Guarda, ti devo raccontare una storia che mi ha proprio toccato il cuore. Cera questo ragazzino, Matteo, aveva solo dodici anni ma sembrava già aver vissuto dieci vite per tutte le difficoltà che aveva affrontato. Sua mamma era mancata quando era ancora piccolissimo e, poco dopo, anche suo padre era sparito nel nulla, lasciandolo completamente solo.
Senza nessuno che si curasse di lui, le strade di Firenze erano diventate la sua casa. La notte si sistemava dove poteva: sotto i ponti dellArno, vicino alle stazioni, su qualche panchina gelida nei parchi. Ogni giornata era una piccola battaglia, tra qualche lavoretto per racimolare due spiccioli o a chiedere qualcosa da mangiare ai passanti.
Una sera dinverno, così fredda da tagliare il fiato, Matteo si era avvolto alla meglio in una coperta strappata che aveva trovato vicino ai bidoni. Cercava rifugio dal vento gelido. Mentre passava per un vicolo stretto accanto a una vecchia pasticceria chiusa, sentì un lamento lieve, quasi un sospiro di dolore. Si fermò di botto, con il cuore in gola. Era indeciso se proseguire o meno, ma la compassione vinse sulla paura, così andò avanti piano.
In fondo al vicolo, fra scatoloni e sacchi dellimmondizia, cera un anziano signore steso a terra. Avrà avuto almeno ottantanni, il viso pallido e le mani che tremavano dal freddo.
Per favore aiutami, sussurrò appena luomo, guardando Matteo con occhi pieni di speranza.
Matteo gli si avvicinò subito, senza esitare.
Si è fatto male, signore? Che è successo? provò a chiedergli, cercando di nascondere la sua voce tremante.
Lanziano si presentò: Mi chiamo Don Giacomo, disse piano. Raccontò che tornando verso casa aveva perso lequilibrio e, una volta caduto, non era più riuscito a rialzarsi.
Matteo si tolse subito la coperta e la mise addosso allanziano.
Cerco qualcuno che possa aiutarci, disse deciso.
Ma Don Giacomo gli afferrò il braccio con forza.
Non andare ti prego, non lasciarmi solo, gli chiese con una voce che sapeva di solitudine.
Matteo conosceva fin troppo bene quella sensazione, non avrebbe mai potuto abbandonarlo in quel momento. Così, con tutta la forza che aveva, aiutò Don Giacomo a mettersi seduto.
Abita qui vicino? gli domandò.
Luomo annuì, indicando con un dito tremante la fine del vicolo.
Quella casa gialla proprio lì, mormorò.
Matteo, anche se sfinito, si fece coraggio e sostenne Don Giacomo, piano piano lo aiutò ad arrivare fin davanti alla casa. La porta era socchiusa. Una volta dentro, lo fece sedere su una vecchia poltrona e si accorse che il calore della stanza li aveva già avvolti entrambi.
Grazie, ragazzo mio, gli disse Don Giacomo sottovoce. Se non fossi passato tu
Matteo abbassò lo sguardo, quasi imbarazzato: Ho solo fatto quello che mi sembrava giusto.
Dopo essersi ripreso un po, Don Giacomo cominciò a raccontargli la sua vita. Gli confidò che la moglie era scomparsa anni prima, e da allora aveva vissuto sempre solo. Nessun figlio, né parenti. Matteo lo ascoltava e, ascoltandolo, sentiva la sua solitudine così simile alla propria.
E tu, ragazzo? domandò con dolcezza il vecchio. Dove abiti?
Matteo abbassò gli occhi, pieno di vergogna e dolore.
Non ho una casa dormo dove posso, rispose piano.
Negli occhi di Don Giacomo passò uno sguardo pieno di comprensione. Rimase in silenzio un attimo, poi disse: Questa casa è troppo grande e vuota per me solo. Se vuoi, puoi restare qui. Non ho molto, ma ciò che ho lo possiamo condividere. Nessuno, soprattutto un ragazzino, dovrebbe affrontare la vita da solo.
Matteo quasi non ci credeva. Dopo tanto tempo, qualcuno gli offriva un tetto, un po di calore, una famiglia.
Quella notte, grazie a un piccolo gesto di bontà, due vite cambiarono per sempre. Un ragazzino solo e un anziano abbandonato trovarono negli occhi luno dellaltro quellaffetto e quella speranza che avevano smesso di cercare. In fondo, la speranza può davvero nascere nei posti più impensati.






