Quell’inverno dell’87 che i milanesi ricordano non per il freddo, ma per le lunghissime file all’Alimentari: Maria, la sveglia prima dell’alba, la speranza di trovare carne e latte, il gesto di cuore verso la signora Valeria e una solidarietà che scaldava più di qualunque cappotto, in una mattina ghiacciata tra battute, attese e la magia di condividere il poco che c’era – perché a volte, tra le privazioni, solo l’umanità non finiva mai

Linverno del 1987 rimane una di quelle stagioni che la gente ricorda non tanto per il freddo quanto per le interminabili file. La neve era tanta, ma la città si svegliava sempre prima di lei. Alle cinque del mattino, davanti alla salumeria di quartiere, le luci sono ancora spente, ma la coda esiste già.

Nessuno sa con certezza cosa arriverà. Qualcuno ha sentito dire che forse stamattina ci saranno la carne e il latte. La gente è venuta con le bottiglie vuote nelle borse di stoffa, avvolta nei cappotti pesanti, il viso ancora stanco. Si mettono in fila uno dietro laltro, senza fretta, come se lavessero sempre fatto.

Caterina è arrivata sesta. Ha trentotto anni e lavora in un maglificio. Si è svegliata alle quattro e mezza, ha bevuto un caffè veloce al buio, ed è uscita di casa senza far rumore. Suo marito è rimasto a letto, addormentato, con la speranza che oggi potranno portare qualcosa in più sulla tavola.

La fila si allunga rapidamente. Qualcuno fa una lista su un foglietto di carta, un altro tiene memoria con la mente. Cè chi torna un attimo a casa e poi riprende il posto. Dal termos si offre un po di tè caldo. Si scambiano battute brevi, asciutte, di pura sopravvivenza. Nessuno si lamenta ad alta voce. Non servirebbe.

Verso metà fila, Caterina la vede.
Sta un po più indietro, quasi appoggiata al freddo muro del palazzo, minuta, con un fazzoletto sottile annodato sotto il mento e un cappotto vecchio, troppo leggero per quel gelo. La borsa le penzola dalla mano, il corpo trema visibilmente.

È la signora Benedetta.

Caterina la riconosce subito. Abita due portoni più in là. È rimasta vedova solo due mesi fa. Da quando il marito è morto, la si vede sempre meno in giro. Ora sta nella fila da sola, senza parlare, gli occhi puntati a terra.

Signora Benedetta! chiama Caterina.

Lanziana solleva la testa a fatica, come se non si aspettasse di sentire una voce amica. Quando la vede, accenna un sorriso sottile.

Caterina guarda il suo posto nella fila: è la quindicesima. Poi si volta ancora verso la signora.

Venite avanti, vi prego. Prendete il mio posto. Non si può stare a questo freddo.

La signora Benedetta cerca di rifiutare, ma Caterina già si sposta. Gli altri capiscono senza bisogno di spiegazioni. Qualcuno mormora lasciala, cara. Benedetta si sistema davanti, Caterina va indietro.

Passano altri quaranta minuti. La fila avanza piano. Quando finalmente la salumeria apre, la voce gira senza tanti complimenti: latte e uova bastano appena per i primi dodici.

Caterina fa due conti veloci e capisce che quella mattina resterà senza nulla. Ma è felice che almeno la signora Benedetta, che ora sta avanti, non torni a casa a mani vuote.

Dove vai? Torna qua, questo è il tuo posto! Io sono anziana, ho bisogno di poco. Non puoi tornare indietro senza nulla, la chiama allora la signora Benedetta.

Non cè problema, signora, il mio posto ve lho ceduto volentieri. Io me la caverò quando porteranno qualcosaltro, risponde Caterina.

Vieni qui, cara, prendi il mio posto. Io vado, non resto più.

Gli altri in fila guardano le due donne con uno stupore misto a rispetto. Era dura fare del bene quando la fame si faceva sentire. Gesti così era sempre più raro vederli, eppure qualcuno se li ricordava ancora.

Caterina si avvicina, incredula per la testardaggine della signora. Le prende il braccio e dice:

Non andate via, restiamo insieme. E dividiamo quel che ci danno, va bene? Limportante è non tornare a mani vuote.

La signora annuisce. Non dice nulla, le tiene solo il braccio. Si stringono una accanto allaltra, per scaldarsi un po, due figure piccole unite mentre la fila avanza.

Quando arriva il loro turno al banco, rimane solo una porzione. Latte, qualche uovo e un pezzetto di carne. Caterina dice senza esitare:

Dividiamo!

La commessa le osserva. Guarda le loro mani arrossate, come la signora si appoggia a Caterina, come stanno lì senza fretta, come se lunica cosa importante fosse che nessuna delle due resti senza niente. Rimane in silenzio un attimo. Poi abbassa il lucchetto del banco, quel tanto che basta perché nessuno da dietro possa vedere. Da sotto il bancone tira fuori una bottiglia di latte, lultima, nascosta per le emergenze. La infila nella borsa senza dire nulla.

Poi divide la carne in due, ne mette un pezzo in ciascuna borsa e stringe bene i nodi.

Così va meglio, sussurra. Che basti per tutte e due.

Caterina vorrebbe dire qualcosa, ma non ci riesce. La signora Benedetta abbassa il capo, mormora solo un che Dio vi benedica, che si perde nel trambusto del negozio.

La commessa fa un cenno con la mano.

Andate, che avete già preso abbastanza freddo.

Escono senza voltarsi. Sta nevicando fine. La fila è quasi sparita. Chi ha visto la scena non dice niente, ma la ricorda.

Questa storia non è diventata di dominio pubblico. È rimasta tra chi cera, in una mattina dinverno, durante una coda qualunque davanti alla salumeria. È arrivata solo dove serviva: a chi aveva bisogno di sentirsi dire che non era solo, anche se non lavrebbe mai ammesso.

Nei giorni dopo, si raccontava a bassa voce, senza enfasi, Sai che è successo una volta, in coda? Così iniziavano le storie. Nessuno le raccontava come qualcosa di grande. Erano solo ricordi.

Perché in quegli anni, le file non erano solo per il cibo. Parlavano di persone. Di come ci si capiva con uno sguardo, di come si teneva il posto allaltro, di come ogni tanto si faceva passare avanti chi era più debole o più stanco. Di come, dal poco di ognuno, si costruiva un senso di normalità.

La storia di Caterina e della signora Benedetta non è che una delle tante. Ne sono successe di simili davanti a molte salumerie, in molte fredde mattine. Non tutte sono finite bene. Ma abbastanza da restare nella memoria.

Perché, a volte, nel mezzo della mancanza, lunica cosa che davvero non è mai mancata era la bontà danimo.

Se questa storia ti ha ricordato qualcosa, raccontacelo nei commenti. Alcuni ricordi non chiedono altro che essere tramandati.

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Quell’inverno dell’87 che i milanesi ricordano non per il freddo, ma per le lunghissime file all’Alimentari: Maria, la sveglia prima dell’alba, la speranza di trovare carne e latte, il gesto di cuore verso la signora Valeria e una solidarietà che scaldava più di qualunque cappotto, in una mattina ghiacciata tra battute, attese e la magia di condividere il poco che c’era – perché a volte, tra le privazioni, solo l’umanità non finiva mai