La vicina, la signora Bianchi, smise di bussare alla porta della nonna Rosa. Invece, sparse una voce che la vecchia, ormai avvicinata alla fine dei suoi anni, avesse perso la ragione perché custodiva una puzzola o un mutaforma.
Un giorno, nella piccola terra di campagna di un paesino toscano, la nonna Rosa trovò tra le zolle un gattino grigio, minuscolo, quasi trasparente. Viveva sola, ma era una donna dal cuore grande e gentile.
Il gattino si accoccolò al suo petto. Improvvisamente cominciò a piovere, e il vecchio camino di pietra della nonna, carico di legna secca, scricchiolò allegro sotto il fruscio della pioggia.
Presto, riscaldato dal fuoco, il piccolo felino bevve il latte che Rosa gli versava con cura. La nonna non si sentì più sola; aveva qualcuno con cui chiacchierare.
Il gattino faceva le fusa, ascoltava le canzoncine che la nonna cantava e giocava con un gomitolo di lana. Rosa, tra un punto e laltro, intrecciava calze e persino guanti.
I clienti del piccolo negozio al centro del villaggio non mancavano mai. Il gattino crebbe così tanto da diventare un cacciatore di topi e ratti, padrone della sua piccola zona.
Saltava sugli alberi e scendeva rapidamente quando vedeva la nonna. Rosa non si preoccupava affatto delle stranezze del suo animale.
Col tempo cominciò a chiamarlo affettuosamente Gattozzo. Il gatto rispondeva al nome con un miagolio. Un giorno la vicina, la signora Bianchi, affermò che non era un gatto, ma una puzzola.
Rosa non diede peso a quelle parole. Nellestate afosa, mentre raccoglieva fragole e ribes, udì un sibilo. Abbassando lo sguardo, scoprì un enorme serpente a sonagli, pronto a lanciare lattacco. Le gambe le sembravano di pennello; letà non le permetteva di volare via.
Prima che potesse reagire, Gattozzo balzò sul serpente e lo sconfisse in un lampo. Poi giocò con quel rettile, lo trascinò su un albero alto e lo lasciò pendere lì.
Il serpente, caduto per caso sul tetto della casa della signora Bianchi, iniziò a strillare come un maialino. Ma Gattozzo, con un balzo, lo riprese e non ascoltò le sue urla.
La signora Bianchi smise di andare da Rosa e alimentò la voce che la nonna fosse impazzita, custodendo una puzzola o un mutaforma. Rosa non curò laltezza imponente del suo amico felino; era il suo tesoro.
Lo accarezzava mentre lui si rannicchiava sul tappetino accanto al letto. Gattozzo amava gironzolare nellerba alta; a volte, sotto il sole rovente, si addormentava lì, ma tornava sempre a casa al tramonto.
Una notte, la nonna si addormentò profondamente, senza sentire nulla, senza vedere nulla. Tené la finestra socchiusa, perché Gattozzo amava uscire in cortile quando ne aveva bisogno.
Due ubriaconi locali, sapendo che Rosa aveva appena iniziato a ricevere la pensione, si intrufolarono dallapertura. Con un fazzoletto improvvisarono una benda e, trovata la nonna dormiente, la svegliarono bruscamente chiedendo dei soldi. Spaventata e senza la benda, piangeva e tremava.
Rosa, per caso, afferrò la benda e la gettò in bocca al ladro più vicino. Lintera casa si mise a girare, ma allora unombra enorme e ricciuta sbucò dal buio e si lanciò contro la finestra.
Uno dei rapinatori, senza girarsi, esclamò:
Bori, è stato tu? Hai trovato qualcosa nella casa della vicina? Ha appena iniziato la pensione!
Lombra enorme balzò su di lui, afferrandogli la gola, poi su un altro, infilzandogli gli occhi, facendolo strizzare come un maialino.
Ecco, forza oscura! Domovo! ringhiò la creatura, un mostro peloso che sibilava.
Gli occhi verdi brillavano minacciosi nella penombra. Domovo saltava da un ladro allaltro. Rosa, con mano ferma, strappò la benda e accese la luce a lampo.
Riconobbe subito gli intrusi e, con tutta la forza, gridò:
Aiuto! e la luce inondò tutte le finestre.
I vicini, accorsi, trovarono una scena raccapricciante: sul pavimento giacevano i due ubriaconi. Uno, smembrato, giaceva a terra; laltro stringeva la gola, tutto imbrattato di sangue. Rosa era seduta sul letto, avvolta al suo Gattozzo.
Il gatto ringhiava, impedendo a chiunque di avvicinarsi. Rosa ricordò la signora Bianchi e il terzo compagno dei ladri. Gli uomini si disperdero, cercando il colpevole nella sauna del villaggio, dove luomo aveva tentato di rifugiarsi per sfuggire al caos.
Lo percossero, gli strapparono i soldi rubati cinquanta euro e li restituirono alla vicina, decidendo di non chiamare la polizia. Meglio così, dissero, ci costa meno.
Il furfante fu punito e minacciato di non più toccare il gatto. Uno, balbettando, affermò che quella non era una gatta ma MAI HUN!, come aveva visto in televisione.
Maledetto! Non osare chiamare il mio gatto così! urlò Rosa, dando una sberla. Sei tu il vero miserabile! Non parlarmi così del mio Gattozzo!
Il sogno svanì tra il fruscio dellerba e il crepitio del fuoco, lasciando dietro di sé il ricordo di una nonna coraggiosa, di un gatto gigantesco e di una notte in cui la realtà si mescolò con lincanto.






