Non ha più tollerato le intromissioni della suocera per salvaguardare la famiglia e ha chiesto il divorzio per prima

Mi ricordo ancora, con la nostalgia di chi guarda indietro, come la convivenza con la suocera, Guglielmina Bianchi, fosse un continuo duello di volontà. La sua voce, ormai indelebile nella mia memoria, mi ripeteva ogni volta: «Cinzia, hai di nuovo comprato quel burro? Ti ho detto che a Vittorio gli provoca bruciore di stomaco. Prendi quello nella confezione gialla, è più economico e puro. Tu sprechi i soldi e avveleni il marito».

Guglielmina, con la bustina di burro stretta come se fosse una rana velenosa, mi fissava nella nostra cucina di Roma, mentre io, appena rientrata dal lavoro, desideravo solo una tazza di tè fumante e un attimo di silenzio. Il copione si ripeteva con la stessa precisione di unorchestra: il pane non era quello giusto, il detersivo puzzava di più, le tende pendevano storte.

Io risposi, cercando di mantenere la calma: «Guglielmina, Vittorio usa quel burro da tre anni e non ha avuto problemi. Mettilo in frigo prima che si sciolga».

La suocera, con le braccia aperte a dipingere il dramma, esclamò: «Vittorio! Hai sentito? Mi preoccupo per la tua salute e tua moglie mi rimprovera!».

Vittorio, seduto in salotto davanti al televisore, udì la chiamata della madre e si trascinò a malincuore in cucina, con unespressione di colpa mista a stanchezza. Per cinque anni di matrimonio non era mai riuscito a fare da mediatore tra noi due, preferendo la tattica del fagiano: nascondersi e attendere che la tempesta si placasse.

«Mamma, Cinzia, che succede ancora?», bisbigliò, passando lo sguardo dalla madre alla moglie. «È burro normale, dammelo, lo sistemo».

«No, ascolta, figlio mio!», ribatté la suocera, incrollabile. «Lei non sa gestire la casa. Nel frigo cè solo yogurt e insalate, ma lui ha bisogno di carne, polpette, un bel minestrone! E lei arriva tardi, stanca, e ti nutre con prodotti confezionati. Io, a quelletà, lavoravo e tenevo la casa splendente!».

Io, responsabile della logistica per una grande ditta di trasporti, guadagnavo circa millecinquecento euro al mese, più del salario di Vittorio. Grazie a me avevamo ristrutturato lappartamento e comprato la nostra auto nuova. Per Guglielmina, che per tutta la vita aveva fatto la bibliotecaria parttime, la carriera della nuora era solo rumore: «Limportante è il minestrone».

Con tono glaciale dissi: «Lavoro fino alle sette, Vittorio torna alle cinque. Se ha bisogno di carne, può cucinare da solo, ha le mani».

«Un uomo alla stufa?», sbuffò la suocera, stringendo al petto il grande pendente dambra. «È una cosa da donna! Lo hai messo ai tacchi! Vittorio, figlio mio, guarda a che punto sei arrivato. Tua moglie non ti rispetta, non ti nutre, neanche a un centesimo!».

Vittorio si contorse.

«Mamma, io posso cuocere gli gnocchi, non cominciare. Cinzia è stanca».

«Stanca? Io non sono stanca! Ho attraversato tutta la città, con cambi di treno, per portarvi la marmellata di more, i croissant, perché sapevo che avete fame!».

In realtà Guglielmina viveva a trenta minuti di autobus da qui, e la marmellata e i croissant erano solo una scusa per una nuova ispezione. Aveva le chiavi dellappartamento Vittorio le gli aveva dato per ogni eventualità un anno prima, nonostante le obiezioni di Cinzia. Da allora eventualità accadevano duetre volte a settimana: la suocera compariva quando nessuno era a casa, spostava pentole nei ripostigli per ordine, innaffiava le piante fino a farle marcire e lasciava un biglietto con lelenco dei difetti.

«Grazie per la marmellata», strizzai, «prendiamoci un tè».

La serata trascorse tra silenzi tesi e monologhi della suocera sui costi del riscaldamento, sulla gioventù scostante e sulla figlia di Veronica, che chiamavano oro. Io masticavo un cornetto salato, chiedendomi quanto ancora avrei potuto sopportare.

Quella notte, quando Guglielmina finalmente se ne andò, provai a parlare con Vittorio.

«Dobbiamo prendere le sue chiavi», dissi, stesa al buio a fissare il soffitto.

«Perché?», rispose luomo, teso. «Mia madre vuole solo aiutare, le manca il padre, è sola. Noi siamo la sua luce».

«Non è luce, è proiettore che brucia tutto. Invade i nostri spazi, rovista tra le mie cose. Lultima volta ha spostato le mutande perché non erano in feng shui. Non ti sembra folle?».

«Non lo fa per cattiveria, è solo abituata», insinuò Vittorio. «Sopporta, per il mio bene. Non voglio litigare, la pressione le sale, ha bisogno di uniniezione».

Mi girai di lato, accettando il suo sopporta come mantra della nostra vita matrimoniale: sopportare critiche, visite inattese, consigli non richiesti.

Il conflitto raggiunse il culmine un mese dopo, quando avevamo programmato una vacanza di sei mesi al mare, prenotando hotel e comprando i biglietti. Due giorni prima della partenza, il telefono squillò.

«Vittorio!», urlò la voce della suocera, tremante. «Sto male, il cuore mi preme, non riesco a respirare! Vieni subito!».

Vittorio lasciò il bagaglio a metà e corse a casa di Guglielmina, portandomi con sé, nonostante un dubbio sinistro si fosse insinuato nel cuore.

Entrammo in un appartamento dove Guglielmina giaceva sul divano con un asciugamano bagnato sulla fronte e un misuratore di pressione sul tavolino.

«Oh, figlio, sei arrivato», singhiozzò. «Non pensavo di rivederti così. È un attacco».

«Mamma, hai chiamato lambulanza?», chiese Vittorio, palpare il polso.

«Lambulanza? Loro mi uccidono. Voglio solo che tu sia qui, mi dia dellacqua, mi tenga la mano. È spaventoso da sola».

«Mamma, domani partiamo», ricordò Vittorio con cautela.

Gli occhi di Guglielmina si fissarono su Vittorio come quelli di un cigno morente.

«Partenza? Vuoi abbandonare la madre in questo stato?».

Vittorio guardò Cinzia, cercando un segnale.

Io intervenni con decisione: «Sei davvero male, chiamiamo i medici. Se dicono che serve lospedalizzazione, annulleremo il viaggio. Se è solo pressione, prenderemo unassistente per una settimana».

«Unassistente?», sbuffò la suocera, alzandosi di scatto, lasciugamano scivolato sul naso. «Un estraneo in casa? Vuoi la mia morte!».

«Allora i medici», risposi, tirando fuori il telefono.

«Non servono i medici! Sono solo nervi! Perché il figlio mi abbandona!».

Il viaggio fu annullato. Persi la metà del prezzo dei biglietti e trascorremmo una settimana in una città soffocante, mentre Guglielmina, con una strana energia, correva ai negozi e divorava pollo fritto come se niente fosse.

«Vedi?», mi disse Vittorio, «ti manipola. Non è stata davvero malata».

«Non inventare», replicò Guglielmina, ti vuole solo il denaro del viaggio.

Quella discussione fu la prima spaccatura seria. Compresi di essere sempre seconda rispetto ai capricci di Guglielmina.

Il giorno della rottura arrivò in una ordinaria mercoledì. Mi sentivo debole, un raffreddore mi assaliva, e desideravo solo rifugiarmi sotto le coperte. Quando aprii la porta di casa, sentii voci sconosciute. Vittorio non era fuori. Aprii silenziosamente con la chiave.

Nel corridoio cerano stivali estranei e un cappotto sconosciuto. Dal tavolo della cucina risuonava una risata di Guglielmina e una voce femminile che non riconoscevo.

«Guarda, Lidia, che caos! Polvere secolare!», starnutiva la suocera. «Io vengo a mettere ordine».

«Sì, Guglielmina, anchio ho unamica che è così», rispose la voce straniera. «Questa casa è buona, ma manca la padrona».

Guglielmina sospirò: «Devo riorganizzare le tende grigie, mettere quelle allegre con fiori, e cambiare il divano angolare. Lho già detto a Vittorio di portare il vecchio che è più robusto».

Entrai in cucina. Sul tavolo cerano prosciutto, pane e una lattina di acciughe, mentre il burro colava su un tovagliolo. La suocera, sorpresa dal mio arrivo, si fermò per un attimo, poi indossò una maschera di falsa offesa.

«Oh, la nuora è venuta! Che sorpresa! Sei stata licenziata?».

«Che succede qui?», chiesi, la voce tremante non per paura ma per un gelo furioso.

«Niente, è soltanto unamica, Lidia. Siamo qui a prendere il tè. Hai ancora il nostro servizio di porcellana, quello che i miei genitori mi hanno regalato al matrimonio, vero?».

«Nel mio appartamento, con le mie tazze, senza il mio consenso», ribattii. «Avete introdotto una persona estranea nella mia casa mentre non ci sono».

«È casa di mio figlio! Non osare alzare la voce! Sono sua madre!», sbottò Guglielmina.

«Questa è la mia casa, lho comprata prima del matrimonio. Vittorio è solo intestato. E adesso mettete le chiavi sul tavolo».

«Cosa?! Mi cacci via? Lidia, senti!», urlò la suocera, arrossendo come un pomodoro. «Le racconterò tutto a Vittorio!».

Le chiavi fuoriesero sul tavolo, il bicchiere di tè si rovesciò, macchiando la tovaglia bianca.

Presi il telefono e chiamai la polizia, denunciando lintrusione. Guglielmina, spaventata, cercò di scappare, mormorando qualcosa su un ferro da stiro dimenticato acceso.

«Chiama la polizia alla madre?», sussurrò, incredula.

«Se non uscite subito e restituite le chiavi, verrò a prendere il vostro caso».

Guglielmina gettò il mazzo di chiavi sul pavimento, facendo tintinnare i metalli. «Ti maledico! Non tornerò più qui, Vittorio ti lascerà!».

Uscì sbattendo la porta, facendo cadere intonacatura dal soffitto. Raccattai le chiavi tremando, sedendomi sulla sedia a guardare il disordine, la macchia di tè, le acciughe.

La sera, Vittorio tornò, ancora scosso. Sua madre gli aveva telefonato in preda al pianto, raccontandogli che la nuora lo aveva aggredito, insultato e cacciato fuori, nonostante fosse settembre.

«Che diavolo fai?!», sbottò, entrando come un uragano. «La madre ha un infarto, la polizia è stata minacciata, perché hai chiamato?».

Io gli mostravo le valigie pronte per partire: tre valigie e due scatole vicino alla porta.

«Sei seria? Per una lite?».

«È finita, Vittorio. Non cè più famiglia.».

Lui guardò le valigie, incerto.

«Cosa farai? Vuoi restare con tua madre?».

Io, con amarezza, risposi: «Sono stanca di essere la domestica, la borsa, la ragazza da picchiare. Voglio tornare a casa e sentirmi al sicuro. Con te e tua madre è impossibile».

«A chi vuoi servire?», ribatté, facendo i conti con la sua età. «A trentadue anni, divorziata? Pensi di trovare un principe?».

«Allora vattene, vai da tua madre, continua a farle il minestrone».

Lui prese la valigia, sbattendo la porta, e io chiusi a chiave, poi a serranda, sentendo le spalle rilassarsi per la prima volta in anni. Il silenzio della casa non era vuoto, ma un suono curativo.

Nei due mesi successivi Vittorio cercò di farmi pietà, mandandomi messaggi sulla salute della madre, poi minacciando di dividersi la macchina (che fortunatamente avevo intestato a mio padre) e di chiedere risarcimenti per le riparazioni (le ricevute le avevo conservate). Guglielmina spargeva dicerie, dicendo che la nuora era una truffatrice.

Alla fine presi lidea di avviare il divorzio per prima. In tribunale Vittorio apparve con la camicia stropicciata, la cravatta storta, e cercò di implorare: «Ti amo, ho parlato con mia madre, accetterà di restare neutrale».

«Troppo tardi, Vittorio», risposi. «Il mio brodo non avrà più alloro se non lo voglio».

Il divorzio passò e, un anno dopo, mi trovai in un caffè a Firenze con una cara amica, a ridere e sorseggiare un cappuccino. I miei capelli erano tagliati di fresco, gli occhi brillavano. Avevo iniziato a ballare, quello che avevo sempre sognato, e ottenuto una promozione al lavoro.

Guardando fuori, vidi Vittorio passare mano nella mano con Guglielmina. La suocera lo strillava qualcosa, puntando il dito verso una vetrina, mentre lui annuiva, le spalle curve. Portava sacchi pesanti, lo sguardo ormai rassegnato.

La mia amica mi chiese: «Ti penti?».

Sorseggiai laroma del cappuccino e sorrisi.

«Mi pento solo di non aver preso le chiavi cinque anni fa».

Rivolsi lo sguardo alla finestra, dove la vita altrui si svolgeva tra rimproverate, controlli e scenari impostati da altri. Dentro, invece, cera la mia vita, libera e luminosa.

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