Una bambina dai ricci neri e dal nome Ginevra è entrata in un ristorante a Napoli, come fluttuando leggera in un sogno denso di odori invitanti e suoni ovattati. Sul tavolo vicino alla finestra, la luce tremolava sulle posate dargento e, in una strana spirale, una porzione avanzata di lasagne e patate arrosto sembrava chiamarla a sé come una sirena. Ginevra si sedette come rapita, afferrando la forchetta con dita sottili, mentre le sue scarpette forate si posavano silenziose sul pavimento di ceramica.
Aveva otto anni e il tempo le scivolava addosso come pioggia sulla pelle, vivendo insieme a cinque fratellini in una vecchia casa nei vicoli di Napoli. Il papà era ormai solo uneco, sparito chissà dove, e la mamma lottava come un capitano senza nave per mettere insieme qualche euro per sfamare tutti. Ginevra, durante le vacanze e nei week-end, aiutava la signora Carmela al mercato di Porta Nolana; sistemava le cassette di frutta tra le voci colorate del mercato e spesso, per quei piccoli gesti, riceveva una manciata di monete da portare con orgoglio alla mamma.
Quella strana sabato di primavera, stanca e affamata dopo il mercato, Ginevra fu attratta come calamita dal profumo delle pizze, dei ragù, delle torte ricce che proveniva dal ristorante La Dolce Vita. Il suo stomaco brontolava sinfonie che solo lei ascoltava, e per la prima volta si lasciò trascinare oltre la soglia, con vestitini lisi e occhi pieni di desiderio. Voleva andarsene via subito, spaventata dalleleganza dei tavoli, ma la fame era più forte di ogni paura. Scorse la lasagna abbandonata e vi si avvicinò sognante, come ipnotizzata da un re Mida dei poveri.
Non sapeva che il cameriere, un uomo alto e gentile chiamato Saverio, la stava osservando fin dallentrata. Saverio si avvicinò senza un rumore ecome spesso succede nei sogniprese la forchetta dalle sue mani proprio mentre stava per gustare la lasagna, portandole via la speranza in un istante.
Ginevra lo guardò con occhi spalancati e umidi, aspettando una pioggia di rimproveri o di fredda indifferenza. Invece, Saverio non disse nulla; scomparve in un lampo silenzioso nella cucina. Ginevra rimase lì sospesa, tra la paura e la meraviglia, fino a che il cameriere tornò, ma stavolta reggendo un vassoio che sembrava materializzarsi da un altro mondo: una porzione grande di pasta al forno fumante, un bicchiere di aranciata frizzante e, come un sogno che si avvera, una fetta di torta al cioccolato sbriciolata di zucchero a velo.
Gli occhi di Ginevra brillavano come stelle riflessa nel golfo di Napoli. Ho visto che avevi fame, le disse Saverio con un sorriso gentile che spezzava ogni barriera. Tutti meritano un pranzo caldo, soprattutto una bambina. Le parole erano filigrana di sogno, gentili e leggere.
La bambina assaporò quei primi bocconi con una lentezza irreale, poi, con le lacrime che si mescolavano al sorriso, si avvicinò a Saverio. Grazie, signore non dimenticherò mai la vostra gentilezza. Vi prego, potete mettermi il resto in una busta? Così lo porto anche ai miei fratellini. Mamma ieri non aveva soldi per comprare il pane.
Il cameriere sentì il nodo grosso della commozione salire in gola; senza una parola, tornò in cucina e ritornò con una grande sporta ricca di cibi: involtini, panini fragranti, verdure e dolcetti, come se la bontà avesse preso forma solida.
Ecco, piccolina. Così anche i tuoi fratelli avranno qualcosa di buono, disse Saverio porgendole il sacchetto, con un sorriso che racchiudeva tutto il mare. Ginevra rimase abbagliata: Come posso ringraziarvi? chiese.
Mi hai già donato una lezione importante, rispose Saverio, ricorda: condividere e aiutarsi è lunico modo per rendere il mondo più bello.
Ginevra lasciò il ristorante sulla scia di una nuova consapevolezza, il passo leggero e il cuore che danzava come pulcinella in una piazza assolata. Non avrebbe mai dimenticato il cameriere gentile, e da quel giorno provò lei stessa a seminare sorrisi e gesti di generosità tra i vicoli di Napoli, lasciando che la magia di quel sabato riecheggiasse in ogni piccolo gesto, in quella città sognante e senza tempo.






