Ascolta, ti devo raccontare una storia che mi è successa. Era il mio giorno libero, mi ero finalmente concesso il lusso di dormire fino a tardi, quando allimprovviso suona il campanello di casa. Ti giuro, non era ancora nemmeno mezzogiorno, e già qualcuno mi disturbava… Mi chiedo tra me e me: Chi può essere a questora?
Mi trascino fino alla porta, ancora mezzo addormentato, la apro e davanti a me trovo una signora anziana che non avevo mai visto. Aveva lo sguardo terrorizzato, quasi tremante.
Le chiedo: Signora, ha sbagliato casa?
Lei mi guarda con gli occhi lucidi e dice: Figlio mio, non riconosci tua madre?
Rimango di sasso. Mamma? Vieni cioè tu?!, riesco a balbettare.
Te lo giuro, mi sono ricordato subito di quel giorno maledetto in cui me l’hanno portata via. Ho aspettato anni che venisse a prendermi dal collegio, che mi riportasse a casa. Alla fine, sai comè, il dolore si affievolisce un po. Ho finito le superiori, mi sono laureato a Bologna, ho aperto la mia attività qui a Milano. Quando mi chiedevano dei miei, rispondevo che erano morti. Ho imparato a stare da solo, a contare solo su di me. Ora sono sicuro di me, indipendente, non manca nulla che mi faccia pensare di aver vissuto in un orfanotrofio.
Lei, invece, nemmeno ricordava più quando le avevano tolto la patria potestà. Da giovane beveva tanto, tra un bicchiere e laltro il cervello si era spento; è finita pure in carcere. Lì, in mezzo ad altri, si è ricordata di me ma non che mi abbia mai voluto bene davvero, eh Le faceva pena.
Quando ha avuto il secondo figlio il suo piccolo Luigi le si sono risvegliati quei sentimenti da mamma che non aveva mai avuto con me. Per lui avrebbe fatto qualsiasi cosa, anche limpossibile; per me invece niente, ero solo un ricordo sbiadito.
Luigi è cresciuto esattamente come lei, sballottato tra comunità e case famiglia; a quindici anni già aveva il suo primo processo, condanna con sospensione. Dopo poco ne è arrivata unaltra, e poi il carcere vero. Mia madre le ha provate tutte per salvarlo dalla galera, perché sapeva cosa vuol dire vivere dietro le sbarre. Quando ha scoperto che io, il fratello maggiore, me la cavavo bene, ha iniziato subito a cercarmi.
Ora si ritrova seduta nel mio soggiorno, che piange e cerca di abbracciarmi, mi racconta di quanto mi abbia cercato, di come abbia pregato Dio ogni giorno per ritrovarmi. Ti giuro, una parte di me voleva crederle. Ma dentro sentivo che dovevo tenere le distanze. Alla fine, però, le ho trovato una casa in affitto, le ho dato qualche centinaio di euro, e le ho promesso aiuto. Però, ho deciso di tenerla docchio volevo capire se davvero fosse tornata con buone intenzioni.
Qualche giorno prima di Natale, sono tornato allorfanotrofio dove sono cresciuto, quello di Via Garibaldi. Porto spesso giocattoli e cibo lì, per i ragazzi. Mi avvicina la direttrice, la signora Rosa, che mi fa: Tua mamma ha chiesto il tuo indirizzo.
Le rispondo: Sì, lo so. Grazie di averle dato una mano.
Rosa mi guarda seria: Ma stai attento, non si fida, vuole solo soldi per salvare laltro figlio. Non ti ama e non ti ha mai voluto davvero.
Io le chiedo: Ho un fratello?
Certo chiedi a lei
Mi è venuto il nodo alla gola, faticavo a respirare, il pensiero che mia madre potesse tradirmi di nuovo mi stava schiacciando. Ho superato la paura e sono andato da lei, volevo sapere la verità. Lei non si aspettava domande dirette, non voleva dirmi di Luigi, non si fidava: pensava che non avrei voluto aiutarlo.
E indovina? Passano solo pochi giorni e succede il peggio: mi hanno aggredito sotto casa, picchiato selvaggiamente. I carabinieri hanno preso quei delinquenti, che hanno confessato subito era stata mia madre a pagarli, sperava di liberarsi di me, prendere la mia eredità, così da dare a Luigi una vita senza pensieri.
Al processo si è mostrata pentita, mi ha supplicato di perdonarla. Ma io, dopo tutto, ho capito come stanno davvero le cose.
Le ho detto, piangendo: Sono sopravvissuto senza madre fino a oggi. Lo farò ancora vivo lo stesso!Sono uscito dalla sala del tribunale con il cuore pesante, ma una leggerezza nuova sulle spalle. Il passato non mi avrebbe mai più fatto prigioniero. Milano era caotica e grigia fuori, ma per me brillava di una libertà conquistata a caro prezzo.
Quella sera ho camminato a lungo sotto le luci calde dei tram, in mezzo alla gente. Ho ripensato a tutti gli abbracci mancati, alle domande senza risposta, ai Natali vuoti davanti a una finestra. E ho sentito che, malgrado tutto, il vuoto non mi apparteneva più.
Sono tornato allorfanotrofio per portare i regali, come sempre. Rosa mi ha sorriso, mi ha abbracciato forte e mi ha sussurrato allorecchio: Sei la prova che il bene resiste.
Ho guardato negli occhi uno dei bambini, gli ho regalato un trenino di plastica. Lui mi ha chiesto: Tu ce lhai una famiglia?
Ho sorriso: Sì, adesso sì. Siamo tutti qui.
E per la prima volta, mi sono sentito davvero a casa.






