La giovane era seduta sul letto, con le gambe accavallate, mentre ripeteva scocciata:

Caro diario,

Oggi ho vissuto un altro di quei giorni interminabili al reparto pediatrico dellOspedale San Giovanni di Roma, dove lavoro da ormai dieci anni. La mattina è iniziata con una giovane donna, Ginevra, seduta sul letto della sua camera, le gambe raccolte sotto di sé, che ripeteva a gran voce, quasi come a convincersi:

Non ho bisogno di lui. Lo rifiuto. Voglio solo Andrea, ma lui ha detto che non vuole un figlio, quindi anchio non lo voglio. Fate pure quello che volete con lui, a me non importa.

La responsabile del reparto, la dott.ssa Lorenza, lha interdetto:

Cara, è barbarie rinunciare al proprio bambino. Nemmeno gli animali lo farebbero.

Ginevra, però, non ha voluto sentire ragioni. Ha urlato, con gli occhi pieni di rabbia:

Che me ne frega degli animali! Dimettimi subito, altrimenti vi faccio vedere di che pasta sono fatta!

La dott.ssa Lorenza, sospirando, mi ha confidato che la medicina non poteva fare nulla in quel caso. Una settimana prima Ginevra era stata trasferita dal reparto di ostetricia al nostro reparto neonatale: una ragazza litigiosa, che aveva rifiutato categoricamente di allattare il suo neonato, anche se le avevamo proposto di tirare il latte. Alla fine aveva accettato di fare lo scambio, ma non le erano rimasti altri sbocchi.

La dottoressa in cura del piccolo, la giovane Martina, ha tentato invano di convincerla. Ogni sua ragione veniva incontrata da unaltra crisi di pianto. Quando Martina ha suggerito che il rifiuto metteva a rischio il neonato, Ginevra ha minacciato di scappare. La dott.ssa Lorenza ha trascorso unintera ora a cercare di farle cambiare idea, ma la ragazza voleva tornare da Andrea, convinta che lui lavrebbe abbandonata se non fosse partita subito verso il Sud.

Dopo tre giorni di attesa, la tensione è esplosa. Ginevra, con la voce rotta, ha gridato:

Siete matti! Andrea è già arrabbiato con me per questo dannato bambino, e ora voi mi fate la vita impossibile! Se non vado via, lui prenderà Katia.

Da quel momento ha iniziato a piangere, accusando tutti di essere stupidi, perché Katia aspetta solo di portare via il suo ragazzo. Evidentemente, lunico motivo per cui teneva al bebè era la speranza di sposarsi.

La dott.ssa Lorenza, con calma, ha ordinato di dargli una tazza di valeriana e si è avviata verso la porta, seguita dallordinatrice, la dottoressa Valeria, rimasta in silenzio tutto il tempo. Nel corridoio, la dott.ssa Lorenza ha chiesto a Valeria:

Credi davvero che un bambino possa crescere bene con una madre così? Se si può chiamare madre.

Tesoro, rispose Lorenza, cosa possiamo fare? Altrimenti lo mandiamo al Casa dei Bimbi e poi allorfanotrofio. Le famiglie sono rispettabili: la di Ginevra e quella del suo ragazzo. Forse vale la pena parlare con i genitori? Sei tu che trovi i contatti, io mi occupo del resto.

Quella sera Ginevra è fuggita. La dott.ssa Lorenza ha chiamato i genitori del ragazzo, ma nessuno ha voluto parlare. Due giorni dopo è arrivato il padre, un uomo austero e scontroso, che ha rifiutato di vedere il bambino e ha minacciato di far arrivare sua moglie a sistemare le cose.

Il giorno dopo è comparsa una donna anziana, dal volto pallido, che si è seduta sulla sedia e ha iniziato a singhiozzare. Ha raccontato che i genitori del piccolo avevano già mandato il figlio allestero, in Svizzera, per farlo crescere tra ricchezze e opportunità. Ora la bambina piangeva giorno e notte, giurando di andare a cercarlo allestero e di fare di Andrea il suo unico punto di riferimento.

La dott.ssa Lorenza ha provato a confortare la donna, ma le lacrime solo peggioravano la situazione. Ha chiesto allinfermiera di somministrare altra valeriana, lamentandosi che le scemenze dei genitori stavano prosciugando le scorte di calmanti.

Poi ha riferito tutto al capo reparto, il dott. Riccardo, che un tempo era un brillante pediatra. Vedendo il piccolo, chiamato Ciambellino per via del sorriso rotondo, il dott. Riccardo è scoppiato a ridere chiedendo cosa mangiasse. Il nome Ciambellino è rimasto impresso a tutti.

Ciò che era iniziato come un semplice caso di rifiuto materno è diventato unodissea di mesi. La madre di Ciabellino, Ginevra, iniziò a venire più spesso, a giocare con lui, a confidarsi che stava risparmiando soldi per un biglietto che lavrebbe portata dal suo ragazzo. Sembrava abituarsi al piccolo, ma tornava sempre a piangere quando se ne andava. Anche la nonna, Rosa, faceva visita, ma sempre con gli occhi lucidi, scusandosi per la figlia.

Il piccolo, però, ha iniziato a perdere peso, a indebolirsi. Martina lo portava in braccio giorno e notte, chiamandolo pasticcino o crepes a seconda del suo umore. Quando Ciabellino iniziava a piagnucolare, Martina gli cantava canzoni di arancini e cornetti, sperando di strappargli un sorriso.

Un giorno Ginevra ha scoperto, per caso, che Andrea si era sposato con unaltra. In preda al delirante, ha urlato al reparto che tutto era una truffa per allontanarla da lui, che odiosa la vita quel bambino, che se non fosse nato, ora sarebbe con Andrea. Ha firmato una dichiarazione di rinuncia al figlio e lha portata al capo reparto.

Il dott. Riccardo, con il viso inarcato, ha detto alla dott.ssa Lorenza:

È finita, la firma è qui. Mandiamolo subito nella Casa dei Bimbi.

La giovane ordinatrice, Valeria, ha pianto. La dott.ssa Lorenza ha tolto gli occhiali, li ha strofinati con la manica, quasi a nascondere le lacrime. Uno sguardo in più alla sua espressione e tutti hanno capito che la tensione era alle stelle.

Mentre tutto questo accadeva, Ciabellino giocherellava ancora nella sua culla. Uninfermiera è entrata, lo ha salutato con un Ciao, piccolo! e lui ha emesso un verso di gioia, poi è rimasto immobile, fissando la porta. Il suo sguardo ha toccato la dott.ssa Lorenza, che ha sentito un brivido al cuore: qualcosa di profondo lo legava al piccolo, anche se la madre lo aveva abbandonato.

Il giorno dopo la dott.ssa Lorenza ha incontrato una coppia in cerca di adozione: Lana e Leo, trent’anni, senza figli, desiderosi da tempo di accogliere un bambino. Lana, dal sorriso dolce e dalla voce melodia, e Leo, alto e robusto come un capitano di marina, hanno subito colpito il cuore della direttrice. Hanno visitato la stanza di Ciabellino, lo hanno osservato mentre il piccolo, per la prima volta, ha afferrato il dito di Lana con una presa ferma. Lana ha sorriso, ha detto:

Ti prometto che non ti lascerò mai più.

Il dott. Riccardo ha annusato il profumo di speranza, la dott.ssa Lorenza ha annuito, e ha chiuso il caso con un timbro: Adozione approvata.

Guardandomi allo specchio, ho capito che la vera lezione di oggi è stata questa: a volte la vita ci presenta bambini abbandonati, genitori che scappano, cuori spezzati, ma la nostra responsabilità è dare loro una seconda possibilità, anche quando sembra che il mondo li abbia dimenticati. Il sorriso di un neonato, quel piccolo ciambellino che afferra il dito di chi lo ama, è la prova che lamore può ricrescere anche nei luoghi più bui.

Concludo credendo fermamente che, come dicono gli italiani, chi semina bene, raccoglie anche quando la pioggia è forte. Oggi ho seminato speranza, e domani raccoglierò la gioia di vedere Ciabellino crescere in una famiglia che lo vuole davvero.

Fino alla prossima pagina.

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La giovane era seduta sul letto, con le gambe accavallate, mentre ripeteva scocciata: