.

Dai, accomodati, Edoardo le tira fuori una sedia. Vuoi del vino? Ne ho preso uno buono.

Cenano assieme. La carne è un po troppo cotta, la cipolla rimane grossa, ma per Paola è la cena più buona del mondo. Guarda i suoi ragazzi: cominciano a muoversi con sicurezza, gli occhi più consapevoli. Non sono più consumatori: diventano partner di vita.

Sai, mamma, riflette Mattia affettando la carne. Vivere da soli è duro e costoso. Ma vivere coi genitori da ospiti è anche umiliante. Abbiamo deciso che da ora, dividiamo le spese tutti e tre. Ognuno contribuisce per un terzo: giusto?

Più che giusto, annuisce Paola.

E scusa per la caciara di prima, aggiunge Edoardo. Non avevamo idea di quanto facessi per noi. Pensavamo che casa era sempre pulita e frigo pieno come per magia.

La magia è finita, ragazzi. Adesso tocca alla realtà.

Ogni tanto qualche vecchia abitudine ritorna: una volta Paola trova un calzino sotto al divano. Prima lavrebbe raccolto borbottando. Ora chiama Mattia.

È tuo?

Caspita, sì. Me ne occupo.

E lo fa. Da solo.

Paola capisce una cosa: il suo sacrificio non rendeva i figli più felici, ma solo più incapaci. E quella fermezza che credeva insensata si mostra il gesto damore più grande: dare fiducia alla loro autonomia.

Ora, quando le amiche si lamentano dei figli adulti ancora sulle spalle, Paola sorride misteriosa.

Ma avete mai provato a non essere più così disponibili?

E come facciamo? si scandalizzano. Muoiono di fame!

No. La fame è il miglior motivatore, e una camicia sporca è il modo ideale per imparare a stirare. Provato sulla mia pelle.

Il venerdì sera, mentre si trucca per il teatro, indossa labito nuovo.

Dove vai così elegante, mamma? fischia Mattia.

A teatro, strizza locchio. Cena? Gli ingredienti sono in frigo. La ricetta? Online! Ormai siete grandi

Esce di casa, respira laria di sera e si sente libera. Non è più la serva, ma una Donna, con due figli adulti finalmente capaci di rispettare il suo tempo e il suo lavoro.

Il risultato? Lha sorpresa davvero. Quella scelta, allapparenza drastica, le ha regalato una vita nuova. A volte, per tornare a vivere in armonia, basta avere il coraggio di far calare un po di sano, costruttivo caos.

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