Dieci anni da cuoca, tata e domestica nella casa del figlio senza mai un grazie: la storia di una maestra italiana in pensione che ha sacrificato tutto per la famiglia del figlio, tra lavoro silenzioso, nessun riconoscimento e, finalmente, la libertà di vivere per sé dopo aver donato la sua “seconda giovinezza” ai nipoti.

Per dieci anni, ho lavorato come cuoca nella casa di mio figlio, senza mai ricevere nemmeno una parola di ringraziamento.

Cera una maestra che si era ritirata a sessantacinque anni. Dopo il pensionamento, si trasferì da suo figlio, nella sua famiglia. La incontrai qualche tempo fa e mi confidò con una gioia strana che era andata di nuovo in pensione, come se letà fosse fatta di livelli da scalare.

Ricordo di quando, appena lasciato il lavoro, si sistemò nella casa del figlio. Lappartamento suo lo chiuse a chiave come un sarcofago antico. Chissà perché non lo affittava forse temeva, forse semplicemente non ci pensava.

Tra la nuora e lei, i rapporti erano cortesi, quasi irreali: non litigavano mai, non cerano discussioni; sembravano marionette che vivevano in un teatrino famigliare. La quotidianità scorreva liscia, silenziosa.

Per me, questa donna aveva compiuto un piccolo miracolo. La convivenza iniziò quando il nipotino compì appena un anno e lei restò lì per dieci anni esatti.

La nuora tornò a lavorare, e la nonna si ritrovò a portare sulle sue spalle il peso del mondo domestico. Ecco il sogno (o incubo?): una creatura piccola sempre fra le braccia, mille responsabilità. Non tutti avrebbero il coraggio di domare il caos di una casa vissuta.

La giornata iniziava allalba e finiva a notte. Era la tata, la cuoca, la donna delle pulizie. I giovani rincasavano verso le sette di sera, quel momento magico in cui poteva finalmente sedersi e respirare, giusto qualche istante, prima che tutto ricominciasse il mattino dopo.

Il bambino iniziò la scuola. Lì il sogno si fece ancora più strano: lei lo accompagnava alle lezioni sul tram, lo riprendeva alluscita, gestiva il susseguirsi infinito di compiti e fatica. Fino alla quinta elementare. Intanto, nessuno la sollevava dalle pulizie e dalla cucina.

La donna mi raccontava di come la sera, troppo stanca per guardare la televisione, si addormentasse sul divano, come in una fiaba in cui il tempo si dissolve.

Zero amiche, zero divertimento: le feste, se cerano, erano per i giovani. Chi restava a casa col bambino? Lei, ovviamente solitaria come una statua, vegliava il nipote tra sogni confusi.

Ormai, il bambino aveva quasi dieci anni. La donna avrebbe continuato a lavorare come unombra nella loro casa, ma il destino sinnestò imprevisto.

Una sera, sentì la nuora sussurrare al figlio: Tua madre mette troppo detersivo in lavatrice, la roba puzza di chimico. Dille qualcosa, piano. Dieci anni a lavare panni, e ora questo.

Stringendo i denti, scacciò loffesa senza fiatare.

Non dovette aspettare molto per la seconda prova: la nuora propose di liberare la sua stanza per il bambinoTu puoi sistemarti nel soggiorno, è solo di passaggio. Fu in quel momento che capì che era arrivata la sua ora: Adesso basta, pensò.

Raccolse le sue cose, ritornò nel vecchio appartamento. Lo ripulì per bene, aprì le finestre al sole, rimise in moto la sua vita.

Il figlio e la nuora si risentirono. Probabilmente pensavano che lei avrebbe continuato a lavorare per loro fino alla fine dei giorni. Erano abituati!

E la tristezza? Stava nel vedere che nessuno le riconosceva la fatica. Come se fosse naturale: lavare, cucinare, pulire, vivere senza volto e senza volontà. Nessuno pareva vedere quanto si stancasse, nessuno ricordava che era una donna, una persona.

Smetterono perfino di parlarle. Ma la donna, di nome Loredana, era ottimista. Sperava che tutto si sarebbe aggiustato.

Oggi, ha una gioia vera: finalmente può pensare a sé. Nessuna fretta, nessuna responsabilità, solo giorni liberi come doro zecchino. Che serve altro?

Così, a settantacinque anni, provò una felicità nuova. Ricordate la canzone La seconda giovinezza arriva, se la prima lhai protetta? Lei, Loredana, ha vissuto il miracolo di sentirsi libera. Il diritto intoccabile di vivere per sé stessa, senza obblighi.

Sarà anche una parola bella, ma questa è vera dedizione.

Chi sa davvero quanto vale? Nemmeno i nostri figli: ci si abitua che qualcuno lavi, cucini, metta in tavola e sparecchi. Che sistemi il bucato fresco, che vegli e coccoli il tuo bambino, gli prepari la cena, lo accompagni verso il sonno e gli risolva i compiti. A queste cose ci si abitua in fretta, come in un sogno che non finisce mai.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

two × 4 =

Dieci anni da cuoca, tata e domestica nella casa del figlio senza mai un grazie: la storia di una maestra italiana in pensione che ha sacrificato tutto per la famiglia del figlio, tra lavoro silenzioso, nessun riconoscimento e, finalmente, la libertà di vivere per sé dopo aver donato la sua “seconda giovinezza” ai nipoti.