SEI TU LA MIA FELICITÀ? In realtà, non avevo alcuna intenzione di sposarmi. Se non fosse stato per la perseveranza del mio futuro marito, avrei continuato a vivere libera come una rondine. Arturo, come una farfalla impazzita, svolazzava intorno a me, non mi perdeva di vista, cercava di accontentarmi in tutto, mi coccolava… Alla fine, mi sono arresa. Ci siamo sposati. Arturo è diventato subito una presenza familiare e rassicurante, come indossare le pantofole in casa: comodo e confortevole. Un anno dopo è nato nostro figlio, Vittorio. Mio marito lavorava in un’altra città e tornava a casa una volta a settimana, portandoci sempre qualche prelibatezza locale. Durante uno dei suoi ritorni, come di consueto preparo la sua roba da lavare. Ho preso l’abitudine di rovistare nelle sue tasche: una volta ci ho trovato persino la patente da lavare! Da allora, controllo minuziosamente ogni tasca prima di lavare. Quella volta, dai pantaloni è caduto un foglietto piegato in quattro. Lo apro, leggo: una lunga lista di materiale scolastico (era agosto). In fondo, scritto con una calligrafia infantile: “Papà, torna presto.” Ecco come si diverte mio marito fuori casa! Un bigamo! Non ho fatto scenate, né preparato la valigia. Ho preso per mano nostro figlio (che non aveva ancora compiuto tre anni) e sono andata a stare da mia madre. Per un bel po’. Mamma ci ha dato una stanzetta: -State qui finché non fate pace. Mi è balenata l’idea di vendicarmi del marito ingrato. Ho ripensato a Romolo, un compagno di scuola che non mi lasciava mai in pace. Lo chiamo. -Ciao Romolo! Non sei ancora sposato? – attacco con cautela. -Nadia? Ciao! Che importa, sposato-divorziato… Ci vediamo? – si anima Romolo. La mia storia con Romolo, assolutamente non prevista, è durata sei mesi. Arturo portava mensilmente gli alimenti per nostro figlio a mia madre e se ne andava in silenzio. Sapevo che mio marito viveva con Caterina Esposito. Aveva una figlia dal primo matrimonio. Caterina insisteva che la bambina chiamasse Arturo “papà”. Vivevano tutti nell’appartamento di Arturo. Appena Caterina seppe che io me ne ero andata, si trasferì lì da un’altra città con la figlia. Caterina idolatrava Arturo: gli faceva sciarpe di lana, maglioni caldi, lo viziava con manicaretti. Lo seppi più tardi. Avrei rinfacciato a mio marito Caterina per tutta la vita. In quel periodo, però, pensavo che il nostro matrimonio fosse fallito e spacciato. …Ma incontrandoci per discutere il divorzio davanti a un caffè, io e Arturo siamo stati travolti dai ricordi più belli. Lui mi dichiarò un amore immenso, si pentì. Disse che non sapeva come mandare via la pressante Caterina. Mi fece una pena infinita. Così tornammo insieme. Tra parentesi, mio marito non seppe mai nulla di Romolo. Caterina con la figlia lasciarono per sempre la nostra città. …Sette anni di felicità familiare sono volati. Poi Arturo ebbe un brutto incidente stradale. Operazioni alla gamba, riabilitazione, camminava con il bastone. Ci vollero due anni di cure. Tutto ciò lo sfinì. Arturo iniziò a bere molto. Perse completamente il controllo. Si chiuse in sé stesso. Era difficile da vedere. I tentativi di aiutarlo non servivano: ci faceva soffrire entrambi. Rifiutava ogni appoggio. Sul lavoro, però, trovai una “spalla” su cui piangere: Paolo. Mi ascoltava nella sala fumatori, passeggiavamo insieme dopo il lavoro, mi consolava. Paolo era sposato; la moglie aspettava il secondo figlio. Ancora oggi non so come ci ritrovammo insieme a letto. Assurdo. È più basso di me di una testa, minuto, non è affatto il mio tipo! E partì la giostra! Paolo mi portava a mostre, concerti, balletti. Quando la moglie partorì una bambina, Paolo rallentò con gli svaghi, si licenziò e trovò lavoro altrove. Forse pensò: “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”? Non avanzavo pretese, così lo lasciai tornare in famiglia. Quest’uomo è stato solo un antidoto temporaneo alla mia sofferenza. Non volevo intromettermi nel suo matrimonio. Intanto Arturo continuava a bere. …Dopo cinque anni, io e Paolo ci siamo rivisti per caso, ha persino proposto di sposarmi. Mi venne da ridere. Il mio Arturo si riprese brevemente. Partì per lavorare in Repubblica Ceca. In quel periodo ero una moglie modello e una madre premurosa; tutte le mie energie venivano dedicate solo alla famiglia. Arturo tornò dall’estero dopo sei mesi. Ristrutturammo casa, comprammo elettrodomestici, riparò la sua auto tedesca. Sembrava tutto perfetto. E invece no! Arturo ricominciò a bere. Era un inferno! Gli amici lo riportavano a casa, lui non si reggeva in piedi. Io lo cercavo per il quartiere, trovandolo sbronzo su una panchina, con le tasche vuote, e lo trascinavo verso casa. Ogni genere di avventura. …Un giorno primaverile, molto triste, attendevo l’autobus. Uccellini cantano, il sole splende, ma io non riesco a godermi tanta allegria. All’improvviso qualcuno sussurra: -Posso forse aiutare la vostra tristezza? Mi volto. Oh cielo! Che uomo affascinante! E io, a 45 anni, di nuovo “fragola”? Mi imbarazzo come una ragazzina. Per fortuna arriva l’autobus, salto su e scappo via, lontano dalla tentazione. Lui mi saluta con la mano. Tutto il giorno sognai di lui. Ovviamente, finsi di resistere qualche settimana… Ma Egidio (così si chiamava lo sconosciuto) come un carro armato abbatteva ogni mia difesa. Ogni mattina mi attendeva alla fermata. Cercavo di non tardare. Cercavo il mio “macho” da lontano. Egidio, appena mi vedeva, mi mandava baci col sorriso. Un giorno mi ha portato un mazzo di tulipani rossi. Gli dico: -Ma dove vado al lavoro con i fiori? Mi scoprono tutte le colleghe e mi accusano! Egidio sorride: -Oh, non ho pensato alle “terribili” conseguenze! Allora regala il mazzo a una signora anziana che aveva seguito la scena. Lei si illumina: “Grazie, figliolo, ti auguro un’amante focosa!” Arrossii. Meno male che non mi augurò un’amante giovanissima, sarei sprofondata! Egidio aggiunse, rivolto a me: -Allora, Nadia, diventiamo colpevoli insieme! Non te ne pentirai. A dire il vero, la proposta era tentatrice e perfetta per il momento. Con mio marito ormai sparso sul letto, perso nell’alcol, non avevamo più una relazione. Egidio era astemio, ex atleta (aveva 57 anni), ottimo conversatore, divorziato. Aveva un fascino irresistibile! Mi immersi in quest’avventura amorosa! Era un vortice di passione. Tre anni passati tra casa e Egidio. L’anima turbata. Non avevo né forza né voglia di fermarmi. Eppure, quando finalmente il desiderio di lasciare Egidio si fece vivo, mancava la forza. Si sa: se ti innamori del prodotto, la ragione cede. Vicino a Egidio, mi mancava il fiato! Ero accecata! Ma sentivo che quella passione non avrebbe portato a nulla di buono. Non amavo Egidio. Tornando a casa, stremata dopo l’amante focoso, cercavo di avvinghiarmi a mio marito, magari ubriaco, maleodorante, ma mio e puro! Meglio il pane secco di casa che i dolci altrui! Ecco la verità della vita: la passione deriva da “patire”. Volevo soffrire e liberarmi di Egidio, ritornare alla famiglia. Così pensava la mente, ma il corpo correva volentieri alla perdizione. Ero prigioniera della follia. Mio figlio sapeva di Egidio. Ci vide una sera al ristorante con la sua fidanzata. Dovetti presentare Egidio a mio figlio. Si strinsero la mano, si salutarono. A cena, Vittorio mi guardava interrogativamente. Aspettava una spiegazione. Sdrammatizzai: collega di lavoro, nuovo progetto. “Sì, certo… In un ristorante?” annuì il ragazzo. Non mi giudicò. Mi chiese solo di non divorziare da papà. Chissà, forse papà si sarebbe ripreso. Mi sentivo una pecora smarrita. Un’amica divorziata mi consigliava di “buttare al diavolo quei maledetti amanti” e calmarmi. Ascoltavo con attenzione: lei era già al terzo marito! Lo ripeto, i ragionamenti logici non bastano. Ma mi fermai solo quando Egidio tentò di alzare le mani. Quello fu il limite. L’amica aveva ragione: -Calmo il mare, finché resti sulla riva… Mi si aprirono gli occhi, anzi, una vera rivelazione. Fine della pena durata tre anni! Finalmente libera! Che sollievo! Egidio ha tentato a lungo di riconquistarmi, mi aspettava ovunque, chiedeva perdono in ginocchio… Ma io restai ferma. La mia amica mi baciò e mi regalò una tazza con scritto “Sei quella giusta!” Per quanto riguarda Arturo, sapeva tutto delle mie avventure. Egidio gli telefonava e gli raccontava. Era sicuro che avrei lasciato la famiglia. Arturo mi confidò: -Sentendo le canzoni del tuo corteggiatore, volevo morire. Ero io il colpevole! Io ho perso mia moglie! L’ho scambiata per la bottiglia. Idiota. Che avrei potuto dirti? …Sono passati dieci anni. Arturo ed io abbiamo due nipotine. Un pomeriggio, seduti a tavola con il caffè, io guardo dalla finestra. Arturo mi prende dolcemente la mano: -Nadia, non guardare altrove. Io sono la tua felicità! Ci credi? -Certo che ti credo, mio unico amore…

SEI LA MIA FELICITÀ?

A dire il vero, il matrimonio non era mai nei miei piani. Se non fosse stato per la tenacia di mio futuro marito, sarei rimasta ancora oggi una rondine libera. Antonio, come una farfalla impazzita, volteggiava intorno a me, sempre attento, cercava di compiacermi, mi toglieva ogni pensiero dalla testa Insomma, alla fine mi sono arresa. Ci siamo sposati.

Antonio, dal primo giorno, divenne il mio porto sicuro, familiare e vicino. Con lui tutto era semplice e sereno, come indossare le pantofole preferite.
Dopo un anno, nacque nostro figlio, Santino. Antonio lavorava in unaltra città. Tornava a casa una volta alla settimana e portava sempre qualche dolcetto per me e Santino. Un giorno, mentre preparavo la biancheria di Antonio per la lavatrice, come ogni volta, controllai ogni tasca. Ormai era diventata una abitudine; una volta avevo lavato persino la sua patente

Da allora, prima di ogni bucato, palpo per bene ogni sporgenza e piega delle tasche. Quella volta, dai pantaloni cadde un foglietto piegato. Lo aprii, lessi: era una lunga lista di materiale scolastico (era agosto). In fondo, una scritta incerta da mano di bambino: Papà, torna presto.

Ah, ecco come si diverte mio marito in città! Un vero bigamo!
Niente scenate, però. Presi la borsa, il piccolo Santino per mano (allepoca non aveva neanche tre anni) e andai da mamma, in visita. Per stare un po via. Mamma ci sistemò una cameretta tutta per noi:
State qui finché non fate pace.

Mi balenò la voglia di vendetta contro quel marito ingrato. Mi tornò in mente il mio ex compagno di classe, Romano. Lo farò ingelosire con Romano! Lui non mi lasciava mai in pace, né a scuola né dopo. Lo chiamai.
Ciao Romano! Sei ancora scapolo? domandai con tono ambiguo.
Nadia? Ciao! Che importa, sposato o divorziato Ci vediamo? Romano sembrava rinvigorirsi.

Quella storia, nata per caso, durò sei mesi. Antonio ogni mese portava gli alimenti per nostro figlio e li consegnava direttamente a mia madre, poi usciva senza dire una parola.
Sapevo che Antonio viveva con una certa Caterina Esposito. Da un precedente matrimonio, lei aveva una bambina. Caterina insisteva che la figlia chiamasse Antonio papà. Si erano trasferite entrambe nella casa di Antonio appena saputo della mia partenza. Caterina lo venerava. Gli cuciva calze di lana e golf caldi, lo nutriva di piatti abbondanti e saporiti. Questo lho scoperto solo dopo. Nei miei pensieri di allora, il nostro matrimonio era al capolinea, ormai in rovina.

Eppure, durante un incontro in una caffetteria (per discutere del divorzio), io e Antonio fummo travolti da dolci ricordi. Antonio mi confessò il suo amore assoluto e si pentì sinceramente. Mi disse che non sapeva come liberarsi della petulante Caterina.

Mi prese una compassione infinita per lui, così ci riavvicinammo. A dire il vero, Antonio non seppe mai nulla di Romano. Caterina e sua figlia lasciarono la nostra città per sempre.

Passarono sette anni di vita insieme felice. Poi, Antonio ebbe un grave incidente stradale. Operazioni, riabilitazione, un bastone per camminare. La guarigione fu lunga, durò due anni. Tutta questa sofferenza lo distrusse. Antonio cominciò a bere pesantemente. Si chiuse in se stesso, diventò irriconoscibile. Era straziante vederlo così. Qualsiasi tentativo di aiutarlo era vano. Si consumava e consumava anche noi. Rifiutava qualsiasi sostegno.

Nel frattempo, al lavoro, trovai un confidente per le lacrime: Paolo. Mi ascoltava durante le pause, passeggiava con me dopo lufficio, mi consolava. Paolo era sposato, sua moglie aspettava il secondo figlio. Ancora oggi non capisco come finimmo nello stesso letto. Assurdo! Lui, basso e mingherlino, non era affatto il mio tipo!

E così fu: Paolo mi trascinava a mostre, concerti, balletti. Dopo la nascita di sua figlia, rallentò con gli svaghi, si licenziò e cambiò lavoro. Forse pensò: Lontano dagli occhi, lontano dal cuore? Io non pretendevo nulla, quindi lo lasciai tornare alla famiglia senza rimpianti. Fu solo un antidoto momentaneo al mio dolore. Mai intesi invadere lamore altrui.

E intanto, Antonio continuava a bere.
Dopo cinque anni, io e Paolo ci incontrammo per caso. Mi fece una proposta seria, di matrimonio. Mi venne da ridere.

Antonio finalmente riprese in mano la sua vita, seppur per poco. Si trasferì in cerca di lavoro a Praga. Io nel frattempo divenni la mamma e la moglie perfetta, i miei pensieri rivolti solo alla famiglia.

Antonio tornò dopo sei mesi. Facemmo i lavori in casa, comprammo nuovi elettrodomestici. Antonio sistemò finalmente la sua macchina straniera. Tutto sembrava andare per il meglio. E invece, ricadde nellalcol. Tornarono gli inferni. Gli amici dovevano riportarlo di peso a casa, incapace persino di camminare. Andavo in giro per il quartiere a cercarlo, trovandolo addormentato su una panchina, con le tasche svuotate. Lo trascinavo a casa. Tutto capitava!

Una certa primavera, mi ritrovo pensierosa alla fermata dellautobus. Gli uccellini cinguettano, il sole sorride, la luce mi accarezza Ma io non sentivo nessuna allegria. Sento una voce calda sussurrare:
Posso aiutarla con la sua tristezza?

Mi giro. Oddio! Che belluomo elegante! Allora, avevo 45 anni. Stava forse tornando il tempo dei frutti maturi? Mi vergognai come una ragazzina. Fortuna che lautobus arrivò, salii di corsa. Lui mi salutò con la mano. Tutto il giorno, pensai solo a lui. Resistetti qualche settimana, per decenza

Ma Egidio (così si chiamava lo sconosciuto) come un carrarmato continuava a corteggiarmi. Mi aspettava ogni mattina alla fermata. Io ormai facevo di tutto per essere sempre puntuale, cercando da lontano la sua sagoma. Egidio, vedendomi, mi mandava baci con il sorriso.

Una mattina mi portò una manciata di tulipani rossi. Gli dissi:
E ora come vado in ufficio con questi fiori? Le mie colleghe mi smascherano!
Egidio, sorridendo:
Ah, non avevo pensato a queste terribili conseguenze.
Allora regalò il mazzo a una nonnina che assisteva allo spettacolo. La signora parve ringiovanire: Grazie, figliolo! Ti auguro unamante focosa! Io arrossii di brutto. Menomale non aveva detto giovanissima, sarei sprofondata!
Egidio tornò da me:
Nadia, facciamo che siamo colpevoli insieme! Non se ne pentirà.

Lo ammetto: la proposta era invitante e opportuna, visto che con Antonio non esisteva rapporto. Antonio spesso restava come un tronco di legno inebetito dal vino.

Egidio, ex atleta, ormai cinquantasettenne, sobrio e gentile, divorziato: aveva un fascino che mi incantava!
Mi immersi in questa nuova passione come in un vortice. Tre anni sballottata tra casa e Egidio. La mia anima si confuse.

Non avevo né forza né volontà per fermarmi. Eppure, quando finalmente desiderai chiudere, non trovai il coraggio. Come si dice, la donna caccia luomo ma quello non se ne va. Egidio dominava corpo e mente! Si sa: quando si ama la merce, la ragione se ne va. Quando Egidio mi stava accanto, perdevo il respiro! Unoscurità totale della mente. Ma sentivo che questa passione non avrebbe portato a nulla di buono. Non lo amavo.

Tornando a casa, consumata dal fuoco dellamante, desideravo solo stringere Antonio. Anche ubriaco, anche trasandato, era il mio pane quotidiano! Niente dolcezze altrui reggono al confronto. Mi sembrava questa la verità della vita. La passione, in fondo, è sofferenza. Sentivo il bisogno di guarire, di soffrire Egidio e tornare in famiglia. Così pensavo. Ma il corpo continuava a trascinarmi nella voragine. Prigioniera della fiamma.

Mio figlio Santino sapeva di Egidio. Una sera ci vide insieme al ristorante, mentre lui era con la sua ragazza. Fui costretta a presentare Egidio a mio figlio. Si strinsero la mano e si salutarono. A cena, Santino mi guardava in cerca di risposte. Sdrammatizzai: Un collega, dovevamo parlare di un progetto. Sicuro al ristorante, rispose ironico. Non mi giudicò, solo mi chiese di non divorziare da papà. Forse, diceva, papà si riprenderà.

Mi sentivo una pecora smarrita. Unamica divorziata mi raccomandava di lasciare perdere questi amanti e calmarmi. Mi fidai. Lei era al terzo marito, esperienza ne aveva! Ma davvero riuscii a fermarmi solo quando Egidio cercò di alzare le mani.

Quella fu la svolta. Non a caso lamica avvisava:
Il mare è calmo solo finché stai sulla spiaggia

Mi si tolsero le bende dagli occhi. Dopo tre anni di tormenti, finalmente libera! Pace desiderata!

Egidio tentò di riconquistarmi a lungo, di aspettarmi, di supplicare. Ma io fui irremovibile. Lamica mi abbracciò e mi regalò una tazza con la scritta: Sei una donna giusta!

Quanto ad Antonio, sapeva tutto della mia storia. Egidio lo chiamava e raccontava ogni cosa. Era convinto che prima o poi avrei lasciato la famiglia. Antonio disse:
Quando ascoltavo le storie del tuo corteggiatore, volevo morire piano piano. Ero io il colpevole! Ho perso mia moglie per lubriachezza. Che potevo dirti?

Sono passati dieci anni. Io e Antonio ora abbiamo due nipotine. Seduti insieme a tavola, sorseggiando caffè, guardo fuori dalla finestra. Antonio mi prende dolcemente la mano:
Nadia, non guardare altrove. Io sono la tua felicità! Mi credi?
Certo che ti credo, mio unicoSorrido, stringo la sua mano tra le mie, e accarezzo le sue dita rovinate dal tempo. Sento il battito lento del suo cuore, quel ritmo che una volta scandiva la mia gioia e la mia rabbia, il battito che ora mi sostiene nei silenzi della sera. Santino ride in salotto con le bambine, le voci gonfiano la casa, e mi accorgo che, forse, proprio questa è la felicità: non la perfezione, non la passione travolgente, non il sogno che inseguivo. Ma la tenerezza di chi resta, anche quando tutto sembra perduto.

Mi volto tra le luci lievi del tramonto e gli rispondo:
Amore, sì, ti credo. Sei la mia felicità, quella che non sapevo di cercare.

Ci guardiamo, senza dire altro. Forse la vera felicità è proprio questa: sapere che, nonostante tutte le tempeste, alla fine siamo ancora qui insieme, imperfetti e sinceri, con le mani intrecciate tra le piccole risate che ci ricordano che la vita, alla fine, ci ha dato più di quanto avremmo mai potuto sperare.

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SEI TU LA MIA FELICITÀ? In realtà, non avevo alcuna intenzione di sposarmi. Se non fosse stato per la perseveranza del mio futuro marito, avrei continuato a vivere libera come una rondine. Arturo, come una farfalla impazzita, svolazzava intorno a me, non mi perdeva di vista, cercava di accontentarmi in tutto, mi coccolava… Alla fine, mi sono arresa. Ci siamo sposati. Arturo è diventato subito una presenza familiare e rassicurante, come indossare le pantofole in casa: comodo e confortevole. Un anno dopo è nato nostro figlio, Vittorio. Mio marito lavorava in un’altra città e tornava a casa una volta a settimana, portandoci sempre qualche prelibatezza locale. Durante uno dei suoi ritorni, come di consueto preparo la sua roba da lavare. Ho preso l’abitudine di rovistare nelle sue tasche: una volta ci ho trovato persino la patente da lavare! Da allora, controllo minuziosamente ogni tasca prima di lavare. Quella volta, dai pantaloni è caduto un foglietto piegato in quattro. Lo apro, leggo: una lunga lista di materiale scolastico (era agosto). In fondo, scritto con una calligrafia infantile: “Papà, torna presto.” Ecco come si diverte mio marito fuori casa! Un bigamo! Non ho fatto scenate, né preparato la valigia. Ho preso per mano nostro figlio (che non aveva ancora compiuto tre anni) e sono andata a stare da mia madre. Per un bel po’. Mamma ci ha dato una stanzetta: -State qui finché non fate pace. Mi è balenata l’idea di vendicarmi del marito ingrato. Ho ripensato a Romolo, un compagno di scuola che non mi lasciava mai in pace. Lo chiamo. -Ciao Romolo! Non sei ancora sposato? – attacco con cautela. -Nadia? Ciao! Che importa, sposato-divorziato… Ci vediamo? – si anima Romolo. La mia storia con Romolo, assolutamente non prevista, è durata sei mesi. Arturo portava mensilmente gli alimenti per nostro figlio a mia madre e se ne andava in silenzio. Sapevo che mio marito viveva con Caterina Esposito. Aveva una figlia dal primo matrimonio. Caterina insisteva che la bambina chiamasse Arturo “papà”. Vivevano tutti nell’appartamento di Arturo. Appena Caterina seppe che io me ne ero andata, si trasferì lì da un’altra città con la figlia. Caterina idolatrava Arturo: gli faceva sciarpe di lana, maglioni caldi, lo viziava con manicaretti. Lo seppi più tardi. Avrei rinfacciato a mio marito Caterina per tutta la vita. In quel periodo, però, pensavo che il nostro matrimonio fosse fallito e spacciato. …Ma incontrandoci per discutere il divorzio davanti a un caffè, io e Arturo siamo stati travolti dai ricordi più belli. Lui mi dichiarò un amore immenso, si pentì. Disse che non sapeva come mandare via la pressante Caterina. Mi fece una pena infinita. Così tornammo insieme. Tra parentesi, mio marito non seppe mai nulla di Romolo. Caterina con la figlia lasciarono per sempre la nostra città. …Sette anni di felicità familiare sono volati. Poi Arturo ebbe un brutto incidente stradale. Operazioni alla gamba, riabilitazione, camminava con il bastone. Ci vollero due anni di cure. Tutto ciò lo sfinì. Arturo iniziò a bere molto. Perse completamente il controllo. Si chiuse in sé stesso. Era difficile da vedere. I tentativi di aiutarlo non servivano: ci faceva soffrire entrambi. Rifiutava ogni appoggio. Sul lavoro, però, trovai una “spalla” su cui piangere: Paolo. Mi ascoltava nella sala fumatori, passeggiavamo insieme dopo il lavoro, mi consolava. Paolo era sposato; la moglie aspettava il secondo figlio. Ancora oggi non so come ci ritrovammo insieme a letto. Assurdo. È più basso di me di una testa, minuto, non è affatto il mio tipo! E partì la giostra! Paolo mi portava a mostre, concerti, balletti. Quando la moglie partorì una bambina, Paolo rallentò con gli svaghi, si licenziò e trovò lavoro altrove. Forse pensò: “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”? Non avanzavo pretese, così lo lasciai tornare in famiglia. Quest’uomo è stato solo un antidoto temporaneo alla mia sofferenza. Non volevo intromettermi nel suo matrimonio. Intanto Arturo continuava a bere. …Dopo cinque anni, io e Paolo ci siamo rivisti per caso, ha persino proposto di sposarmi. Mi venne da ridere. Il mio Arturo si riprese brevemente. Partì per lavorare in Repubblica Ceca. In quel periodo ero una moglie modello e una madre premurosa; tutte le mie energie venivano dedicate solo alla famiglia. Arturo tornò dall’estero dopo sei mesi. Ristrutturammo casa, comprammo elettrodomestici, riparò la sua auto tedesca. Sembrava tutto perfetto. E invece no! Arturo ricominciò a bere. Era un inferno! Gli amici lo riportavano a casa, lui non si reggeva in piedi. Io lo cercavo per il quartiere, trovandolo sbronzo su una panchina, con le tasche vuote, e lo trascinavo verso casa. Ogni genere di avventura. …Un giorno primaverile, molto triste, attendevo l’autobus. Uccellini cantano, il sole splende, ma io non riesco a godermi tanta allegria. All’improvviso qualcuno sussurra: -Posso forse aiutare la vostra tristezza? Mi volto. Oh cielo! Che uomo affascinante! E io, a 45 anni, di nuovo “fragola”? Mi imbarazzo come una ragazzina. Per fortuna arriva l’autobus, salto su e scappo via, lontano dalla tentazione. Lui mi saluta con la mano. Tutto il giorno sognai di lui. Ovviamente, finsi di resistere qualche settimana… Ma Egidio (così si chiamava lo sconosciuto) come un carro armato abbatteva ogni mia difesa. Ogni mattina mi attendeva alla fermata. Cercavo di non tardare. Cercavo il mio “macho” da lontano. Egidio, appena mi vedeva, mi mandava baci col sorriso. Un giorno mi ha portato un mazzo di tulipani rossi. Gli dico: -Ma dove vado al lavoro con i fiori? Mi scoprono tutte le colleghe e mi accusano! Egidio sorride: -Oh, non ho pensato alle “terribili” conseguenze! Allora regala il mazzo a una signora anziana che aveva seguito la scena. Lei si illumina: “Grazie, figliolo, ti auguro un’amante focosa!” Arrossii. Meno male che non mi augurò un’amante giovanissima, sarei sprofondata! Egidio aggiunse, rivolto a me: -Allora, Nadia, diventiamo colpevoli insieme! Non te ne pentirai. A dire il vero, la proposta era tentatrice e perfetta per il momento. Con mio marito ormai sparso sul letto, perso nell’alcol, non avevamo più una relazione. Egidio era astemio, ex atleta (aveva 57 anni), ottimo conversatore, divorziato. Aveva un fascino irresistibile! Mi immersi in quest’avventura amorosa! Era un vortice di passione. Tre anni passati tra casa e Egidio. L’anima turbata. Non avevo né forza né voglia di fermarmi. Eppure, quando finalmente il desiderio di lasciare Egidio si fece vivo, mancava la forza. Si sa: se ti innamori del prodotto, la ragione cede. Vicino a Egidio, mi mancava il fiato! Ero accecata! Ma sentivo che quella passione non avrebbe portato a nulla di buono. Non amavo Egidio. Tornando a casa, stremata dopo l’amante focoso, cercavo di avvinghiarmi a mio marito, magari ubriaco, maleodorante, ma mio e puro! Meglio il pane secco di casa che i dolci altrui! Ecco la verità della vita: la passione deriva da “patire”. Volevo soffrire e liberarmi di Egidio, ritornare alla famiglia. Così pensava la mente, ma il corpo correva volentieri alla perdizione. Ero prigioniera della follia. Mio figlio sapeva di Egidio. Ci vide una sera al ristorante con la sua fidanzata. Dovetti presentare Egidio a mio figlio. Si strinsero la mano, si salutarono. A cena, Vittorio mi guardava interrogativamente. Aspettava una spiegazione. Sdrammatizzai: collega di lavoro, nuovo progetto. “Sì, certo… In un ristorante?” annuì il ragazzo. Non mi giudicò. Mi chiese solo di non divorziare da papà. Chissà, forse papà si sarebbe ripreso. Mi sentivo una pecora smarrita. Un’amica divorziata mi consigliava di “buttare al diavolo quei maledetti amanti” e calmarmi. Ascoltavo con attenzione: lei era già al terzo marito! Lo ripeto, i ragionamenti logici non bastano. Ma mi fermai solo quando Egidio tentò di alzare le mani. Quello fu il limite. L’amica aveva ragione: -Calmo il mare, finché resti sulla riva… Mi si aprirono gli occhi, anzi, una vera rivelazione. Fine della pena durata tre anni! Finalmente libera! Che sollievo! Egidio ha tentato a lungo di riconquistarmi, mi aspettava ovunque, chiedeva perdono in ginocchio… Ma io restai ferma. La mia amica mi baciò e mi regalò una tazza con scritto “Sei quella giusta!” Per quanto riguarda Arturo, sapeva tutto delle mie avventure. Egidio gli telefonava e gli raccontava. Era sicuro che avrei lasciato la famiglia. Arturo mi confidò: -Sentendo le canzoni del tuo corteggiatore, volevo morire. Ero io il colpevole! Io ho perso mia moglie! L’ho scambiata per la bottiglia. Idiota. Che avrei potuto dirti? …Sono passati dieci anni. Arturo ed io abbiamo due nipotine. Un pomeriggio, seduti a tavola con il caffè, io guardo dalla finestra. Arturo mi prende dolcemente la mano: -Nadia, non guardare altrove. Io sono la tua felicità! Ci credi? -Certo che ti credo, mio unico amore…