La sindrome della vita rimandata
Confessioni di una donna di sessantanni
Giovanna:
Questanno ho compiuto sessantanni. Nessun parente mi ha fatto gli auguri, nemmeno con una telefonata per il mio compleanno rotondo.
Ho una figlia e un figlio, un nipote e una nipotina, e un ex marito che ormai fa la sua vita.
Mia figlia ha quarantanni, mio figlio trentacinque.
Entrambi vivono a Milano, entrambi hanno studiato nelle migliori università della città. Sono intelligenti, ambiziosi, capaci. Mia figlia è sposata con un funzionario di alto livello, mio figlio ha sposato la figlia di un influente imprenditore milanese. Entrambi con carriere solide, molte proprietà immobiliari, e oltre al lavoro pubblico hanno anche una loro attività. Tutto stabile.
Il mio ex marito se ne andò appena nostro figlio laureato. Disse che era stanco di quella vita frenetica. Eppure aveva sempre lavorato tranquillo nel suo ufficio, passava i weekend con gli amici o sul divano, andava in ferie per un mese al Sud da suoi parenti. Io invece ferie non ne prendevo mai: lavoravo contemporaneamente come ingegnera in fabbrica, come donna delle pulizie nellamministrazione dello stesso stabilimento, e il sabato e la domenica come addetta al reparto confezionamento in un supermercato dalle otto alle venti, pulendo anche tutti i locali di servizio.
Tutto quello che guadagnavo finiva ai figli: vivere a Milano costa, e chi studia in università prestigiose deve apparire elegante. Senza contare cibo, svaghi e qualche uscita.
Ho imparato a indossare vestiti vecchi, spesso riadattati da me, e le scarpe sempre riparate. Pulita, ordinata, mi bastava così. Lunica mia distrazione erano i sogni: qualche volta mi vedevo giovani, felice, che ridevo spensierata.
Il mio ex marito, appena lasciata casa, si comprò una macchina nuova, costosa, di tutto prestigio. Avrà risparmiato parecchio, penso. Nella nostra vita insieme, lunica spesa che sosteneva era laffitto; per il resto, pensavo io a tutto. I figli li ho cresciuti io
La casa, dove viviamo ancora, me lha lasciata mia nonna: un bel trilocale in una palazzina anni 50 con soffitti altissimi. Originariamente due stanze, poi trasformata in tre: cera uno sgabuzzino di quasi nove metri quadri con finestrella, che ho ristrutturato e reso una cameretta accogliente con letto, scrivania, armadio. Lha occupata mia figlia. Io e mio figlio in una stanza, anche perché rientravo solo la sera. Il marito nel soggiorno. Dopo che mia figlia si trasferì a Milano, ho preso io quello sgabuzzino e mio figlio rimasto nella sua stessa stanza.
La separazione col marito fu senza litigi, senza divisioni o accuse. Era semplicemente troppo stancante, e io accettai quasi con sollievo. Non dovevo più cucinare due portate più dolce e bevanda, né lavare, stirare e mettere in ordine la sua roba: potevo impiegare quel tempo finalmente per riposarmi.
A quel punto, avevo già accumulato una serie di acciacchi schiena, articolazioni, diabete, tiroide, esaurimento nervoso. Per la prima volta in vita mia presi davvero le ferie dal lavoro principale e mi curai un po. Ma le attività extra non ho mai avuto il coraggio di abbandonarle. Così, mi sono ripresa un po.
Un giorno assunsi un bravo idraulico che con il collega mi rifecero il bagno in due settimane. Per me fu una gioia! Una piccola felicità personale, pensata solo per me!
Per tutto questo tempo, ai miei figli di successo ho sempre mandato soldi invece di regali per compleanno, Natale, la Festa della Donna, per il 23 febbraio. Poi sono arrivati anche i nipoti. Insomma, non ho mai potuto smettere di lavorare. Per me niente avanzava. I festeggiamenti per me erano rari, di solito solo in risposta ai miei auguri a loro. Mai mi hanno regalato qualcosa.
La ferita più grande? Non sono mai stata invitata ai loro matrimoni.
Mia figlia me lo disse apertamente: Mamma, in quellambiente non ti troveresti a tuo agio. Ci saranno persone dal Quirinale.
Del matrimonio di mio figlio lho saputo solo dopo, da mia figlia. Almeno non mi hanno chiesto soldi per le nozze
Mai nessuno viene a trovarmi, anche se li invito spesso. Mia figlia mi dice che da noi, in questo paesotto (che comunque è una città con quasi un milione di abitanti), non ha nulla da fare. Mio figlio ripete che non ha tempo, mamma. Eppure a Milano ci sono otto voli al giorno, in due ore si arriva.
Come posso chiamare quel periodo della mia vita? Forse lepoca delle emozioni soffocate
Ho vissuto come Rossella OHara: Ci penserò domani
Ho sempre represso le lacrime e la sofferenza, qualsiasi emozione la perplessità, la disperazione. Ero come un automa programmato solo per il lavoro.
Poi la fabbrica fu venduta a degli imprenditori milanesi e iniziò una riorganizzazione. Noi lavoratrici vicine alla pensione fummo tagliate fuori, persi così due lavori, ma almeno mi concessero la pensione anticipata: 900 euro al mese… Provaci tu a vivere con quella cifra.
Alla fine, mi è andata bene: nel mio condominio di cinque piani si è liberato il posto da donna delle pulizie così mi sono messa a lavare le scale, guadagnando altri 900 euro. Non ho rinunciato ai turni in supermercato: in una giornata portavo via 50 euro. Faticoso, sì, stare in piedi tutto il giorno.
Con calma ho cominciato a rimettere a nuovo la cucina. Ho fatto tutto da sola, il mobile da cucina lho ordinato da un vicino gentile: ottimo lavoro, prezzo buono.
E ho iniziato a mettere da parte qualcosina. Avrei voluto rinnovare anche le stanze, cambiare qualche mobile. Avevo dei progetti Però, tra questi progetti, non c’ero mai io! Cosa spendevo per me? Solo il minimo per mangiare, e neanche mangio molto. E farmaci. Molta parte del mio budget andava in medicinali. Laffitto aumentava ogni anno. Il mio ex continuava a consigliarmi di vendere il trilocale diceva che col quartiere così, avrei preso un ottimo prezzo, e comprato poi un bilocale su misura.
Ma non ce la faccio. È il ricordo di mia nonna, la casa dove sono cresciuta. I miei genitori non li ho mai conosciuti. Sono legata a questo appartamento come nullaltro al mondo.
Con mio ex marito abbiamo mantenuto una relazione cordiale. Ci vediamo ogni tanto, come vecchi amici. Lui sta bene. Non parla mai della sua vita personale. Una volta al mese viene a trovarmi, porta un po di spesa: patate, verdura, pasta, acqua. Le cose pesanti. I soldi li rifiuta. Dice che la consegna a domicilio porta sempre cibo scadente. E mi convince.
In me, però, tutto pare essersi cristallizzato: tutto racchiuso in una massa. Vivo, continuo a lavorare, non sogno più. Non desidero più nulla per me stessa. Mia figlia e i nipoti li vedo solo su Instagram. La vita di mio figlio la sbircio dallaccount della nuora. Mi rallegro che stiano bene, che abbiano la salute, che possano viaggiare e frequentare ristoranti di lusso.
Forse ho dato loro troppo poco amore. Forse per questo non ne ho ricevuto. Qualche volta mia figlia mi chiede come sto. Rispondo sempre che tutto va bene. Non mi lamento mai. Mio figlio mi manda di tanto in tanto messaggi vocali su WhatsApp: Ciao mamma, spero che tu stia bene.
Una volta mi disse che non voleva sentire parlare dei miei problemi con papà, che il negativismo lo abbatte. Da quel giorno non gli racconto più nulla, rispondo solo: Sì, tesoro, tutto bene.
Quanto vorrei abbracciare i miei nipoti, ma temo che non sappiano neppure che hanno una nonna viva: pensionata, donna delle pulizie. Probabilmente secondo la storia ufficiale la nonna è già morta
Non ricordo neppure lultima volta che ho comprato qualcosa solo per me forse qualche paio di calzini, biancheria, i più economici. Mai sono andata da unestetista, né per una manicure né per un pedicure. Una volta al mese vado a tagliarmi i capelli dalla parrucchiera sotto casa. Li tingo da sola. Mi consola il fatto che, da giovane come da anziana, ho sempre la stessa taglia: la 46/48. Il guardaroba non va mai rinnovato.
E mi spaventa pensare al giorno in cui magari non potrò più alzarmi dal letto la schiena mi fa soffrire ogni giorno. Ho paura di non muovermi più.
Forse non avrei dovuto vivere così: senza pause, senza piccole gioie, solo lavorando e rimandando tutto al dopo? Ma dovè quel dopo? Non è mai arrivato Dentro di me cè il vuoto il cuore è spento e attorno solo solitudine
Non accuso nessuno. E nemmeno riesco a sentirmi in colpa. Ho sempre lavorato, e continuo a farlo. Metto via un piccolo fondo di sicurezza, casomai non potrò più lavorare. Piccolo, ma comunque qualcosa. Ma ormai lo so: se finirò a letto, non vorrò più vivere non voglio essere un peso per nessuno.
E sapete qual è la cosa più triste? Nessuno mi ha mai regalato dei fiori MAI Diventerà davvero ironico, se qualcuno porterà fiori freschi sulla mia tomba verrebbe da riderci su
Forse la lezione più grande che ho imparato è che vivere solo per gli altri non basta: bisogna saper prendersi cura anche di sé, concedersi piccoli momenti di felicità, non rimandare perennemente tutto. Lamore, la presenza e le attenzioni valgono più di qualsiasi sacrificio. Bisogna amare anche se stessi, perché nessuno potrà farlo al nostro posto.






