Il Nido della Rondine

Il nido del rondine

Quando Giovanni sposò Ginevra, la suocera, la signora Maria, si affezionò subito alla nuora. Quella ragazza le era piaciuta fin dai tempi delladolescenza, quando Giovanni era al liceo e correva a ballare con lei.

Giovanni, ti è presa lamorosa, ti specchi come una fanciulla in fiore, rideva la madre, mostraci subito il tuo sposo.

Mi sono innamorato, mamma. Tu vedrai, non appena potrai, ti presenterò il signor mio, rispondeva sorridendo il figlio, e scappava di corsa.

Vorrei una figlia come Ginevra per mio figlio, mormorava al marito durante la cena.

Che Ginevra? chiedeva lui.

È la nipote del conte Federico, che lha cresciuta da sola. Una ragazza educata, gentile e davvero bella.

Maria non vedeva lora di scoprire chi fosse la giovane promessa sposa. Quando Giovanni portò Ginevra a casa sua per il tè, la madre ne rimase senza parole.

Figlio mio, mi hai letto nel pensiero. Da tempo desideravo una sposa per te e mi ricordavo di Ginevra. Lavevo già osservata, quasi a scrutarne la luce, esultava, mentre i novelli si scambiavano sguardi compiaciuti.

Il matrimonio fu semplice, tipico di un paese di collina, senza le ricchezze dei grandi casali. Ginevra, dal carattere tranquillo ma determinato, si impegnava in ogni faccenda con cura e sentimento.

La nostra Ginevra è come una rondine: dolce e premurosa, confidava la madre di Giovanni alla vicina, che buona padrona di casa.

Poco dopo nacque un figlio, Michele. I nonni lo adoravano, ma il piccolo giunse prematuramente e con dei delicati problemi di salute. Con il tempo crebbe sereno e forte.

Gli anni passarono. I genitori di Giovanni morirono e, due anni dopo, anche lui spense la vita improvvisamente, proprio nel cortile mentre raccoglieva il fieno sotto il sole torrido. Maria piangeva amaramente, ma non cera nulla da fare.

Ginevra rimase sola con il figlio. Michele divenne un giovane adulto; la vita nella loro casa di San Casciano scorreva lenta e serena. Ogni lavoro veniva pianificato con attenzione, dal piantare al mietere, dal curare la mucca al far scaldare le uova. Non cerano liti né urla tra madre e figlio, al contrario dei litigi che i vicini spesso accendevano per il fieno bagnato.

Se la pioggia impediva di raccogliere il fieno, Maria sorrideva:

Tranquillo, figlio mio, lestate è lunga, tutto si asciugerà, mentre nei contorni si accendevano dispute.

Ginevra mantenne la casa impeccabile: pavimenti lucidati, tende di lino ben stirate. Amava cucinare, seppur non in grandi quantità, ma variava i piatti; Michele adorava mangiare, e la madre chiedeva sempre cosa preparare per il giorno seguente.

La vicina Anna, di tanto in tanto, le faceva visita:

Ginevra, vivete solo tu e il ragazzo, e la tavola è già imbandita.

Accomodati, Anna, entra, che Michele ama mangiare, anche se non è grande di statura, rispondeva Ginevra.

Ah, il tuo figlio non è forte come Giovanni, ma è bello, lo guardi e ti entra un brivido nella pelle Scommetterei su una fanciulla che trovi un marito gentile e stabile, rideva la vicina.

Nel villaggio Ginevra e Michele erano rispettati per la loro onestà, pulizia e serenità. Quando Michele crebbe, scelse a sua volta una sposa: Veronica, una ragazza alta, robusta, quasi un passo sopra di lui, dal fascino più grezzo che non quello tradizionale delle donne del paese. La sua natura impetuosa, chiassosa e talvolta aggressiva, stupiva tutti.

Non capisco perché Veronica abbia colpito Michele, è così diversa, non si può né domarla né calmarla, sospirava Ginevra, ma se il figlio è felice, lo accetterò.

Michele, più tacituro, cercava di placare la suocera:

Non è un problema, mamma, i ragazzi vanno fuori, così potrò insegnare loro il buon senso.

Il matrimonio fu tranquillo, senza risse come a volte accadeva nei villaggi. Dopo la festa, molti abitanti si ubriacarono e si addormentarono nei cortili, ma al mattino tutti si disperdevano.

Ginevra, al sorgere del sole, cominciò a pulire i tavoli. Veronica, arrivata poco dopo, si mise a lamentarsi:

Non serviva nemmeno questa cerimonia, avremmo potuto sposarci in segreto e basta. Ora vieni a pulire

Vai a dormire, Veronica, se non hai sonno, io sistemerò tutto da sola, replicò Ginevra.

Così spargerò voci sul villaggio, che sono una cattiva nuora, che dormo troppo e non aiuto, ribatté Veronica.

Che voci? Qui tutti dormono ancora, murmurò la suocera.

Sei proprio una suocera tipica, sputò Veronica, fissandola con rabbia.

Ginevra, sopraffatta, taceva. Da quel giorno Veronica mostrò il suo carattere difficile. Dopo il matrimonio, la vita cambiò. Veronica osservava ogni gesto di Michele verso la madre, cercando di sminuirlo, ma Michele, più volte, le rispondeva con un semplice scroll di spalle.

Quando andava al mercato, raccontava alle amiche quanto Michele amasse sua madre e non dicesse mai parole cattive.

Il nonno Matteo, ascoltando la scena, commentò col capo:

Ah, che pena per Ginevra, hanno messo una merla al nido della rondine.

Molti si compiangevano per Ginevra, ma lei non parlava male di Veronica, nonostante tutti sapessero della sua natura litigiosa. Ginevra non voleva mai affrontare la nuora, né alimentare pettegolezzi.

Veronica, poco dopo, partorì un figlio, Timoteo. Il neonato piangeva spesso la notte, il latte scarseggiava e il piccolo rimaneva affamato. Veronica non voleva che Ginevra lo allattasse, ma la nonna, con dolcezza, iniziò a nutrirlo di nascosto. Quando Veronica lo scoprì, urlò:

Hai quasi rovinato il tuo stesso figlio, prendendoti cura del mio! Vuoi che anche il nipote sia debole?

Ginevra rimase in silenzio, ma continuò a nutrire Timoteo, che crebbe forte, andò a scuola e divenne un ragazzo gentile. Il padre, anchegli affettuoso, lo coccolava, ma Veronica continuava a lamentarsi:

Dovrei far crescere un maschio, non una donna delicata, non è né pesce né carne, borbottava, mentre il padre alzava le spalle.

Nonostante i continui scontri, la famiglia rimaneva unita. Michele lavorava in unofficina meccanica del paese, e gli abitanti spesso si chiedevano come potesse sopportare una moglie così quarzizzata. Michele, però, non rispondeva se non con un sorriso rassegnato.

Timoteo, ormai quasi adulto, vedeva come Veronica trattava sua nonna e il padre con durezza. Spesso chiedeva a Ginevra di preparargli qualcosa di buono, lamentandosi della fretta di sua madre in cucina.

Sei proprio un rigido, proprio come papà, sbraitava Veronica, mangia quello che ti preparo, non siamo di sangue reale, e il ragazzo, abbassando lo sguardo, taceva.

Il giovane ricordava le volte in cui la nonna lo aspettava fuori con un bicchiere di latte caldo e una fetta di torta. Quando Timoteo iniziò a frequentare una ragazza di nome Talia, proveniente da una via vicina, la nonna lo incoraggiò:

Timù, mi piace Talia, è una buona ragazza, ma non dirò nulla a nessuno.

È il nostro segreto, nonna. Quando finiremo gli studi, ci sposeremo.

Che Dio vi benedica, pregherò per voi, rispose Ginevra, incrociando le mani.

Durante gli esami universitari, Timoteo sentiva la mancanza della cucina di casa, dei dolci di Ginevra, ma nei periodi di vacanza si riuniva al focolare, dove la nonna lo accoglieva con abbracci e parole tremanti:

Tornerai dopo la laurea? Sì?

Timoteo, con voce rotta, rispondeva:

Tornerò, nonna. Dopo la laurea tornerò a casa, non resterò in città. Sarò un ingegnere e Talia anche, e costruiremo una casa. Ti porterò qui, non ti lascerò sola. Tutto andrà bene.

Ginevra sapeva che così sarebbe stato. Con Timoteo e Talia avrebbe vissuto in pace, felice, raccogliendo lamore e il rispetto che aveva seminato nei loro cuori tanti anni prima.

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