«Sei la vergogna di questa famiglia! Davvero pensavi che avrei cresciuto quellerrore che porti in grembo? Ho trovato un barbone che ti porterà via!»
La notifica sul cellulare di Davide Moretti illuminò la cabina sterile e in penombra del suo jet privato: un Gulfstream G650, pronto a rientrare.
Da Giulia: «I bambini dormono. La casa è in ordine. Mi manchi tantissimo. Ti amo. Ci vediamo la settimana prossima!»
Davide sorrise, strofinandosi gli occhi stanchi. Sei mesi. Aveva inseguito la fusione di Milano per sei interminabili, logoranti mesi. Sempre con la valigia pronta, a colazione solo caffè nero e una sola meta in mente: garantire il futuro di suoi figli, perché nulla gli mancasse mai. Il progetto? Un grattacielo che avrebbe cambiato per sempre la skyline del centro di Milano.
«Signor Moretti, stiamo iniziando la discesa». La voce del pilota gracchiò all’altoparlante. «Benvenuto a casa, a Roma. Temperatura a terra: 1 grado.»
Non sarebbe dovuto tornare fino a martedì. Ma l’accordo, siglato dopo una lunga maratona notturna, si era chiuso con giorni danticipo. Avrebbe fatto una sorpresa. Immaginava i gridolini di suo figlio, Niccolò, di sei anni, e il sorriso timido e sdentato di sua figlia, Sofia, che ne aveva dieci. Immaginava Giulia, la sua compagna da due anni, accoglierlo con una cena calda e un bicchiere di Barolo davanti al camino.
Atterrò a Ciampino alle 2:30 di notte.
Alle 3:15 Davide stava già infilando la chiave nella porta di legno massiccio della sua villa ai Parioli.
La prima cosa che lo colpì fu il freddo. Un colpo fisico, violento. Il riscaldamento era spento. A novembre. Laria dentro era vecchia, pungente, umida.
La seconda cosa fu il silenzio: non quello dolce, ritmato di una casa che dorme, ma quello pesante, soffocante di un luogo abbandonato. Era innaturale. Vuoto.
«Giulia?» sussurrò, lasciando le valigie di cuoio sul pavimento di marmo.
Nessuna risposta. Il pannello della sicurezza era spento. Lallarme non era inserito.
Entrò in cucina per bere un bicchiere d’acqua prima di salire. La casa, buia, sembrava sconfinata.
Quello che vide gli mozzò il respiro.
Seduti sul pavimento freddo, illuminati solo dal debole riverbero della luna che filtrava tra le veneziane, cerano i suoi figli.
Non erano nei loro lettini caldi. Non cerano i peluche inviati dal Giappone. Erano avvolti da una coperta lisa, davanti al termosifone spento.
«Niccolò? Sofia?» La voce tremò, rimbombando nel silenzio.
Sofia saltò come colpita da una corrente. Non corse. Trascinò indietro il fratellino, gli occhi spalancati dal terrore, la mano sulla testa di lui, protettiva. Un riflesso che raggelò Davide.
«Non ci fare del male!» strillò, tremante. «Non labbiamo rubato! Era tra gli avanzi! Lo giuro!»
«Sofia, sono io. Sono papà.»
Davide accese la luce.
Lo scenario era un incubo. Niccolò tremava, in preda alla febbre, il viso rosso, i capelli appiccicati di sudore. In mezzo a loro, una ciotola di plastica del gatto: dentro solo un po’ d’acqua e carote crude, rinsecchite.
Guardò il fornello: ununica pentola. Allinterno, due rondelle traslucide di carota in acqua bollente.
«Mi dispiace!» Sofia lasciò cadere il mestolo. «Non ho rubato il cibo buono! Era solo quello da imparare! Non dire nulla alla mamma, ti prego! Sennò chiude la porta a chiave ancora!»
Davide si inginocchiò, ignorando il dolore. Allungò le braccia, ma Sofia si ritrasse, come se temesse una sberla.
«Sofia,» sussurrò, la voce incrinata da una furia fredda che non aveva mai provato. «Non sono arrabbiato. Ti giuro. Ma dovè il cibo? Ogni mese verso 5.000 euro per la spesa. Il conto è automatico.»
La bambina indicò tremando la dispensa. Era chiusa da un grosso lucchetto da ferramenta.
«La mamma dice che il cibo buono è solo per gli ospiti,» sussurrò. «Noi abbiamo i piatti dallenamento. Così impariamo la gratitudine. E il nostro posto.»
«Piatti dallenamento,» ripeté Davide, sentendo un gusto di cenere in bocca.
Guardò Niccolò. Il bambino scottava. Gli posò la mano sulla fronte. Avrà avuto più di 39 di febbre. La pelle era secca, sottile.
«Da quanto è malato?»
«Tre giorni,» disse Sofia, le lacrime che finalmente le rigavano il viso. «La mamma ha detto che se chiamavo te, portava Niccolò al Posto Cattivo. Dove vanno i bambini ingrati. Ha detto che tu non vuoi bambini difettosi.»
Li sollevò entrambi. Erano leggeri. Troppo leggeri. Le ossa sporgevano dove una volta cera il grasso dei bimbi. Sentì le costole sotto i pigiamini.
Li portò in camera sualunica stanza con una stufetta. Li mise nel lettone, sotto il piumone di piuma doca.
«Restate qui,» ordinò dolcemente. «Vi porto il vero cibo. Promesso.»
Regolando il cuscino sotto la testa di Sofia, trovò qualcosa di duro. Tirò fuori un piccolo quaderno a spirale.
Il Diario di Sofia.
Pagina uno. La scrittura tremava, sporca di lacrime e tracce di cibo.
Giorno 14: La mamma ha detto che se chiamo papà ucciderà il gatto. Così non lho chiamato. Mi manca Romeo.
Giorno 30: Niccolò ha fame. Gli ho dato il mio panino. Ho detto alla mamma che lavevo mangiato io. Mi ha chiusa nello sgabuzzino per punirmi. Era buio.
Giorno 45: È venuto un signore. La mamma lo chiama Riccardo. Hanno bevuto il vino buono di papà. Hanno riso quando Niccolò cadeva dalle scale.
Davide chiuse il diario. Le mani smisero di tremare. Il dolore si placò, lasciando posto a una lucidità glaciale. Non era più un padre in lutto. Era lamministratore delegato che scopriva un furto devastante. E sapeva esattamente come affrontare unOpa ostile.
PARTE 2: LIMBOSCATA
Non chiamò la polizia. Non subito. La polizia prendeva dichiarazioni, dava avvisi, lasciava uscire qualcuno su cauzione. Serviva qualcosa di definitivo. Una distruzione totale.
Scese di sotto, come un fantasma in casa sua.
Controllò la pattumiera: bottiglie vuote di Dom Perignon 2000, quelle che stava conservando per i cinquant’anni. Vasetti di caviale Calvisius svuotati. Contenitori di sushi dasporto del ristorante più caro di Roma.
Bagno padronale: rasoio da uomo sul lavabo. Una colonia economica, tutto tranne la sua, un odore di legno e menzogna.
Scrivania nello studio: un cassetto forzato, legno scheggiato. I documenti dei fondi fiduciari in disordine, fogli sparsi. Accede allapp della banca dal cellulare.
Prelievo: 25.000 Emergenza medica (Sofia).
Prelievo: 50.000 Riparazione della casa (Tetto).
Prelievo: 100.000 Bonifico a R. Savelli S.r.l.
Il conto svuotato. Più di 250.000 euro in sei mesi.
Sentì un motore in via, alle cinque del mattino. I primi raggi dellalba tingeva il cielo romano di grigio rosato.
Spense la luce, si sedette in poltrona, fronte porta. Buio. Il diario di Sofia in una mano, il cellulare nellaltra.
Aprirono la porta.
Una risata squillante. Quella di Giulia, stonata e stanca. Unita a quella più bassa di un uomo.
«Zitto, Riccardo,» sussurrò Giulia. «Se i mocciosi vi vedono, li devo punire di nuovo, e mi scoccia. Lultima volta ho rotto ununghia trascinando Niccolò nello sgabuzzino.»
«Ti fai troppi problemi, amore,» rispose Riccardo, la voce impastata. «Andiamo in camera. Davide è ancora a Milano a discutere di acciaio, non torna fino a martedì.»
«Sicuro che lultimo bonifico sia andato a buon fine?» chiese Giulia, tintinnando le chiavi.
«Certo,» rispose Riccardo. «La storia del rene di Sofia ha commosso il direttore. Abbiamo i soldi. Domani voliamo alle Maldive. Prima classe.»
Nellombra, Davide sbloccò silenziosamente il cellulare, attivando la registrazione.
«Non ci posso credere che ci abbia creduto,» rise Giulia. «Si crede un buon padre. È solo un Bancomat con i piedi.»
«Un Bancomat cieco,» ridacchiò Riccardo.
Davide accese la lampada.
Il fascio di luce li colpì come un fulmine. Giulia lasciò cadere la borsa di Prada, Riccardoalto, vestito maleindietreggiò, accecato.
«Ben tornata, cara,» disse Davide con una voce di pietra. «E lui? È lemergenza medica?»
PARTE 3: LINTERROGATORIO
Giulia impallidì, diventando di cera. Tentò di nascondere Riccardo dietro sé.
«Davide! Sei… sei tornato prima! Posso spiegare! Riccardo è… un consulente! Serve per sistemare il tetto!»
«Sistemare,» ripeté Davide, in piedi. Non batteva ciglio. «Aggiusta le tubature alle cinque del mattino? O aggiusta i conti in banca?»
Gli occhi di Giulia cercarono una scappatoia. Lacrimeattivate a comando. «Davide, ti prego! Ero sola! Mi hai abbandonata per sei mesi! I tuoi affari contano più di noi! Avevo bisogno di affetto! Sono umana!»
«E i bambini?» chiese lui, avvicinandosi. «Anche loro avevano bisogno di affetto, o solo delle porzioni dallenamento per imparare il loro posto?»
Giulia gelò. «Cosa?»
«Li ho visti. Ho visto la minestra. Il lucchetto. Mio figlio tremava per terra.»
«Sono difficili!» stridette Giulia, la maschera che cadeva. «Sono golosi! Mangiano troppo! Stavano ingrassando! Dovevo insegnargli la disciplina! Stanno benissimo! Li ho appena controllati prima di uscire!»
Davide sollevò il diario.
«Davvero? Perché qui Sofia scrive che martedì Niccolò piangeva di fame, così ha ceduto il suo panino. Scrive che lhai chiusa nello sgabuzzino perché ha chiesto lacqua. Scrive che le hai minacciato di uccidere il gatto.»
«Lei… mente!» urlò Giulia, puntando il dito tremante alle scale. «Si inventa le storie! Ha problemi! Volevo dirtelo! Inventa tutto per farmi passare da cattiva! Mi invidia!»
«Davvero?» domandò Davide, calmissimo. Fece scivolare un estratto conto sul tavolo basso. «Anche la banca mente? Dove sono i 200.000 euro, Giulia? Dove sono i soldi per il rene mai operato? E quelli per il tetto che non perde?»
Riccardo, che aveva capito, tentò una fuga verso la porta. «Guardi, sarà un problema di famiglia. Me ne vado. Non voglio guai. Non sapevo fossi sposata.»
Davide toccò lo schermo del cellulare. Clic. Le serrature smart scattarono con un colpo secco. Chiuse.
«Siediti, Riccardo,» senza voltarsi. «La polizia è già al cancello. Il tuo nome è nei bonifici R. Savelli S.r.l. Tu non sei solo lamante. Sei complice di frode, furto didentità, appropriazione indebita.»
Riccardo crollò sul divano, la faccia tra le mani.
PARTE 4: LA TRAPPOLA
«Hai chiamato la polizia?» Giulia rise isterica, camminando avanti e indietro. «Davide, non fare scenate. È la mia parola contro la tua. Sono la madreanzi, la matrigna. Ho i miei diritti! Il diario non è una prova. Una fantasia di una bambina! Nessun giudice mi leverà i bambini per colpa di una decenne!»
«Pensavi che stasera tu mi avessi sorpreso?» chiese Davide.
Prese un telecomando, lo puntò allenorme TV da 80 pollici.
«Non sono atterrato due ore fa. Sono a Roma da due giorni. Ho parcheggiato a due isolati, volevo vedere come vivevi senza di me.»
Play.
Sul video, limmagine in bianco e nero di due giorni prima: il salotto ripreso dalla telecamera nascosta. Dapprima Davide laveva installata per sentirsi vicino ai figli quando era in viaggio.
Si vedeva Giulia gridare a Niccolò. Lo afferrava per il braccio, sbattendolo sul divano. Poi, uno schiaffo.
«Ti odio!» urlava la donna nel video. «Rovinate tutto! Se tuo padre non fosse ricco ti avrei lasciato in strada!»
Giulia guardava il video, la bocca spalancata, sconfitta.
«Mi serviva solo per linfedeltà e lannullamento del matrimonio,» spiegò Davide gelido. «Ma questa è violenza su minori. Rischi la galera. E invalidi tutto.»
Si girò.
«Non avrai niente, Giulia. Niente alimenti, niente casa, niente accordi. Solo una cella. E Riccardo? Si è portato via i soldi superando i confini regionali. È penale.»
Giulia cadde in ginocchio. Si trascinò fino a lui, afferrandolo per la piega dei pantaloni, rovinando la linea.
«Davide, per favore! Ero stressata! Cambio, te lo giuro! Farò terapia! Chi si occuperà di loro? Tu non sai fare il padre! Sei sempre via! Solo il portafoglio! Hanno bisogno della mamma!»
Davide la guardò. Non cera più rabbia. Solo schifo. Capì di avere lasciato entrare una vipera tra i suoi figli.
«Sto imparando,» disse. «E la prima regola di un padre è difendere i suoi cuccioli. Che significa buttare la spazzatura.»
Le sirene lampeggiarono fuori. Luci blu e rosse illuminarono i volti terrorizzati dei due avvoltoi nel salotto.
PARTE 5: LA FESTA
La polizia li portò via in manette. Riccardo piangeva come un bambino. Giulia lanciava maledizioni finché la portiera non si chiuse. Incolpava Davide, i piccoli, il mondo.
Davide li guardò andarsene. Firmò le dichiarazioni. Consegnò la chiavetta USB con il video e i rendiconti.
Quando la casa fu di nuovo silenziosa erano le sette.
Andò in cucina. Tagliò il lucchetto con la cesoia in garage. Buttò la pentola delle porzioni dallenamento. Via anche le carote rinsecchite.
Ordinò pizza. Tre grandi teglie. Salamino piccante, extra mozzarella, salsiccia. Pancake dalla pasticceria dellangolomontagne di pancake ai mirtilli. Frutta, cioccolata calda, gelato.
Si sedette sul pavimento della cucina, tra il cibo.
«Sofia, Niccolò?» li chiamò piano.
Sbucarono in cima alle scale, mano nella mano, timorosi.
«Il cattivo è andato via?» chiese Sofia tremando.
«Tutti sono andati, piccola,» Davide spalancò le braccia. «Il cattivo, la cattiva. Non torneranno più. Te lo prometto.»
Gli corsero incontro. Li strinse, affondando il volto fra i capelli. Odoravano di paura, ma sotto cera il profumo dei suoi figli.
«Ora siamo solo noi,» sussurrò, le lacrime che finalmente gli rigavano le guance. «E mangeremo finché siamo sazi.»
Niccolò guardò le pizze. Gli occhi si spalancarono.
«Sono per gli ospiti?» domandò.
«No,» rispose Davide deciso. «Sono per la famiglia. E noi siamo gli unici ospiti che contano.»
Mangiarono per terra. Davide li guardava divorare, sentiva il cuore spezzarsi e guarire allo stesso tempo. Aveva sempre pensato al futuro, ma dimenticato il presente. Oggi cambiava tutto.
PARTE 6: LORA MAGICA
Due anni dopo.
Cucina calda, profumo di vaniglia e cannella.
Sono le tre del mattino.
Davide non è a Milano né a Londra. Ha venduto lazienda per dedicarsi alla Fondazione. E in pigiama, grembiule bianco sporco di farina con scritto Papà Numero Uno.
«Ok, Niccolò, versa le gocce di cioccolato,» ordina scherzando.
Niccolò, adesso otto anni, in piena salute, versa montagne di cioccolato. Sofia, dodicenne, alta, gira limpasto ridendo.
«Papà, sai una cosa? Prima odiavo le tre di notte.»
Davide si blocca a pulire il tavolo, guarda la figlia. Niente più ombre sotto gli occhi. Niente paura.
«Perché?» domanda piano.
«Era lora brutta. Quando avevo più fame. Quando la casa sembrava una gabbia. Quando pensavo che non saresti mai tornato.»
Lui si avvicina, le bacia la fronte. «E ora?»
Sorriso di Sofia. Lecca il dito sporco dimpasto.
«Adesso è lora magica. Facciamo i biscotti. È la nostra ora.»
Davide guarda i suoi cuccioli. Ha lasciato la presidenza. Ha fondato una onlus per bambini trascurati. Guadagna meno, ma ha scoperto il vero tesoro.
Cammina verso il camino. Sullo stipite la foto dei tre, seduti a terra con la pizza stretti intorno a lui.
Accanto, la brace.
«Papà, il forno è pronto!» grida Niccolò.
«Eccomi!»
Davide guarda il fuoco. Due anni fa aveva bruciato il diario in quelle fiamme. Aveva detto a Sofia: «Non serve più scrivere. Adesso lo diciamo ad alta voce. Non ci nascondiamo.»
E così hanno fatto.
Torna in cucina, nel calore e nel rumore di vita.
Le case si fanno con i mattoni, pensa mentre chiude il forno. Ma la casa vera si costruisce stando insieme. Avevo lasciato la porta aperta alloscurità, ma in tempo ho acceso una candela.
«Chi vuole leccare il cucchiaio?» domanda.
«Io!» gridano in coro.
Davide sorride. La gabbia è svanita. I cuccioli sono salvi. E il predatore è solo un brutto ricordo, cancellato dalla luce di una cucina alle tre del mattino.






