Ciao, ti racconto quella volta che mi è capitato qualcosa di assurdo, quasi da film, ma è successo davvero a Milano.
Zio, prendi la mia sorellina, non ha mangiato nulla da giorni ha urlato, e io mi sono girato di scatto, con la bocca aperta per la sorpresa.
Per favore prendila, è affamata ha implorato unaltra voce, flebile, che si è fatta strada tra il rumore della strada.
Quel grido, pieno di disperazione, mi ha colto di sorpresa mentre correvo più che correre, sembrava di volare, come se un nemico invisibile mi inseguisse. Il tempo mi stringeva: milioni di euro erano legati a una decisione che dovevo prendere oggi al consiglio di amministrazione. Da quando Elena, la mia moglie, è sparita, il lavoro è diventato lunica ancora a cui aggrapparmi.
Eppure quel suono mi ha fatto fermare.
Mi sono girato di nuovo. Davanti a me cera un bambino di circa sette anni, magro, con gli occhi pieni di lacrime. Nelle mani stringeva un piccolo involucro, dal quale spuntava il viso di una bambina. La piccola, avvolta in una coperta logora, piagnucolava a voce bassa, mentre il ragazzo la stringeva al petto come se fosse lunico scudo in quel mondo indifferente.
Ho esitato. Sapevo che non potevo perdere tempo, dovevo andare avanti. Ma qualcosa nel suo sguardo, o nel semplice per favore, ha toccato una parte profonda della mia anima.
Dovè la mamma? ho chiesto, sedendomi accanto al bambino.
Ha promesso di tornare ma da due giorni non cè più. Aspetto qui, sperando che ricompaia ha risposto il ragazzino, la voce tremante quanto la sua mano.
Si chiamava Matteo, e la piccola era Ginevra. Erano rimasti soli, senza biglietti, senza spiegazioni, solo con una speranza a cui il settantenne si aggrappava come a un filo di paglia.
Ho pensato di comprare cibo, chiamare la polizia, avvertire i servizi sociali. Ma al solo nome polizia Matteo si è irrigidito e ha sussurrato con dolore:
Per favore, non prendeteci. Porterebbero via Ginevra
In quel momento ho capito che non potevo più semplicemente allontanarmi.
Al caffè più vicino Matteo ha mangiato a tavolino con avidità, mentre io ho somministrato a Ginevra una miscela di latte e farina che avevo comprato in farmacia. Qualcosa di sepolto da tempo cominciava a risvegliarsi dentro di me, sotto quel freddo scudo di indifferenza.
Ho chiamato il mio assistente:
Annulla tutti gli incontri, oggi e domani.
Poco dopo sono arrivati gli agenti Rossi e Bianchi. Domande di routine, procedure standard. Matteo mi ha stretto la mano, quasi implorando:
Non ci porterete in un rifugio, vero?
Io non mi aspettavo di dire quelle parole, ma ho risposto:
Non lo farò. Lo prometto.
Nel reparto sociale è intervenuta la signora Lara Petrov, una vecchia amica e assistente sociale esperta. Grazie a lei, è stato avviato un affidamento temporaneo.
Solo finché non trovate la mamma mi ripetevo a me stesso, quasi a convincermi. Solo temporaneamente.
Ho portato i due bambini a casa mia. In macchina regnava un silenzio tombale. Matteo teneva stretta la sorellina, senza fare domande, sussurrandole parole dolci per calmarla.
Il mio appartamento, con i tappeti soffici e le grandi finestre che si affacciavano su tutta Milano, li ha accolti. Per Matteo è stato come entrare in una favola: non aveva mai conosciuto tanto calore e tanto conforto.
Io, però, mi sentivo spaesato. Non avevo idea di come gestire biberon, pannolini e routine giornaliera. Inciampavo nei pannolini, dimenticavo gli orari dei pasti, le nanna.
Ma Matteo era lì, silenzioso, attento, pronto a darmi una mano: cullava Ginevra, le cantava ninnenanne, la metteva a letto con la tenerezza di chi ha fatto quello mille volte.
Una sera Ginevra non voleva addormentarsi, girava e rigirava nel lettino. Matteo lha presa in braccio e ha iniziato a cantare piano. Dopo pochi minuti la piccola era tranquilla, addormentata.
Sei davvero bravo a calmarla le ho detto, con il cuore che si scioglieva.
Ho imparato, ha risposto, senza drammi, solo come un fatto di vita.
Allora il telefono ha squillato: era Lara.
Abbiamo trovato la mamma. È viva, ma sta facendo una riabilitazione per una dipendenza da stupefacenti, con una condizione delicata. Se completerà il percorso e dimostrerà di poter prendersi cura dei bambini, le saranno restituiti. Altrimenti lo Stato prenderà laffido, o potresti essere tu.
Sono rimasto in silenzio, con il petto stretto.
Puoi formalizzare laffido, o addirittura adottare, se è davvero quello che vuoi.
Non ero sicuro di essere pronto a diventare padre, ma non volevo perderli.
Quella sera Matteo era seduto in un angolino del soggiorno, disegnando con la matita.
Che cosa succederà a noi? ha chiesto, senza distogliere gli occhi dal foglio, la voce carica di paura, dolore, speranza e il timore di essere nuovamente abbandonato.
Non lo so ho risposto onestamente, sedendomi accanto a lui. Ma farò tutto il possibile per tenervi al sicuro.
Matteo ha taciuto un attimo, poi ha chiesto:
Ci prenderanno di nuovo? Ti toglieranno la casa?
Lho avvolto in un grande abbraccio, senza parole, solo per fargli sentire che non era più solo.
Non vi lascerò, lo prometto. Mai.
In quel momento ho capito che quei bambini non erano più un caso: erano diventati parte di me.
Il giorno dopo ho chiamato Lara:
Voglio diventare il loro tutore legale, a tutti gli effetti.
Il percorso è stato una giungla di controlli, colloqui, visite a domicilio, domande infinite. Ma ho superato tutto, perché adesso avevo un vero scopo: Matteo e Ginevra.
Quando laffido temporaneo è diventato definitivo, ho deciso di trasferirmi. Ho comprato una casa fuori città, con giardino, canto duccelli al mattino e lodore dellerba bagnata dalla pioggia.
Matteo è sbocciato come un fiore. Rideva, costruiva fortini di cuscini, leggeva ad alta voce, portava i disegni e li appendeva orgoglioso sul frigo. Viveva davvero, libero dal timore.
Una sera, mentre lo mettevo a letto, ho coperto Matteo con la coperta e gli ho accarezzato i capelli. Lui mi ha guardato dallalto in basso e ha sussurrato:
Buona notte, papà.
Mi è salito un calore profondo, gli occhi si sono riempiti di lacrime.
Buona notte, figlio mio.
In primavera è avvenuta ladozione ufficiale. La firma del giudice ha sancito tutto, ma nel mio cuore la decisione era già presa da tempo.
Il primo Papà! di Ginevra è diventato più prezioso di qualsiasi successo professionale.
Matteo ha fatto amicizie, si è iscritto al calcio, a volte tornava a casa con una banda di ragazzini chiassosi. Io ho imparato a fare trecce, a preparare colazioni, ad ascoltare, a ridere e a sentirmi di nuovo vivo.
Non avevo mai pensato di diventare padre, non lavevo cercato. Ora non riesco a immaginare la mia vita senza di loro.
È stato difficile, è stato inaspettato, ma è stato il dono più bello che mi sia capitato.






