Una fredda sera dinverno, al primo chiarore dellalba, Ginevra Bianchi uscì di casa. La neve cadeva leggera, non densa, ma i fiocchi erano grossi e scendevano silenziosi. Il cielo era coperto, le stelle invisibili, la luna cercava a malapena di farsi vedere, ma il giorno già si faceva largo. Verso mezzogiorno il sole si affacciò timidamente sul piccolo borgo di San Pietro.
La giornata scorreva come tutte le altre. Al tramonto Ginevra tornava verso la sua casetta quando il cielo si coprì di nuvole grigie e una forte raffica di vento si scatenò.
Che diavolo è successo? pensò Ginevra, ancora non arrivata al portico, quando una bufera improvvisa le offuscò la vista.
Per fortuna la sua casa era quasi davanti. Aprì il cancello e, pensando al sollievo di non aver ancora accumulato pile di neve, osservò la grande abete che oscillava per la brezza. Grazie al Signore, sono riuscita a fare un salto fino al portone. Entrò, chiuse la porta e si sistemò.
Dopo cena si arrampicò sul focolare, ascoltando il vento sibilare nel camino, finché il sonno la avvolse. Improvvisamente, dal torpore, udì un battito insistente alla porta.
Chi porta un carico così pesante a questora? si chiese, infilando i piedi nei mocassini di pelle, e si diresse verso lingresso.
Chi è? chiese con voce ancora assonnata.
Signora, apri, lasciami scaldarmi rispose una voce maschile.
E tu chi sei? incalzò Ginevra.
Sono Giuseppe, autista. Sono rimasto bloccato davanti a casa tua; la neve ha coperto la strada, è buio e la bufera non accenna a placarsi. Ho provato a spazzare con la pala, ma la neve continua a gettarsi. Fammi entrare, non ti farò del male, parola di onore. Vengo dal villaggio vicino, Val di Sole.
Ginevra esitò, la notte ormai era quasi calata, ma aprì la porta. Un uomo alto, ricoperto di neve, si introdusse nella soglia.
Va bene, entra, Giuseppe, dal villaggio vicino disse.
Grazie, signora. Avevo paura di non trovare un riparo e dover continuare a camminare rispose sorridendo, togliendo il cappotto e scrollando la neve dal berretto.
Vuoi un tè? propose Ginevra.
Sarebbe ottimo, ho freddo, il vento è impazzito Grazie.
Ginevra posò sul tavolo le focaccine appena sfornate il giorno prima, una tazzina di porcellana e un bricco di tè ancora caldo, appena tirato dal camino.
Grazie disse Giuseppe. Come ti chiami, signora?
Ginevra, Ginevra Bianchi, ma puoi chiamarmi semplicemente Ginevra rispose con un sorriso caloroso.
Vivi sola? Da quando?
Da cinque anni.
E il marito?
Il marito si è ingozzato di pere e è scappato verso la città con una straniera.
I figli?
Nessun figlio. E tu? Hai una famiglia?
Non ho una famiglia ammise Giuseppe, con un velo di tristezza. Sono stato sposato una volta, ma non è andata bene.
Capisco, anch’io non ho trovato la felicità. Bevi il tè, mangia le focaccine, poi ti farò un letto al focolare.
Giuseppe si sdraiò sul fuoco e presto iniziò a russare. Ginevra non riusciva a dormire. Una giovane donna forte e capace, ma senza famiglia né figli, sentiva il peso della solitudine avvolgerla.
Ecco il mio uomo, un estraneo sul focolare. Quanto sarebbe bello avere un compagno vero, premuroso, affettuoso e laborioso
Alla mattina presto si svegliò, ma doveva già riaccendere il fuoco e preparare le frittelle sul carboncino. Il profumo la risvegliò, e Giuseppe si alzò stiracchiandosi.
Che bontà lalba sul fuoco, con le mie frittelle preferite commentò sorridendo.
Dopo colazione Ginevra si preparò per il lavoro.
Giuseppe, non chiuderò la porta, se vuoi torna e chiudi il lucchetto. Se hai freddo, il tegame è nel fuoco, cè anche della patata lessa. Buon viaggio, forse non ci rivedremo più.
Addio, Ginevra. Grazie per lospite.
A pranzo tornò a casa e trovò Giuseppe intento a scavare intorno allauto, bloccata nella neve.
Sei ancora qui? chiese.
Sì, la batteria è scarica e la strada è invisibile.
Vieni dentro, mangiamo qualcosa, anchio sono venuta per pranzo, la neve è tanta, ho faticato a tornare.
Ginevra, dove posso trovare un trattore? Non potrò partire finché la strada non sarà sgombrata.
Nei garage del villaggio, aprono dalle 13 alle 14. Dopo quellora possiamo andarci. Prima mangiamo, poi ti accompagno
Qualcosa di familiare avvolse Ginevra nei confronti di quel sconosciuto guidatore. Accanto a lui si sentiva al sicuro e comoda.
Ho sfoderato la pala per liberare la neve disse Giuseppe.
Ginevra lo osservava: i capelli cominciavano ad avere qualche grigio alle tempie, le rughe si formavano intorno agli occhi quando sorrideva.
Letà ha già cominciato a lasciare il segno, forse ha trentasette anni Che bello avere in casa un uomo gentile e rispettoso, è questo il sogno di una donna.
Accompagnò Giuseppe al garage e poi tornò al suo lavoro.
Buon viaggio, Giuseppe gli gridò.
Anche a te tutto il meglio, Ginevra!
La sera, tornando a casa tra le tenebre dellinverno, vide le luci delle finestre accese. Il cuore le balzò, la gioia di essere attesa le scaldò lanima.
Entra, signora salutò Giuseppe, il teakettle è pronto.
Perché non te ne sei andato? chiese.
Domani arriverà il trattore. Oggi il garage è senza mezzi, ci hanno detto così, ma per domani hanno promesso di sistemare tutto.
Dopo cena, sistemò la casa e si coricò. Giuseppe era sul fuoco, non si sdraiò, ma sembrava pensare intensamente. Improvvisamente saltò su e si sedette accanto a lei sul letto. Ginevra rimase senza parole, non sapendo cosa dire. Giuseppe la avvolse con la coperta e la abbracciò forte. Lei lo stringé a sua volta
Rimasero in silenzio per un lungo periodo. Fu Ginevra a rompere il silenzio per prima.
Sai, Giuseppe, potrei passare tutta la vita accanto a te.
Lui si alzò di soprassalto.
Cosa? Devo sposarmi con te, allora?
E allora? chiese timidamente.
Giuseppe, un po irritato, rispose.
Sposarsi non è una questione di parole. Non credo alle donne, neppure a una sola. Sono stato sposato, la moglie è scappata con un altro, ho visto tutto. Ho avuto altre donne, ma nulla è durato. Tu non sei diversa, non vuoi diventare moglie, ma ti sei infilata sotto la coperta. Domani me ne andrò, e tu potrai accogliere qualcun altro
Ma Giuseppe, prima di te non cerano uomini nella mia vita.
Cerano, non cerano. Non mi hai conosciuto, e già ti sei sposata. Vuoi qualcosaltro?
Sì esclamò Ginevra a voce alta voglio una famiglia, dei figli, curare mio marito e i bambini. Voglio la felicità di una donna cominciò a piangere.
Non piangere. Decidi tu, non ci conosciamo, quali figli? Perdonami
Ginevra rimase muta, provando vergogna per aver confidato al suo sconosciuto. Passò la notte senza dormire. Allalba Giuseppe si alzò presto; il trattore doveva arrivare alle sei. Ginevra lo salutò sulla soglia.
Perdona, Ginevra.
Addio, Giuseppe, la prossima volta che rimarrai bloccato, non aprirò più la porta pensò, ma dentro di sé voleva gridare che lavrebbe atteso.
Giuseppe partì. Quando tornò a pranzo, il trattore non cera più. Aspettò a lungo, ma lui non ritornò. Il tempo passò, e Ginevra sentì qualcosa cambiare. Condivise il suo turbamento con la amica Natascia, che abitava accanto.
Ginevra, sei incinta! rise Natascia. Vai subito in città dal medico.
Ringraziò Dio per diventare madre. Tornò dallostetrica con la conferma della gravidanza, felice del caso che laveva messa sulla strada di Giuseppe. Non la portava rancore, anzi, lo ringraziava per averle dato la possibilità di essere madre.
Partì alla data prevista e partorì un maschietto.
Come lo chiamerai? chiese linfermiera che gli dava il latte.
Lo chiamerò Stefano, poi sarà Stefano. Sarà la gioia dei miei anni avanzati.
Non è il momento di pensare alla vecchiaia, prima devi farlo crescere scherzò linfermiera. Altrimenti torni a chiedere
Se avessi un marito, sarebbe venuto rispose Ginevra.
Il giorno della dimissione, Natascia le disse che non poteva accompagnarla con il bambino, ma lambulanza lavrebbe portata.
Come farò a prendere lautobus fino al villaggio con il piccolo? si preoccupò Ginevra, ma linfermiera le promise il trasporto in ambulanza.
Mentre raccoglieva le poche cose, stringendo il bambino al petto, si fermò al corridoio, come se fosse stata piantata. Lì, con un grande bouquet di fiori, cera Giuseppe, e accanto a lui Natascia, sorridendo astutamente.
Ginevra, questo Giuseppe ha detto che è tuo marito e non ti lascerà portare via il bambino e la madre dal reparto.
Ginevra consegnò il bambino a Giuseppe, sorrise felice, e dalle sue occhi sgorgarono lacrime di gioia.






