«Non entrare! Chiama subito tuo padre! C’è qualcuno che ti aspetta dietro quella porta!» Una strana anziana mi afferrò il polso mentre salivo le scale con mia figlia in braccio. CAPITOLO 1: LA VECCHIA SIGNORA

«Non entrare! Chiama subito tuo padre! Qualcuno ti sta aspettando dietro quella porta!» Una vecchia donna mi afferrò il polso proprio mentre stringevo a me mia figlia salendo i gradini.

CAPITOLO 1: LA VECCHIA

La notte sapeva di pioggia e di legna che bruciava lontano, uno di quei profumi che solitamente mi rassicuravano, mi facevano sentire a casa. Era tardo autunno a Torino, e il freddo si infilava sotto il mio cappotto mentre cercavo le chiavi sulla soglia della casa nuova.

Ci eravamo trasferiti da poco più di un mese. Una bellissima palazzina liberty in una stradina silenziosa nella zona della Crocetta, con un vecchissimo glicine a intrecciare i suoi rami sul portico. Doveva essere il nostro nuovo inizio. Mio marito, Andrea, aveva insisto molto per cambiare: «Nuovo lavoro, nuova città, nuova vita, Giulia», mi aveva detto, mostrando quel sorriso storto che cinque anni prima mi aveva fatto innamorare.

Quella sera, però, le ombre sotto il glicine sembravano più lunghe, quasi si arrampicassero sui gradini come dita ossute.

Spostai Martina sullanca. Dormiva abbandonata sulle mie spalle, quattro anni di peso e calore affidati al mio abbraccio. La sua testolina era infilata sotto il mio mento, il suo respiro disegnava piccole nuvole nella sera fredda.

«Siamo quasi arrivati, stellina», sussurrai più per rassicurare me stessa.

Rovistando finalmente trovai la chiave. Mi avvicinai alla serratura.

Fu allora che sentii la mano sul mio polso.

Non fu uno strattone violento, ma fermo, carico di urgenza. Sussultai, quasi lasciando cadere le chiavi, e mi voltai di scatto, con ladrenalina che mi serpentina nel sangue.

Sul gradino sotto a me cera una donna anziana. Piccola, avvolta in un cappotto di lana troppo grande per lei. Il volto un reticolo di rughe, ma gli occhi chiari, acquosi erano incredibilmente vivi.

Si avvicinò ancora un po. Da lei sentivo lodore di menta e di lana umida.

«Non entrare», sussurrò. La voce tremava, ma era tagliente. «Chiama tuo padre.»

La guardai incredula, il cuore che batteva come impazzito. «Come, scusi?»

«Chiamalo», ripeté, serrando la presa. Le dita sottili come artigli di passero, ma sorprendentemente forti. «Ora. Prima che tu apra quella porta.»

Cercai di liberarmi piano. «Signora, credo che sia confusa. Mio padre è morto. Otto anni fa.»

Non mi lasciò andare. Al contrario, i suoi occhi si fecero ancora più intensi. Non era il vuoto della confusione. Era lo sguardo di chi conosce un segreto terribile.

«No», disse. «Non mi sbaglio. Tu sei Giulia. Ti sei trasferita il mese scorso. Tuo marito lavora spesso fuori. Sei più sola di quanto pensi.»

Guardò la porta e poi si alzò sulle punte dei piedi per osservare la finestra al piano di sopra.

«Stasera», ingoiò a fatica, «quella porta non è sicura.»

Un brivido freddo mi attraversò la schiena. «Chi è lei?»

«Fallo e basta», sibilò. «Anche se sei convinta che sia inutile. Chiamalo. E ascolta.»

Lasciò il mio polso e si ritrasse nellombra del pilastro del portico.

Rimasi immobile. La logica mi spingeva ad ignorarla. A entrare, chiudermi dentro, chiamare i carabinieri e raccontare di una nonnina confusa sul mio portico. Andrea avrebbe riso di questa storia una volta tornato dallaeroporto.

Ma guardai la porta.

Sembrava normale. Vernice blu notte, serratura elettronica che Andrea aveva montato da poco, la ghirlanda di alloro e lavanda che avevo intrecciato io stessa.

Eppure cera qualcosa che non andava.

Silenzio assoluto. Troppo silenzio. Di solito dal portico si sentiva il respiro del frigorifero. Un ticchettio dei termosifoni. Quella sera la casa sembrava trattenerne uno, di respiro.

Guardai il cellulare nella mia mano. Scorrii tra i contatti: Andrea, mamma Poi apparve DAD. Papà. Non lavevo mai cancellato.

«È una follia», mormorai.

Ma gli occhi della vecchia brillavano nellombra.

Premetti Chiama.

CAPITOLO 2: LA VOCE DAL PASSATO

Uno squillo.

Il suono elettronico, vuoto.

Secondo squillo.

Mi aspettavo il messaggio registrato: «Lutente da lei chiamato non è raggiungibile». O forse la segreteria di un estraneo.

Invece, uno scatto. La linea libera.

Silenzio.

Trattenni il fiato. «Pronto?»

«Giulia?»

La voce era rauca, più invecchiata, ma inconfondibile. Laccento, la pausa prima di parlare, quella cura quasi impacciata nello scegliere le parole: era proprio lui.

Il sangue mi abbandonò il volto. Le ginocchia cedettero.

«Papà?» La voce mi uscì stridula.

Un lungo sospiro.

«Non fare nemmeno un altro passo,» disse. «Tuo marito non è in casa, e luomo dietro quella porta ti sta guardando adesso dallo spioncino.»

Il mondo si ribaltò.

Strinsi più forte Martina. Lei si mosse, emettendo un gemito nel sonno.

«Papà?» sussurrai, la voce che tremava. «Sei sei morto. Ti ho seppellito io. Ho visto la bara.»

«Avete seppellito una bara vuota, Giuly», disse. «Mi spiace, Dio se mi spiace. Ma ora non abbiamo tempo. Devi muoverti. Subito.»

«Dove vado?» Ero paralizzato. Il panico mi bloccava ogni muscolo.

«Vedi una Fiat Panda bianca dallaltra parte della strada? Poco più avanti. Luci spente. Motore acceso.»

Mi sforzai di distogliere lo sguardo dalla porta. In lontananza, sotto il lampione, una Panda bianca.

«Sì», balbettai.

«Bene. Cammina verso lauto. Non correre. Non guardare mai più la porta. Non tornare indietro per nulla.»

«E Andrea»

«Non è Andrea lì dietro», minterruppe secco. «Andrea è ancora a Caselle. Il volo da Roma è in ritardo. Non ha nemmeno lasciato larea arrivi.»

Il cuore mi precipitò nello stomaco. «Come lo sai?»

«Perché lo seguo da settimane», disse. «Ascoltami, Giulia. Andrea è nei guai grossi. E senza volerlo ti ci ha trascinata pure te.»

Dalla porta sentii la maniglia girare.

Sembrava un rumore fortissimo, un colpo di pistola nel silenzio.

«Sta aprendo», disse mio padre. «Adesso cammina.»

La vecchia uscì dalle ombre. Non mi guardò. Fissò la porta, mettendosi tra me e la casa.

«Vai, cara», sussurrò.

Mi voltai. Scesi i gradini. Le gambe pesanti come piombo. Ogni istinto urlava di correre, ma la voce di papà mi teneva a terra.

«Non accelerare. Non farti scoprire.»

Sentii la porta aprirsi dietro di me. Passi sul legno.

«Giulia?» La voce non era di Andrea. Era bassa e troppo calma.

Non mi girai.

«Cammina e basta,» ordinò mio padre.

Raggiunsi il marciapiede. La Panda spalancò la portiera posteriore col telecomando.

Alla guida cera una donna, capelli corti neri, giubbotto imbottito sopra la maglietta. Tranquilla. Fredda.

«Sali», ordinò.

Mi fiondai dietro con Martina. Chiusi le portiere, bloccandole subito.

Partimmo sgommando. Guardai nello specchietto.

Sotto il portico, alla luce gialla, un uomo che non avevo mai visto. Alto, scuro. Ci osservò allontanarci. Poi estrasse un telefono.

«Siamo a posto», disse la donna nellauricolare.

«Papà?» sussurrai nel cellulare, aggrappato come a una ciambella. «Ci sei?»

«Ci sono, tesoro», rispose lui, con la voce incrinata. «Ci sono.»

CAPITOLO 3: IL RIFUGIO

Il resto del viaggio fu una colata di luci sfuocate e riflessi di pioggia. Guidammo per quaranta minuti, oltre la città, nel bosco verso le colline del Piemonte.

Lo tempestai di domande.

«Perché? Perché sei sparito? La mamma è morta credendoti morto. Io ho pianto per anni!»

«Lo so», disse pesante. «Mi è costato ogni giorno. Ma dovevo. Sono stato revisore legale per la Guardia di Finanza. Ho scoperto qualcosa che non dovevo. Un giro di riciclaggio legato a certi clan. Hanno messo una taglia su di me. E su di voi. Lunico modo per salvarvi era sparire.»

«E Andrea?» Mi saliva la nausea. «Cosa centra Andrea?»

«Andrea non fa solo consulenza», disse amaro. «Fa il faccendiere. Fa girare soldi che nessuno dovrebbe trovare. Si è immischiato proprio con la gente che stavo indagando io. E ora è sotto scacco.»

«No», protestai. «Andrea è un bravo uomo. Ci vuole bene.»

«Andrea è disperato», rispose. «E uno che è disperato può diventare pericoloso. Ha dato loro il codice di casa, Giulia. Forse pensava volessero solo spaventarlo. Forse non si aspettava che saresti rientrata prima.»

Il colpo della verità superò la paura. Andrea il mio Andrea. Quello che faceva le frittelle la domenica, che raccontava le favole a Martina ogni sera.

Arrivammo davanti a un vecchio cascinale in mezzo al bosco. Fuori sembrava una baita, dentro una fortezza: porte blindate, telecamere, finestre oscurate. Era un bunker.

Un uomo era seduto su una sedia vicino al tavolo di metallo.

Quando entrai si alzò. Era invecchiato, capelli ormai bianchi, il viso segnato. Ma quegli occhi lì, io li conoscevo.

«Papà», singhiozzai.

Mi strinse in un abbraccio forte. Odorava di colonia e metallo dolio. Era vero. Era vivo.

Martina si svegliò, gli occhi ancora annebbiati. «Nonno?» domandò, spaesata. Aveva visto solo vecchie foto.

Papà si inginocchiò. Il viso rigato dalle lacrime. «Sono io, topolina.»

CAPITOLO 4: LINTERROGATORIO

La mattina dopo fu un vortice di voci, tastiere, telefonate. Lispettore Lombardi la donna alla guida montò un vero e proprio centro operativo in salotto.

«Abbiamo fermato Andrea allaeroporto», mi disse porgendomi un caffè. «Ora lo stiamo interrogando.»

«Voglio parlare con lui», dissi.

«Non ancora», fece mio padre. «Prima devi sapere tutto.»

Mi fecero vedere i filmati.

La telecamera della porta di casa.

Ore 22, unora prima del mio arrivo.

Si vedeva un SUV nero accostare. Due uomini scendevano. Uno era quello visto sotto il portico, laltro più basso con una borsa.

Raggiunsero la porta. Nessuna effrazione. Inserirono il codice sulla tastiera elettronica.

La mia data di nascita.

Entrarono.

«Andrea ha passato loro il codice», disse Lombardi. «Ecco gli sms.»

Mi allungò un tablet.

Andrea: Il codice è 1503. Lei tornerà tardi. Fate quello che dovete. Lasciate solo le carte dellassicurazione sul tavolo.

Sconosciuto: Non cerchiamo carte. Cerchiamo ostaggi.

Ebbi la nausea. Corsi in bagno e vomitai.

Ostaggi. Io. Martina.

Andrea non era solo stato imprudente. Ci aveva dati in pasto.

Quando uscii, papà aveva il volto stravolto dalla rabbia.

«Dice che pensava avrebbero solo svuotato la cassaforte», mi disse. «Dice che non avrebbe mai pensato che vi avrebbero fatto del male. O mente, o è del tutto fuori.»

«Voglio vederlo», ripetei. «Voglio che mi guardi negli occhi.»

CAPITOLO 5: IL CONFRONTO

Mi portarono in Questura a Torino. Lasciai Martina con papà al rifugio: la prima volta che me ne separavo da quando ero nata, ma con lui mi sentivo sicura.

Entrai nella saletta degli interrogatori. Andrea era seduto al tavolo, ammanettato. La giacca elegante tutta spiegazzata. Quando mi vide, brillò il sollievo.

«Giulia! Grazie a Dio. Stai bene! Diglielo, dai! Digli che non sono colpevole! Sono una vittima anche io!»

Mi sedetti senza dire nulla. Lo fissai.

«Giuly, ti prego», pianse. «Quelli mi hanno minacciato! Mi avrebbero rovinato! Cercavo solo di guadagnare tempo. Non sapevo che saresti arrivata prima!»

«Hai dato loro il codice», dissi. La voce piatta. Morta.

«Ero costretto!» singhiozzava. «Mi hanno detto che mi avrebbero ucciso!»

«Hai lasciato entrare la morte dentro casa nostra.»

«No! Io credevo Credevo di sistemare tutto dopo. Riesco sempre ad aggiustare tutto, Giulia. Lo sai»

«Non ti conosco», dissi. «Ho vissuto cinque anni con uno sconosciuto.»

Mi alzai.

«Giuly, dove vai? Devi aiutarmi! Siamo sposati!»

«Non più», dissi. «Hai barattato la tua famiglia per salvare la pelle. Ora non hai più niente.»

Uscii. Non mi voltai.

CAPITOLO 6: IL DOPO

I mesi dopo furono un groviglio di avvocati, nuove identità e psicoterapia.

Andrea confessò. Svelò tutti i nomi dei clan, i flussi dei soldi, tutto. In cambio, condanna ridotta: quindici anni.

Mi scriveva lettere dal carcere. Le bruciavo senza leggerle.

Papà venne ufficialmente risorto. Ci vollero mille carte bollate, ma la sua testimonianza fu decisiva. La vecchia vita era persa, ma almeno non era più fantasma.

Ci trasferimmo. Ancora.

Questa volta in un piccolo paese delle Langhe. Papà comprò una casa poco distante dalla nostra.

Martina lo adorava. Le insegnava a pescare, a intagliare il legno, a chiudere bene tutte le finestre prima di dormire.

Una sera, sul nuovo portico, con il sole che calava sulle colline, papà mi domandò: «Mi hai perdonato?»

Lo guardai. Gli anni gli avevano scavato il volto.

«Per averti lasciato?» chiesi io.

«Per averti mentito.»

Pensai alla vecchietta sul portico. Quella donna ci aveva salvate.

«Chi era lei?» domandai. «La vecchia.»

Papà sorrise piano. «Si chiama Signora Bartoli. Era la mia referente nei primi anni da sotto copertura. È in pensione da tempo. Quando ho capito che eri in pericolo, le ho chiesto un favore. Vive qui vicino. Ha accettato di sorvegliare casa tua finché non fossi riuscito a mandarvi aiuto.»

«Ci ha salvate.»

«Sì.»

Gli presi la mano. Ruvida, piena di cicatrici.

«Ti perdono», dissi. «Hai fatto di tutto per tenerci vive. È questo che fanno i genitori.»

Lui mi strinse forte. «Non vi lascerò mai più. Giuro.»

EPILOGO: LA NUOVA VITA

Cinque anni dopo.

Martina ha nove anni adesso. Non ricorda la notte su quel portico. Ricorda solo la Panda bianca, e una signora gentile che le diede un succo di frutta.

Io ricordo tutto.

Controllo le serrature tre volte prima di andare a letto. Ho un impianto dallarme che sembra quello di una banca. Ho imparato a fidarmi piano, un pezzetto alla volta.

Ma ora sono felice.

Insegno disegno nella scuola elementare del paese. Papà viene da noi ogni domenica. Ricostruiamo la felicità, mattone dopo mattone.

A volte, con il vento che muove le foglie di glicine la sera, penso alla vecchia che mi afferrò il polso.

La presa di chi salva.

Non lho mai più rivista. Ma a volte sussurro un grazie nelloscurità.

E se qualcuno che legge dovesse essere fermato da uno sconosciuto su un portico e sentirsi dire Non entrare

Ascoltatelo.

Perché i mostri esistono. Ma anche chi li combatte.

FIN

Oggi, mentre scrivo queste ultime righe, accarezzo la pelle di mio padre e penso che le seconde possibilità esistono davvero, ma bisogna essere disposti a vedere ciò che si cela dietro una porta chiusa. E ogni tanto, fidarsi anche degli estranei.

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«Non entrare! Chiama subito tuo padre! C’è qualcuno che ti aspetta dietro quella porta!» Una strana anziana mi afferrò il polso mentre salivo le scale con mia figlia in braccio. CAPITOLO 1: LA VECCHIA SIGNORA