Avreste dovuto rifarmi la casa, non andare in vacanza!
Tutto aveva il sapore sfocato di un sogno assurdo: mia suocera, vestita di tende a fiori e occhiali da sole giganti, se ne stava seduta su una poltrona di velluto rosso in mezzo a Piazza Navona e ci guardava con aria di rimprovero. Protestava perché eravamo partiti per le vacanze e non avevamo pagato la ristrutturazione del suo appartamento a Trastevere. In realtà era perfetto: pavimenti splendenti, muri lisci come il gelato al limonema lei voleva una parete fucsia e un lampadario che sembrava una stella cadente. Pretendeva che fossimo noi a sponsorizzare tutto, come se fossimo la Banca dItalia, anche se la pensione le permetteva più che bene di farlo da sola.
Io e mio marito Giuseppe da sempre siamo attenti alle spese. Stiamo ancora pagando il mutuo su un piccolo appartamento a Testaccio e cresciamo con fatica due figli adolescenti: Camilla e Benedetta, entrambe con occhi sognanti e la testa già fra le nuvole. In tutti gli anni di matrimonio, questa era la prima estate che ci prendevamo una vera vacanza.
Fino ad allora, lunico modo di rilassarci era passare qualche giorno nella pineta di Castelfusano o nella casetta della zia Luciana sul lago di Bolsena; ma alle ragazze non era mai bastato. Così, tra risparmi, sacrifici e un pizzico di follia, abbiamo deciso di prenotare una settimana in Costiera Amalfitana. Neanche le monete da venti centesimi volevano uscire dal portafoglio, ma ogni euro speso ci sembrava leggero come una piuma.
Ricordo ancora il primo giorno dopo il matrimonio, quando Caterina, mia suocera, mi aveva detto con definitiva leggerezza che non avrebbe mai fatto da nonna babysitter; io lavevo accettato come si accetta la pioggia out of season: senza discuterne. Così, ogni estate, ogni weekend, le nostre figlie andavano dai miei genitori in Friuliloro sì, sempre gentili. Non ho mai biasimato Caterina: dopotutto anche solo crescere due figlie è unimpresa olimpica. Lei era ormai in pensione ed era giusto che girasse musei e nuotasse alla piscina comunale.
Certo, cera solo una piccola increspatura: tutte le sue piccole vanità volevano essere pagate da noi, anche sacrificando la nostra serenità familiare. Non le importavano il mutuo, le bollette, le spese per le figliequando cera da aiutare la mamma, bisognava trovarli, i soldi! Ogni domenica, come in un gioco semiserio, assegnava a Giuseppe nuovi compiti: aggiustare la tapparella, cambiare le tende, spostare larmadio. Ma questanno era andata oltre: voleva rinnovare tutta casa per capriccio, ignorando che appena cinque anni prima lavevamo già sistemata con cura certosina.
Non le avevamo detto nulla della vacanza. In fondo, era un sogno privato. Così chiudemmo casa e partimmo, lasciando la città sospesa come una fetta di mozzarella fra le nuvole.
Ma i sogni sono porosi, e le porte rimangono socchiuse. Caterina, durante la nostra assenza, venne a cercarci e trovando la porta sprangata chiamò subito Giuseppe. Lui, ancora con leco del mare nelle orecchie, le disse che eravamo a Sorrento. Riattaccò senza dire niente. Al nostro ritorno, ci aspettava una tempesta dira, girandole accese, parole taglienti come una fetta di pecorino stagionato.
Potevate avvisarmi! E poi, dove avete trovato tutti quei soldi? Avreste dovuto rifarmi il soggiorno, non andare al mare!
Di solito Giuseppe lasciava correre, ma questa volta era diverso. Le rispose a tono: le ricordò che i nostri soldi erano solo nostri e che lei non centrava nulla. Da quel momento, Caterina decise di non avere più rapporti con noi. Nemmeno una chiamata per Camilla e Benedetta, solo un silenzio fitto come la nebbia in Laguna. A tirarci le orecchie ci pensavano però gli altri parenti, telefono bollente e giudizi come freccette sul bersaglio.
Noi, però, non provavamo vergogna. I miei genitori stavano dalla nostra parte e dicevano: Viaggiate, ragazzi, finché siete giovani! E in fondo, avevano ragione: la suocera voleva solo soddisfare una voglia effimera, e in un sogno non si possono fermare le onde, né le valigie piene di sale e vento.






